Non solo io penso che alcune delle intuizioni di Jung fossero molto valide, come generale indicazione di rotta, ma premature per le conoscenze del tempo. Oggi cominciano a maturare.
Circa 25 anni fa mi resi conto che il suo modello dell’energetica psichica e dei complessi a tonalità affettiva si sposavano con le teorie dei sistemi complessi, i concetti di emergenza ed attrattori. Jung veniva da un periodo scientifico in cui era appena morta la visione vitalista della biologia.
Negli ultimi anni è venuta a supporto anche certa neuroscienza come il principio di energia libera di Friston di cui l’amico Giuseppe Pagnoni è uno dei maggiori esperti italiani. Spero di riuscire a scrivere un paper nel 2027 su questa ipotesi.
Altre teorie neuroscientifiche a supporto di diverse intuizioni di Jung vengono da Panksepp come potete leggere nell’ottimo libro di Antonio Alcaro, con cui abbiamo dialogato per il progetto Being Sapiens su YouTube.
Ultimamente mi sto convincendo sempre più che anche con la recente applicazione delle psicologie evoluzionistiche al disagio psichico emergano molte revisioni in termini di specie di quelle che Jung chiamava inconscio collettivo. Già la brava Jean Knox diversi anni fa fece una valida revisione del concetto di archetipo alle conoscenze più recenti. Ma c’è qualcosa di più che sta emergendo dalla psicologa evoluzionistica con cui mi confronto con Simone Cheli (di cui suggerisco il libro appena uscito) e il buon Marco del Giudice.
Suggerimento: il lascito di Jung è un ginepraio, non perdetevi troppo presto sul versante simbolico, alchemico e transpersonale delle sue intuizioni per quanto molto importanti.
Replicare oggi le ipotesi di Jung come se il tempo fosse fermo, come se le sue fossero delle “rivelazioni”, non è onorare il suo lavoro. I maestri veri vogliono che fioriscano le loro buone idee e muoiano le altre, per andare oltre loro.






