Social Usability Workshop – Lift13 Geneve

On February, 8th I’ve been at the Lift 13 Conference with Davide to present our workshop about Social Usability.

Social Usability is a quality attribute that assesses how easy social interactions are to make. We proposed the Social Usability Checklist as a tool of analysis and design for social network dynamics and apps.

It was a great experience with several interesting questions, solutions and feedback. I want to thank all the participants that made it possible.

Proximity: A key social knowledge management principle

In 2006 I read an interesting article in Scientific American “Why are some animals so smart?” wrote by Prof. Carel van Schaik, Primatologist at the University of Zurich. His article has had a great influence on me. In the ethological field, van Schaik found the foundation of the knowledge management for groups, a foundation valid also for humans.

In his research he studied two groups of orangutans in the forest of Sumatra. The scenario was ideal (very similar to an experimental setting) because two communities were of the same genetically group. The two groups lived in the same forest, but their territories were separated by a long, wide river that did not allow any influence between the two groups. One group was characterized by a common practical ability to use a stick to eat a piece of fruit whereas in the other group only few members had this capacity. The second group had no tool use at all but instead broke off a piece of the tough, woody fruit.

The question was: why all the members of the first group were capable to share knowledge independently from the difference in ages, hierarchy or sex in the group members for generations, while in the second group new discoveries were owned by small groups of orangutans and then disappearing with them? What allowed the widespread of a knowledge inside the whole group and why new ideas did not disappear after inventor’s death but continue for generations?
How could the new knowledge become a group’s assets?

In this exceptional natural scenario van Schaik discovered that this fact has a cultural cause!

The cultural difference in the group characterized by a shared culture was a physical and emotional code of proximity that allowed members of the group to approach and interact between them easily. We are in the knowledge’s economy and the cultural proximity code is the first secret to transform knowledge in a evolutive boost.

 

We can generalize the effect of an optimal social proximity in these four benefits:

  1. discovering that there is a problem
  2. discovering that somebody has solved the problem
  3. the solution is understandable
  4. the solution can be communicate and disseminate

 

This social proximity code is physical, cognitive and emotional. It’s part of a culture so it’s expression of values, practices, styles of leaderships and roles. I got in touch with Prof. van Schaikv and he confirmed that these dynamic processes are valid also for human groups.

This research was an inspiration for my model of proximity in social business consultancy.
We can see the organization’s culture from different points of view. The proximity variable is excellent to catch both the collaboration in a traditional group and in a community in a digital space.
This factor is crucial in Social Business projects where the integration between professionals and users, company groups and companies intranet communities is the challenge.

A better level of cultural proximity could be achieved in a company through by integrating social features in the intranet following our social usability principles: where all users have a detailed profile, are protagonist of the process and contents and the company becomes closer to a flat structure of a net.
Proximity is also necessary to work directly with the culture of the organization analyzing the values and helping the process of leadership. The advantage of proximity criteria is between physical and digital, because the psychosocial dynamics are real (processes with causes and effects) and present in both spaces.

[Image by Davidandbecky]

Donald Norman agrees!

I think that it’s time for a second new alliance between psychology and interaction design.

The evolution of the interaction as a social space needs new psychological points of view. The psychophysiologic, cognitive and behavioral points of view (part of the history of human computer interaction, from the beginning) are fundamental but not enough for the new variables, factors, dynamics and levels that emerge in social networks. The evolution of the mediated interaction as a social space is changing the user from just a behavioral and cognitive system in a more complex cognitive psychosocial and psychodynamic system.

During the event Meet the Media Guru in Milan, I asked Donald Norman an opinion about my point of view and this is his answer.

He agreed!

I think that these challenges and opportunities can’t be solved by anthropology that is too narrative as discipline. The alternative isn’t the reductionism but a balance between different psychological approaches.

The next day I talked with him about my PSIxD approach. Cross the fingers for me and stay tuned… ;)

Video by Roberto Bonzio (thanks)

Ibridi e la ricerca della via di mezzo tra conoscere e fare

Il famoso Clay Shirky, di cui vi suggerisco il testo “Uno per uno, tutti per tutti” (tradotto dal buon Federico) ci spiega il concetto di surplus cognitivo (titolo del suo nuovo libro) come potete vedere in questo suo ultimo speech al TED. Ennesima conferma sull’importanza degli incentivi intrinseci come dinamica motivazionale alla base dei comportamenti bottom-up in rete. Bene, ulteriore supporto a favore della mia prospettiva. Però l’impressione è che Shirky citi troppo spesso la generosità per sedurre e parli di masse in modo troppo ampio. Molti dei concetti e riflessioni che esprime sono condivisibili ma il suo stile sembra ogni tanto scivolare nell’ideologico.

Vi devo avvertire che potreste trovare la logia del post un pò meno lineare del solito ma ho preferito riportare parte del flusso di associazioni che, dal video di Shirky, mi hanno portato verso una riflessione più ampia sui professionisti ibridi, per esprimere non solo nei contenuti ma anche con la forma il divenire di una riflessione aperta in cui vorrei coinvolgervi.

Ho grande rispetto per Shirky, che ritengo fuor di dubbio bravo, devo però onestamente dire che sono in generale un pò stanco di questi punti di vista descrittivi, narrativi come anche, all’opposto, di quelli solo tecnici, verticali. Io come molti altri che si occupiamo in modo non convenzionale, di web, social networking, IxD, Ux, virtuale, interazione mediata, enterprise 2.0, ecc. siamo frequentemente impegnati nella sfida operativa di unire competenze verticali e orizzontali quando non facciamo solo ricerca eo la vogliamo applicare. Ma anche l’inverso, quando come consulenti eo imprenditori vogliamo utilizzare, per essere innovativi e competitivi, conoscenze di ricerca ed esperti d’alto livello. Per di più molte delle tematiche e sfide più importanti necessitano di soluzioni, competenze e team transdisciplinari quindi la complessità fa molto presto ad esplodere.

Per esempio, quando un network muta in luogo sociale dove gli utenti diventano “persone” che esprimono e co-costruiscono con gli altri la loro identità e presenza non bastano le sole competenze tecnologiche, di design, di architettura della informazione e nemmeno quelle di usabilità. Quali competenze, modelli, strumenti operativi usare e spesso “creare” per analizzare e progettare intorno ad utenti diventati ormai sistemi psicologici e sociali, in un artefatto non più solo cognitivo ma anche motivazionale, simbolico, sociale, ecc.? Questo è uno scenario complesso, ibrido non solo da capire, descrivere, rappresentare, ma anche in cui operare, applicare, scegliere, anticipare, investire.

Quindi va benissimo seguire quello che dice Shirky o le interessanti descrizioni di Danah Boyd ma se poi dalle riflessioni, dalle descrizioni, bisogna far nascere un progetto, delle prassi, degli strumenti operativi, una strategia ci vuole anche altro. Non sto criticando in generale necessità di avere punti di vista ampi, descrittivi, che aiutino a farsi un quadro di complessi scenari nuovi e in divenire ma fenomeni come il web e come certa ict (che stanno cambiando profondamente e a grande velocità la nostra quotidianità personale e professionale) necessitano di persone capaci di essere tanto teorici, quanto pratici, scienziati, quanto imprenditori, designer quanto ricercatori. Lo richiede proprio la complessità, la transdisciplinarietà e velocità del cambiamento.

Credo che il design come disciplina pratica che deve muoversi tra tanti saperi sia oggi potenzialmente molto fertile come prassi, punti di vista, talenti ma deve avere il coraggio e la capacità di saper integrare competenze più complesse, scientifiche e non accontentarsi di spiluccare qui e la o di nascondersi dietro i soliti guru. Sicuramente il design deve stare attento a non farsi intrappolare da discutibili determinismi di certe prospettive scientifico sperimentali che pensano di poter ingabbiare la realtà in un modello (vedi i limiti di certa psicologia sperimentale nella HCI). Ma il determinismo di certi contesti scientifici non può essere l’alibi per molti designer di non cercare un dialogo con saperi scientifici più dialogici e sensibili alla complessità dei fenomeni.

Sul versante ricerca invece c’è un parte di ricercatori, sempre nei campi web, ict, ecc. chiusi nel far paper per far paper. Ora, che sia chiaro, i paper sono strumenti fondamentali, imprescindibili della ricerca (in certi campi l’unico prodotto finale possibile) ma spesso da mezzi diventano fini e questo è un peccato oltre che a volte un vero ostacolo alla innovazione.

Non voglio proporre un integralismo dei professionisti ibridi, sono importanti i professionisti iperspecializzati, il punto è che sempre più spesso non basta più. Una volta era sufficiente una buona pianificazione, una struttura gerarchica, una serie di incentivi estrinseci, di vincoli e una catena di montaggio di tante specializzazioni. Oggi la società della conoscenza riattualizza la sfida della complessità e certe logiche a compartimenti stagni possono voler dire perdita di denaro e opportunità nel business, perdita di conoscenza e scoperte in certi settori della ricerca.

Per esempio, se pensiamo al nuovo settore consulenziale dell’enterprise 2.0, cambia il rapporto col cliente perché cambia quello che si sta offrendo. Non è “solo” tecnologia eo design ma è una lenta, progressiva, controllata sandbox per l’evoluzione della cultura organizzativa. Grande opportunità che però richiede che si sappia relazionarsi col cliente secondo alcune logiche del change management e della psicologia delle organizzazioni, non “solo” saper offrire software e design.

Capite che il salto di complessità che porta certa tecnologia nella cultura, nelle prassi, necessita di un salto di paradigma non di semplici aggiustamenti.

Chi mi segue da un po’ sa che questo creare ponti tra discipline e ambiti diversi, unito alla ricerca di equilibrio tra conoscere e fare le metto in pratica nella consulenza, nella modellizzazione con Davide e nella ricerca. Il senso di questo post è di apertura della questione, apertura al confronto in quanto il profondo cambiamento in atto tocca il modo di vivere e lavorare di tanti professionisti, team e contesti dove innovare è una necessità.

Sono benvenute riflessioni e segnalazioni di chi avverte (in azienda, consulenza, design, ricerca) la necessità di affrontare la sfida della società della conoscenza in equilibrio tra discipline diverse, tra il conoscere e il fare.

Social Usability Workshop at Frontiers of Interaction 2010

Ecco le slide del nostro workshop a Frontiers 2010

L’ho ideato e sviluppato con Davide ma per questioni di salute non sono poi potuto andare a Roma con condurlo insieme a lui. Da quello che ho potuto cogliere seguendolo in remoto non escludo che ci saranno altre occasioni di rifarlo e magari ampliarlo 🙂

Social Usability Workshop – Frontiers of Interaction 2010

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Il 3 e 4 Giugno a Roma si svolgerà la nuova edizione di Frontiers of Interaction.

Per chi non conoscesse il più importante evento italiano sull’Interaction Design qui potete trovare un pò di storia.

Il 3 Giugno ci saranno 4 workshop tra cui il mio e di Davide sulla Social Usability.

Vi aspettiamo 🙂