Francisco Varela

Recentemente è uscito un documentario su Francisco Varela, che non ho visto, di cui ho trovato su YouTube la presentazione.
Per chi non conoscesse Varela vi suggerisco di leggere qui un interessante articolo di Alfonso M. Iacono e qui un articolo dello stesso Varela sulla Neurofenomenologia.
Francisco Varela con Humberto Maturana ci hanno donato quella straordianaria teoria che è l’Autopoiesi.
L’autopoiesi e il lascito di Varela in generale (nella biologia della conoscenza, nelle scienzecognitive, nell’epistemologia, ecc.) sono carichi di importanti intuizioni e ipotesi che ispireranno ancora per molti anni la ricerca scientifica. Quella ricerca capace di mostrarci nuovi e rivoluzionari punti di vista su ciò che siamo come esseri viventi, uomini e sul nostro modo di conoscere e “costruire un mondo”.

Festival della Scienza di Genova – Seguendo un filo rosso –

In questi giorni si sta svolgendo il Festival della Scienza di Genova. Tra le tante e interessanti proposte dell’evento, volevo segnalarvi alcune conferenze:

C’è un filo rosso che partendo dalla comprensione di cos’è e come funziona biologicamente la vita arriva fino alle recenti scoperte delle neuroscienze, le quali, negli ultimi anni, stanno dialogando in modo molto fertile con alcune note teorie della mente che necessitavano sicuramente di conferme. Allo stesso tempo, le neuroscienze, adoperano sempre più le potenzialità esplicative di metapsicologie che hanno accumulato decenni di studi e applicazioni.La massa critica di conoscenze raggiunta, in campi un tempo distanti, premia la ricerca transdisciplinare e i risultati stanno cambiano profondamente l’idea di conoscenza, vita, uomo. Un numero crescente di esperti e studiosi sono convinti che, da questa accelerazione della ricerca, stiano nascendo nuove idee di sviluppo, nuove metafore culturali e magari anche nuove possibilità di concepire il nostro futuro.I personaggi che ho su citato sono rappresentanti di questa Rivoluzione Silente.

I sistemi emergenti

E’ uscito di recente il nuovo libro del Prof. Pier Luigi Luisi, un ricercatore che tiene alta la bandiera della scienza italiana nel mondo. Luisi si occupa della origine della vita intesa come sistema autopoietico. Qui potete trovare una breve introduzione al suo testo “The Emergence of Life – From Chemical Orgins to Synthetic Biology“.
E’ da questo genere di ricerche di base che, da almento vent’anni, nascono idee, ipotesi, teorie che influenzano numerose altre discipline scientifiche (e non) arrivando a produrre modelli di riferimento anche per la progettazione in molti campi come le organizzazioni e la tecnologia.

Minsky

Non è stata una trasferta facile. Milano Bergamo in due ore! La radio parlava di A4 letteralmente chiusa in certi tratti a causa di più incidenti e di invasione del Veneto da parte di nostalgici Austroungarici!
Comunque siamo riusciti, a differenza di Leeander e Co. (di cui qui trovate lo spassoso post) a seguire tutto l’intervento dal vivo.
Marvin Minsky non ha fatto un discorso organico, ha dato più che altro delle suggestioni sparse e ha rinunciato ad utilizzare buona parte delle slide che aveva portato. Effettivamente una sola ora per un personaggio del genere e per l’argomento che doveva esporre era insufficiente. Comunque ha fatto di tutto per non farsi capire da chi non era già avvezzo al suo pensiero e più in generale ai recenti sviluppi della A.I.. Minsky ha suggerito di visitare il suo sito (lo trovate qui) dove è possibile approfondire le sue ricerche.
Insomma, non è stato (e/o non ha potuto) generoso ma gli spunti sono stati interessanti:

  • la ricerca in A.I. è rimasta troppo tempo legata ad una visione ingenua della mente come sistema solo logioco e razionale;
  • si può pensare in molti modi non solo con la logica“;
  • si possono fare ipotesi con le emozioni”;
  • perchè dopo 40 anni i computer non sanno ancora riconoscere un oggetto semplice come un bicchiere;
  • vi sono solo 30/40 ricercatori dell’A.I. che danno la giusta importanza a sistemi che imparano da se stessi;
  • propone un modello della mente con 6 livelli di pensiero di cui i primi sono simili agli oggetti di ricerca del comportamentismo e gli ultimi, i più elevati, sono da considerare “LIVELLI SATELLITE, a parte; ci sono gli istinti e poi l’etica (che sono molto forti), salendo sia arriva su (come diceva Freud!) fino alla coscienza, emersa [evolutivamnete] con il crescere di importanza delle relazioni sociali”;
  • la comprensione deve essere qualcosa di biologico, capire è avere molti punti di vista;
  • il mio modello dei 6 livelli a similitudini con quello di Freud” [!!!];

In fine le domande (che, come la pensano anche quelli di Edge, sono molto importanti) di uno dei padri dell’A.I.:

  • Cosa sono le emozioni?
  • Perchè i computer sono così poco intelligenti?
  • Non è strano che in 40 anni di ricerca nell’A.I. non si sono fatti grandi miglioramenti?
  • Qual’è il vantaggio di un programma Lisp?
  • Cosa vuol dire conscio?

Sono stato l’ultimo del pubblico a fargli una domanda ma da come “non” ha risposto, ai più, è venuto il sospetto che:

  1. era stata tradotta male la domanda;
  2. si era stufato e voleva solo uscire;

va bè …. sarà per la prossima volta.

La macchina delle emozioni

I robot possono costruire automobili, ma nessun robot è in grado di fare un letto, pulire la casa o fare la baby-sitter”.

Così Marvin Minsky, uno dei padri dell’intelligenza artificiale, critica l’intelligenza artificiale classica che è in grado solo di programmare computer “stupidi” capaci di imitare l’intelligenza umana, senza capire ciò che fanno. Minsky sostituisce all’idea di una coscienza centrale una serie di fattori emotivi in grado di porre le varie funzioni della mente in relazione tra loro e propone una emotion machine da contrapporre ai computer dell’intelligenza artificiale classica.

Se ne parlerà a Bergamo Scienza, dove interverrà Marvin Minsky ven 29.09.2006 – ore 18:30 I Ex Chiesa S.Agostino via Fara – Città Alta.

Per saperne di più potete leggere qui una intervista a Minsky tratta da Tecnology Review. Qui la traduzione in italiano tratta da Boiler.

Etologia del Knowledge Management – Ethology of Knowledge Management

Uno dei diversi modi per valutare l’intelligenza di un primate è quello di analizzarne la capacità di manipolare oggetti e trasformarli in strumenti, utensili, in primitive tecnologie.
Da recenti studi in etologia, linguistica, paleontologia sta emergendo la “naturalità” della tecnica, qualità scarsamente considerata in passato.
Tradizionalmente infatti la capacità di concepire, costruire ed utilizzare tecnologie (per quanto semplici) è sempre stata considerata una peculiarità dell’intelligenza umana e della nostra struttura fisica come per esempio la forma del nostro pollice. Pur avendo da sempre davanti agli occhi diversi esempi di ingegno animale (le dighe dei castori, i nidi degli uccelli, ecc.) lo si è sempre considerato come qualcosa di non collocabile all’interno della medesima linea evolutiva da cui originano le umane capacità di produrre strumenti, artefatti, tecniche.
Questo pregiudizio, questo bisogno di distanza dal mondo animale, ha influenzato anche il modo di osservare il comportamento collettivo degli animali sociali negando l’evidente presenza di vere e proprie proto-culture di gruppo, per quanto diverse dalle nostre e primitive.
Chiaramente queste questioni sollevano problemi ancora più grandi come per esempio cos’è naturale e cos’è artificiale ma non voglio allargare troppo il post.

Nella etologia moderna questi pregiudizi sono venuti meno e oggi abbondano le ricerche, le ipotesi e le evidenze empiriche sul fatto che la tecnica si una componente intrinseca alla co-evoluzione delle capacità cognitive, sociali e culturali degli esseri viventi in generale.
Non esiste una gerarchia precisa o una determinata sequenza di eventi che facciano emergere, in diverse specie animali abilità tecniche e nuove conoscenze. Si tratta di una combinazione di numerosi fattori non del tutto ancora chiariti ma è certo che superato un determinato grado di complessità della organizzazione sociale cresce la probabilità che si inneschi un circolo virtuso tra conoscenza e gruppo. Si incrementa la possibilità che aumenti la conoscenza di una intera collettività, diventando un patrimonio comune tramandato culturalmente.
In altre parole la capacità di un gruppo di produrre e accrescere la propria conoscenza dipende in gran parte dalla sua organizzazione e comunicazione interna e non solo dalla intelligenza, dalle qualità cognitive, dal cervello di qualche singolo individuo.

E’ stato pubblicato questo mese su Le Scienze uno stupendo articolo di Carvel van Schaik che dimostra come la incredibile maestria nell’utilizzare strumenti, di una intera comunità (e quindi non solo di alcuni singoli e abili soggetti) di Orangutan di Sumatra dipenda fondamentalmente da due fattori:

– il tempo passando insieme che aumenta lo scambio di conoscenze;
– una cultura tollerante e di scambio dell’intero gruppo, che va oltre il rapporto madre-figli.

La insolita abitudine alla vicinanza, rispetto alle altre comunità di Orangutan conosciute, permette ai soggetti meno capaci di osservare da vicino le tecniche di quelli più abili facilitando la diffusione e la conservazione della conoscenza, la quale diventa un patrimonio della intera comunità. La stretta rete di reciproche osservazioni e scambi permette ai singoli Orangutan di non essere confusi e attratti dalla miriade di stimoli provenienti dalla giungla in cui vivono e quindi possono più facilmente accorgersi che hanno di fronte un problema e che qualcuno lo sta risolvendo.

Trovo interessante seguire come la ricerca etologica stia producendo queste piccole conferme a favore di una produzione e gestione della conoscenza intesa come processo evolutivo di natura anche sociale e culturale. Sappiamo che uno dei maggiori ostacoli nella diffusione del KM nel mondo aziendale sia la trasformazione di alcune componenti, spesso implicite, della cultura di gruppo. Infatti, se non si fanno proprie certe modalità comunicative e valori rispetto al ruolo e all’uso della conoscenza, rischia di rimanere parziale l’apporto che possono dare le più avanzate piattaforme di ICT. Detto in altre parole il rischio è quello di riprodurre vecchie logiche con nuove tecnologie.

Suggerisco a chi si interessa di KM di tenere un occhio sui futuri sviluppi di discipline come etologia, palentologia, archeologia e antropologia. Ritengo, infatti, che le recenti teorie sulle origini delle nostre capacità di produzione e gestione di conoscenza possano dare un interessante contributo alle riflessioni che la società della conoscenza solleva.

In questo video di Nova24 si possono vedere le abilità di un gruppetto di scimpanzè nell’utilizzo di un rametto come strumento per nutrirsi.

Mauro Ceruti e la nuova sfida della complessità

Mauro Ceruti è uno dei più importanti rappresentanti italiani della sfida della complessità. Ho trovato sul sito della Trento School of Management un interessante video dove introduce i più recenti intenti della sua ricerca. Attualmente Ceruti è Direttore di CE.R.CO – Centro ricerca antropologia ed epistemologia della complessità, dell’Università di Bergamo. La recente ricerca di Ceruti è un importante conferma della necessità di convergenze tra saperi tradizionalmente distanti. Vi suggerisco di seguire gli sviluppi del progetto CE.R.CO. il quale ha di recente una newsletter alla quale potete iscrivervi. Non ho difficoltà a definire “ibrida” la riflessione proposta nel video. Buona visione.

Ibride riflessioni sulla complessità

Nel 2005 è stato pubblicato dalla Codice Edizioni l’interessante libro di Mark C. Taylor : “Il momento della complessità”.

Non è il classico testo di introduzione alle teorie della complessità, “Il momento della complessità” è invece un buon esempio di riflessione ibrida, in quanto propone una analisi estremamente transdisciplinare del paradigma della complessità come momento storico, culturale e scientifico.
Non è un libro semplice e a volte troppo sbrigativo, ma bisogna dare merito all’autore di aver proposto una riflessione vasta e stimolante. Può essere una sfida, per il lettore non abituato a gestire tanti e diversi saperi, ma spero che molti apprezzino il costante oscillare tra l’umanistico e lo scientifico (saperi ancora troppo spesso distanti) che il libro propone.
Non meno importante, per chi vuole approfondire determinati argomenti, la presenza di una valida bibliografia.

Vi suggerisco questo libro che vi farà ragionare sull’importanza della sfida della complessità attraverso l’opera di architetti come Mies van der Rohe, Robert Venturi, Frank Gehry, di filosofi come Kant, Hegel, Michel Foucault, Jacques Derrida e Jean Baudrillard e degli artisti Renè Magritte e Chuck Close.
Tra gli autori della complessità che Taylor cita trovo interessante il lavoro di J.A.S. Kelso che non conoscevo.

Tecnologia e scienze del vivente: un circolo virtuoso

Rodney Brooks (direttore dell’Artificial Intelligence Laboratory e docente presso la cattedra Fujitsu di informatica del MIT) scrive: “[…] la mia crisi scientifica di mezza età si è realizzata nel passare dallo studio dei robot umanoidi a quello di una semplicissima domanda su ciò che significa essere vivi: quali sono i principi organizzativi che funzionano nei sistemi viventi? Nel mio laboratorio presso il MIT stiamo cercando di costruire robot dotati di proprietà tipiche dei sistemi viventi che il robot del passato non avevano” (su “I nuovi umanisti”, di J. Brockman [ideatore di http://www.edge.org ], Garzanti, 2005).
Perché un grande esperto di robotica si interessa alle scienze del vivente? Per anni si è pensato che la potenza crescente dei computer avrebbe permesso di avvicinarsi velocemente al superamento delle prestazioni di un essere umano. In realtà già ai tempi del calcolatore seicentesco di Pascal, composto di ruote dentate, l’uomo era superato nella velocità di calcolo, il problema è allora di intendersi su quali processi cognitivi vogliamo confrontarci.
La velocità di calcolo presa singolarmente è riduttiva se il nostro fine non è solo vincere a scacchi. Qualche centinaia di neuroni producono percezioni più veloci e complete di centinaia di migliaia di computer messi assieme. Oggi, sia nella ricerca pura che in quella industriale, avanza la necessità di produrre tecnologia in grado di gestire compiti complessi non solo sul versante di calcolo ma per esempio sul piano “percettivo” e di “interazione” con il cotesto e l’utente. La sfida è sempre più quella di sviluppare programmi e processori in grado di “sopravvivere” a danni, errori e virus. Di “adattarsi” al variare dei contesti, di essere “attivi” davanti alla novità e all’imprevisto. Non basta più un calcolatore velocissimo ma fondamentalmente “stupido”.
Queste nuove necessità conoscitive e produttive hanno fatto sì che negli ultimi 20 anni circa sempre più laboratori di informatica, robotica, ecc. abbiano sentito l’esigenza di confrontarsi con la biologia, le scienze cognitive, la neurologia e la psicologia.Potete immaginare le difficoltà di comunicazione nel coniugare esperti così distanti e competenze così vaste. Per questo sono sempre più premiate figure e riflessioni trasversali. Ricercatori come Brooks hanno capito l’importanza che può avere in robotica (ma non solo) la comprensione dell’ordine complesso che sottende la vita. Cerchiamo di capire perché.
L’efficacia adattiva e cognitiva degli esseri viventi è un tutt’uno con la logica che sottende il vivente stesso. Infatti, si è capito nelle recente biologia, che la vita è cognizione e la cognizione è vita. Oggi, in laboratori come quelli del MIT, non si guarda più solamente alle prestazioni ma si vuole andare a capire cosa succede nella “scatola nera” e per fare ciò, per esempio, lo studio e la simulazione di una singola cellula è una grandissima sfida per lo sviluppo di tecnologia sempre più “intelligente”. Il punto cruciale è capire che le capacità cognitive della vita sono un tutt’uno con la sua organizzazione e autoproduzione (autopoiesi).
Non si è ancora riuscito a ricostruire tutto il quadro che ha dato origine alla nascita della vita sulla terra ma è ormai assodato che il vivente sia un sistema ipercomplesso non lineare, emerso da un brodo primordiale il cui stato fisico e chimico era al limite col caos. Infatti, solo in un uno stato sufficientemente agitato (quindi ricco di scambi) ma non troppo (altrimenti prevale il caos) può emergere e conservarsi la vita. Come dice H. Atlan, possiamo immaginare la vita come una realtà, uno stato, una organizzazione a metà tra il cristallo e il fumo.
Il premio Nobel I. Prigogine ha studiato come in questi stati limite emergano in modo spontaneo strutture organizzative neghentropiche (sistemi dissipativi) non riducibili alla natura fisica e chimica che le sottende (se si riesce a mantenere il sufficiente flusso di energia e materia).
La vita è un sistema sufficientemente chiuso per avere autonomia e sufficientemente aperto per sfruttare informazioni, materia ed energia dall’ambiente circostante. L’autonomia permette di creare una “bolla” neghentropica in un universo di entropia, che produce la caratteristica tendenza della vita a diventare sempre più complessa (come vedremo, ovviamente anche cognitivamente).
La tendenza ad accrescere complessità organizzativa ha prodotto un numero straordinario di grandi rivoluzioni biologiche, rafforzate o affossate nel tempo dalla selezione naturale.Questo lungo processo evolutivo, da cui sono emersi sistemi sempre più complessi, sottende tanto la natura delle membrane cellulari, del dna, del sistema immunitario, quanto quella della psiche umana. Non ha infatti senso la dicotomia cartesiana che separa il soma (riducendolo alla fisica e alla chimica) dalla psiche. Non perché la psiche sia riducibile al sistema nervoso (di cui invece ne è il sistema emergente) ma perché la vita, la biologia e quindi il soma sono di per se stesse già un sistema cognitivo primordiale.
Perché la vita è cognizione e la cognizione è vita? Non dobbiamo dimenticarci che l’ordine vivente non contraddice l’ordine fisico e chimico (non è un miracolo) ma però non è nemmeno riducibile ad esso (come ha creduto la scienza per secoli). Il sistema vivente, nel suo essere un processo auto-produttivo e auto-organizzativo materiale è allo stesso tempo un processo che produce informazione. L’informazione è una realtà priva di senso senza un sistema cognitivo che la produce.
Come dicono Maturana e Varela nel loro interessantissimo “L’albero della conoscenza”, il sistema autopoietico compie un accoppiamento strutturale con la realtà esterna e così facendo produce un mondo.
Il girasole, seguendo la rotazione del sole, compie un classico esempio di una delle numerosissime proto-cognizioni di cui è composta la vita (vedi DNA, membrana cellulare, ecc.), che lungo la sua evoluzione neghentropia è arrivata a sviluppare le cognizioni vere e proprie (come le si intende nel linguaggio comune), fino alla coscienza umana. All’interno di questo sistema autopoietico e il suo caratteristico equilibrio tra chiusura e apertura sistemica (tra identità e appartenenza) si produce cognizione, si produce un mondo, ha vita e senso parlare di informazione.
Queste, a mio parere, sono (dette in modo troppo sintetico e me ne scuso) le scoperte fondamentali che stanno influenzando anche ambiti disciplinari come la robotica, l’I.A., ecc..Gli esempi di convergenza tra scienze del vivente e tecnologia sono numerosi ed è difficile averne un quadro completo. Una ricerca che stavo leggendo ultimamente è quella del Progetto Embryonics al Logic Systems Laboratori del Ecole Polytechnique Fédérale de Lausanne (EPFFL).
Questa ricerca: “…vuole sviluppare una metodologia per la concezione di circuiti elettronici digitali ispirati dai processi ontogenetici che guidano lo sviluppo degli organismi multicellulari in natura. [..] La motivazione di un tale tentativo dovrebbe essere ovvia, considerando che gli organismi multicellulari sono esempi impressionanti di sistemi massivamente paralleli: le 6×10¹³ cellule di un corpo umano, elementi relativamente semplici, lavorano insieme per esibire comportamenti estremamente complessi (tra i quali il più impressionante è l’intelligenza). Se consideriamo la difficoltà di programmazione dei computer paralleli, l’ispirazione biologica potrebbe suggerire degli approcci per trattare il parallelismo massivo nell’elettronica. Inoltre, la sorprendente capacità degli organismi biologici di sopravvivere a danni considerevoli può essere di grande interesse nella concezione di circuiti digitali, la cui crescente complessità sta facendo emergere il problema della tolleranza ai difetti (l’abilità di funzionare nonostante la presenza di difetti nel subsubstrato di silicio di un circuito).” (di G. Tempesti, D. Mange, E. Petraglio A. Stauffer; su Systema Naturale, 2004, Vol. 6 pp. 153-190).
Cos’altro aggiungere se non che è un fenomeno interessantissimo e da alimentare questo “circolo virtuoso” in cui discipline tradizionalmente distanti (se non a volte aliene) producono reciproci e validi stimoli per nuove conoscenze.
Crescono il numero di “esperti con competenze ibride” che sono a mio parere espressione di una accresciuta qualità nel livello della transdisciplinarietà maturata in questi trent’anni di sfida della complessità. Personalmente credo che siamo arrivati ad una massa critica di conoscenze che prelude ad un salto di livello della sfida della complessità e su questi temi mi impegno da tempo in vari progetti di convergenza, informazione e ricerca.
Permettetemi una parentesi finale. Logiche sistemiche e autopoietiche sono fertili modelli trasversali tra tutte le scienze del vivente e permettono non solo di ispirare le ricerche di piccoli robot insetti, reti neurali, ecc. ma anche di influenzare lo sviluppo dell’architettura di software, di quotidiana utilità.
Ultimamente mi ha colpito il progetto YackPack, di cui ho letto in questo articolo .
In particolare mi ha richiamato alla mente un modello della organizzazione della Psiche multipolare su cui sto lavorando da diversi anni. Ora non voglio tediarvi con voli pindarici ma, in linea con quanto vi ho scritto fin’ora, riflettevo con Leandro Agrò sulla possibilità di sviluppare un programma di gestione che fosse in linea con l’organizzazione della mente.
Non solo per l’ipotesi che un isomorfismo tra l’organizzazione del programma e la mente dell’utente sia premiato da una maggiore funzionalità e intuibilità, ma anche perché, come ho cercato di raccontarvi, la strategia migliore è inscritta nella organizzazione del vivente e la psiche è espressione di questo ordine alla ennesima potenza.