Incentivi intrinseci in azienda e nei network

Che si tratti di Enterprise 2.0 o Social Network Design uno dei meccanismi motivazionali principali da comprendere oggi sono gli incentivi intrinseci.

Essere motivati a svolgere una attività per il piacere, il gusto, l’interesse di farlo è una spinta più intensa che coinvolge maggiormente le capacità della persona rispetto a forme di incentivo estrinseco. Gli incentivi estrinseci, come per esempio il denaro, rendono al meglio quando si richiede di svolgere compiti di per sé poco interessanti, poco gratificanti, ripetitivi o in “contesti” (fisici, culturali e sociali) che li rendono tali.

Ora, sotto la spinta della globalizzazione, dell’accelerazione tecnologica e scientifica il mondo aziendale sta cambiando, sempre più ruoli ripetitivi vengono delegati alle macchine, nel mentre matura la società della conoscenza con il relativo mercato che mette al centro i knowledge workers.

Forse è arrivato il momento di chiedersi in quanti ambiti aziendali la linearità di un modello taylorista, impersonale fondato su incentivi estrinseci stia diventando non solo una occasione persa ma anche un costo e uno spreco?

Si … certo, vuol dire avere a che fare con le persone e non solo con i professionisti se vogliamo progettare processi e culture aziendali fondate anche su incentivi intrinseci. Come ebbi modo di spiegare nel Report 2009 dell’Osservatorio sull’Enterprise 2.0 del Politecnico di Milano,  oggi i social network sono una grande occasione di potenziare la cultura organizzativa attraverso una sinergia tra community e gruppo aziendale.

Si … certo, vuol dire sviluppare nuove capacità di leadership per gestire gruppi e persone secondo motivazioni intrinseche, mettersi più in gioco oltre la logica del bastone e della carota. Passare da una logica deterministica e manipolatrice a quella degli inneschi, dei segnali deboli, dell’intelligenza emotiva, del tempismo, del fluire, dell’auto-organizzazione dei sistemi complessi.

Non dimentichiamo che in psicologia é noto da tempo che un incentivo estrinseco può annichilire la motivazione intrinseca nello svolgere una attività, quindi non solo l’incentivo estrinseco è meno adatto per determinate attività e contesti ma ha un effetto di dissociazione delle motivazioni intrinseche da un compito o comportamento. Quindi, incentivi estrinseci possono rendere un compito meno interessante di quello che poteva essere di per sé! Non c’è un sommarsi tra intrinseco ed estrinseco ma un eludersi.

Non mi credete?

Allora, vi consiglio di seguire l’interessantissimo speech di Daniel Pink di al TED sulle motivazioni intrinseche:

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Le motivazioni intrinseche sono il carburante delle dinamiche bottom-up che ritroviamo nei social network. Da anni il web 2.0 sta fungendo da avanguardia, da laboratorio, da selezione naturale di tecnologie, strategie, prassi che poi finisco in azienda, appunto l’enterprise 2.0 (a rigurado suggerisco questo post di Emanuele Quintarelli col quale condividiamo molti punti di vista sulle motivazioni intrinseche).

Su Motivational Design io e Davide abbiamo dedicato una parte agli incentivi intrinseci in quanto nel web gli utenti sono liberi di scegliere ed usare i network e nel mondo aziendale le intranet, le community e network interni hanno ormai consumato tutte le “cartucce” dell’incentivazione estrinseca, dell’animazione e permangono i problemi di partecipazione, collaborazione e produzione di contenuti.

Quindi, come suggeriva Schwartz : “get smarter incentives!”

Un esempio di Design dell’Esperienza

Come trasformare una quotidiana interazione con oggetti, luoghi, ditiali o materiali in qualcosa di diverso?

Come indurre comportamenti diversi negli utenti attraverso la loro esperienza, interazione, immersione?

Come farle collaborare o farle interagire o migliorarne certe abitudini o …?

Di questo si occupa la User Experience Design.

Nel video viene usato il fattore ludico per far fare moto alle persone. Progetto Volkswagen con la DDB.

[by autoblog]

“Design Thinking” – Tim Brown – TED

L’IDEO è sempre fonte di ispirazione come dimostra l’intervento del suo CEO of innovation and design Tim Brown.

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Ho principalmente due riflessioni relative al “Design Thinking”.

1. C’è un grande bisogno di quel atteggiamento, quella curiosità e pragmaticità di visioni e agire del design. Approccio a problemi che vanno oltre il progettare un prodotto di consumo ma luoghi, oggetti, esperienze, comunicazioni, interazioni più ampie e complesse magari più utili alla collettività, alla gestione e produzione di conoscenza e alla soluzione di problemi;

2. C’è bisogno che da un lato i designer siano un pò meno artigiani e un pò più ricercatori e dall’altro che i ricercatori facciano un uso delle loro prassi scientifiche in modo propositivo e non difensivo, un conoscere per fare e non un produrre paper per produrre paper.

Poi per carità avremo sempre bisogno di affascinanti spremi agrumi e di “sommozzatori” delle infinite verticalità della ricerca ma la società della conoscenza, la globalizzazione e l’accelerazione tecnologica-scientifica chiedono competenze ponte, capacità di uscire dagli schemi per rispondere a sfide concrete, nuove e complesse.

Psicologia Positiva e altri scenari

Spesso abbiamo una idea della Psicologia come disciplina clinica ma è un travisamento diffuso soprattutto in Italia. Sicuramente fino a qualche decennio fa la clinica è stato il filone dal quale sono emerse le maggiorni conoscenze ma più di recente anche altri ambiti stanno crescento aiutando a chiarire che la Psicologia è la scienza che studia la mente come la Biologia è quella che studia la vita.

E’ una scienza giovane che si presta alla transdisciplinarietà essendo così complesso il suo oggetto di studio. A differenza di molte altre discipline, fenomeno osservato e osservatore coincidono e questo rappresenta un ulteriore fattore di difficoltà e interesse. Se vogliamo adottare proprio la prospettiva più ampia possibile la psicologia studia quella parte di universo che crea cognitivamente il mondo, conosce e in certi casi prende consapevolezza di sé.

Martin Seligman fondatore della Psicologia Positiva ci invita a riflettere sugli scenari applicativi della Psicologia al benessere, all’ottimizzazione della vita quotidina e non solo della clinica. Accenna a come nei settori della tecnologia, dell’intrattenimento e del design (nel senso più ampio di progettazione) ci siano ancora grandi margini di miglioramento dell’esperienza utente (anche se non usa questo termine) e più in generale del benessere da parte della ricerca degli psicologi.

Mi capita sempre più spesso di parlare di una Psicologia dell’Interazione Applicata indipendentemente che si progetti una esperienza utente in un contesto digitale come un social network o materiale come un evento, un team di lavoro o uno spazio di vendita, ecc.. Credo che la progressiva digitalizzazione della nostra quotidianità, facendoci sperimentare nuove esperienze cognitive e agganci grafici ubiqui renda visibile processi psichici che per loro natura sono trasparenti.

A mio parere sono tutte nuove opportunità di non tenere scontata l’ottimizzazione e design di molte esperienze e contesti dal benessere, al lavoro, alle relazione, alla collaborazione, alla emergenza, ecc. ecc..

Ovviamente più in generale, si spera, anche di imparare a prenderci cura del nostro e altrui benessere ma è un tema che forse merita un altro post.

Behavior is our Medium – Robert Fabricant

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Robert Fabricant – Behavior is our Medium from Interaction Design Association on Vimeo.

Riprendo lo spunto sollevato dalla domanda di Maurizio Boscarol nella intervista che fece a me e Davide per postare il video dell’intervento di Robert Fabricant alla Conferenza Interaction ’09, a Vancouver.

La questione che pone Fabricant è sintetizzabile, a mio avviso, nella crescente necessità nell’IxD di aumentare le probabilità di indurre determinati comportamenti negli utenti.

Credo che per seguire questo obiettivo si necessaria la maturazione di una psicologia della interazione che permetta di considerare gli utenti come sistemi psicologici e sociali in modo più approfondito e articolato.

“Interaction Design is not about computing technology, it’s about behavior”

Lo stesso Fabricant, nel suo post a commento del suo intervento sottilinea come ci siano già alcuni designer e ricercatori impegnati in questa direzione:

BJ Fogg

Dan Lockton

Jess McMullin

Mi interessa molto questo dibattito e sviluppo dell’IxD in quanto, a suo modo e con le sue specificità, anche Mo.De. cerca di dare il suo contributo in questa direzione.