Radical evolution

 

Scrive Kevin Kelly di questo libro: “It isn’t often an author gets to herald the biggest news in the last 10,000 years. But you’ll get the full, uncensored, mind-blowing report here in this entertaining and surprisingly deep book. Meet soldiers who don’t sleep, animals controlled with joy sticks, computers controlled by merely thinking, the blind driving cars, and parents designing their kids — and that is just what is happening right now. Veteran scout Joel Garreau prepares ordinary readers for the ultimate question of this century: Who do you think we should be?“.

Ho già avuto modo di trattare il tema della Singolarità in questo mio precedente post, ma lo stimolante testo di Joel Garreau merita una riflessione. In una delle prime pagine Garreau fa notare come per secoli la tecnologia è stata sviluppata e adoperata soprattutto per far fronte a pericoli e sfide che venivano da “fuori”, dall’ambiente circostante, oggi c’è un cambio di rotta e le GRIN (Genetica, Robotica, Informatica e Nanotecnologia) punta verso l’interno: “… queste tecnologie hanno iniziato a fondersi con la nostra mente, i nostri ricordi, il nostro metabolismo, la nostra personalità, la nostra progenie e forse anche la nostra anima“.

Si fa sempre più concreta la necessità di riflettere sui futuri scenari in cui l’evoluzione tecnica-scientifica (dopo quella biologica e tecnica-culturale) innescerà un mutamento esponenziale, una Curva che stravolgerà ciò che oggi definiamo umano. Sembra fantascienza, lo so e onestamente io cerco di pormi sempre in una posizione critica, cauta e simpatizzo più per una interpretazione “debole” della Singolarità, ma di fatto siamo ad una fase di svolta che nei prossimi 50 anni ci costringerà a profonde trasformazioni.

Garreau, giornalista e redattore del Washington Post, intervista ricercatori che stanno plasmando il nostro futuro, organizzando le visioni raccolte in tre scenari: Paradiso, Inferno, Vittoria. Come potete immaginare i primi due scenari sono i più estremi in positivo e in negativo, mentre il terzo cerca di essere un compromesso più equilibrato, rappresentato soprattutto dalla intervista con Jaron Lanier (genio, tra i padri della realtà virtuale) capace di mantenere un equilibrio tra ciò che oggi sappiamo e la complessità, imprevedibilità del divenire, ma non solo, il fascino del pensiero di Lanier è la capacità di mettere al centro l’uomo e le sue necessità relazioni.

Gli autori intervistati sono numerosi, c’è ovviamente il solito Kurzweil che in questo libro conferma la mia ipotesi secondo la quale, come tanti geek e singolaristi, sotto l’eccessivo entusiasmo nascondo spesso un inconsapevole immaginario simil gnostico; tema attualmente significativo nell’inconscio colletivo della societa occidentale (pensiamo ai successi di Matrix e Il Codice Da Vinci) che merita a mio parere di essere analizzaro, fatto emergere e non solo “agito” irrazionalmente, visto la capacità trasformativa delle ricerche scientifiche, tecnologie che speriamo siano gestite da persone il più possibile consapevoli di quello che stanno facendo e non guidati da un forte quanto poco chiaro desiderio trascendente.

E’ difficile trovare raccolte in un unico testo interviste e citazioni di così tanti esperti, di diverse discipline, utile per farsi un quadro generale. Nell’insieme dei contributi, hanno un certo rilievo gli incontri con alcuni ricercatori del DARPA (agenzia di ricerca del Dip. della Difesa USA dove si portano avanti le ricerche più estreme e potenzialemente trasformative sull’interazione uomo-macchina, “l’integrazione” uomo-macchina e il potenziamento umano) che ci mostrano come sia sempre più sottile la distanza tra scienza e fantascienza negli anni a venire.

Per questo ritengo molto importante che la gente comune si mantenga informata sugli sviluppi della scienza e della tecnica perché i referendum e i dibattiti sulla genetica, sull’energia, ecc. sono solo all’inizio e saranno scelte che condizioneranno sempre più la nostra vita. Per questo è fondamentale che si usino tutti gli strumenti e le risorse perchè la scienza sappia comunicare nel modo più efficace e diffuso i propri sviluppi, sfruttando magari le potenzialità della rete, il networking (da alcuni anni sto lavorando in questa direzione sviluppando network scientifici su cui spero presto di fare dei post).

Kurzweil rimane esagerato e una buona fetta delle su previsioni sono da raddoppiare come tempistiche (se mai si realizzaranno in quella maniera) ma non mancano possibili sviluppi e novità proposte in tutto il libro che possono arrivare anche prima del previsto! La maggior parte dei temi principali dell’innovazione scientifica e tecnologia sono toccati. Mi colpisce in particolare la genetica (speriamo che tra 15 anni la cura di molte malattie come il cancro subiscano l’accelerazione prevista), l’integrazione uomo-macchina (seguo con interesse lo sviluppo delle interfacce neurali), l’impatto del virtuale sul mentale (la diffusione degli assistenti virtuali e dell’immersione) e le dimaniche sociali e relazionali a “sciame” (swarming) prodotte dalla rete e della futura ICT.

Un’ulteriore merito di questo testo è di mostrare anche le motivazioni biografiche, i desideri, le paure che plasmano le idee e le ricerche di alcuni esperti significativi. Non è secondario in quanto non credo che si possa ridurre lo sviluppo tecnologico ad un movimento autonomo ma lo interpreto maggiormente (come Lanier e altri autori) una co-costruzione dove l’uomo ha un ruolo centrale. Fare i conti con i miti e i desideri che ci guidano in questa fase di trasformazione può fare la differenza ed evitare di sottovalutare pericoli e di agire in preda a deliri d’onnipotenza. Spero si riesca a trovare un equilibrio perché altrimenti è possibile che si allunghi l’ombra dello scenario Inferno proposto da Bill Joy che un giono sulla nota rivista Wired scrisse questo famoso articolo: “Why the future doesn’t need us“.

Non bisogna però nemmeno rifugiarsi in visioni e dicotomie che hanno fatto il loro tempo, bisogna accettare la sfida per cercare di cavalcare l’onda che non va presa troppo presto altrimenti ne saremo schiacciati ma nemmeno troppo tardi altrimenti la perderemo.

Per concludere, che non guasta mai, a fine testo è presente un valido elenco di testi e links come letture consigliate che rendono questo libro ancora più valido.

Immagini e linguaggi del digitale

Il libro di Andrea Granelli e Lucio Sarno è un interessante tentativo di indagare come lo sviluppo e la diffusione dell’ICT, in relazione alla banda larga, sia così complessa da necessitare una sempre maggiore competenza sul sistema utente in tutti i suoi livelli sociali, culturali e in particolare psicologici. Mi sembra che questo valido libro confermi delle riflessioni che anch’io porto avanti da anni.

Da un lato, come il Web 2.0 insegna, una maggiore competenza sull’utente permette di “spremere” la tecnologia che già abbiamo, senza dover investire e rischiare in innovazioni tecnologiche difficili e costose. A posteriori sembra tutto semplice, ma non è banale reinterpretare l’interazione, secondo una visione più sistemica, in cui l’utente è un soggetto più attivo e ricco di processi emergenti, di auto-orrganizzazione sui quali “agganciarsi” per progettare interfacce e prodotti più completi. Per fare questo è necessario andare oltre la miopia di una competenza solo specialistica, “verticale” integrandola con una visione più completa, “orizzontale”, transdisciplinare. Da un certo punto di vista, questo nuovo margine di reinterpretabilità della tecnologia già nota e collaudata, per lo sviluppo di nuovi prodotti, servizzi non è legato solo al web ma tocca molte altre tecnologie. Per esempio, il Wii della Nintendo a mio parere è una idea vincente che si basa sul medesimo processo di messa a fuoco dei possibili agganci dati dal sistema utente. Si potrebbe parlare di una Immersione 2.0 ma ne parlerò in un altro post.

Altro fattore imporante della rivoluzione digitale in atto è la progressiva emersione della Psiche, non a caso, uno dei due autori, Lucio Sarno, è uno psicoanalista. Ho già avuto modo di introdurre questo argomento, in relazione ai possibili scenari di sviluppo del virtuale, in questo post sul mio intervento a Frontiers of Interaction III. Su questo versante si potrebbe sintetizzare dicendo che, l’ergonomia cognitiva non basta più ma si rende sempre più necessario e utile anche approccio psicodinamico, cioè che sappia scovare anche nelle dinamiche più profonde, emotive, pulsionali, immaginali validi punti di “aggancio” per lo sviluppo di prodotti e nuove tipologie di markting e comunicazione.

Infine c’è l’impatto culturale e sociale dell’ICT e della banda larga che plasmando a grande velocità, il nostro modo di socializzare, di raggiungere, produrre e condividere conoscenza (vedi società della conoscenza), di sviluppare una identità sociale diffusa, crea nuove metafore, valori, desideri nell’immaginario collettivo sempre più affamato di nuove metafore per la urgente necessità interpretare questa veloce e complessa realtà. Nuove Culture di Interazione da saper anticipare grazie ad un attento occhio psicosociale che non sempre le aziende hanno la capacità di fare proprio e al più delegano alla consulenza. Io credo che per fare innovazione oggi non abbiano più senso certe distanze, distinzioni e deleghe certe competenze devono divetante parte integrante delle aziende, in team veramente ibridi e non solo di facciata. Perché non ci si può più permettere di dilatare i tempi, di delegare le numerosissime competenze necessarie oggi che sin da principio devono “impollinare” le idee e intuizioni che daranno origine a nuovi prodotti e servizzi. Chi ha il coraggio di farlo?

Per concludere credo che Andrea Granelli proponga un ottimo punto di vista, rispetto il suo coraggio di aver scritto un libro del genere con un analista,  e lo seguiro con molto interesse.

Arte in Second Life

Ieri sera ho partecipato ad un interessante doppio evento in RL (Spazio Pubblico Shake) e in SL (Decoder Island sviluppata da Idearium e Gomma) sull’opera dell’artista Prof. Bad Trip segnalatomi da Aaron.

Se pur non in questo caso specifico, essendo purtroppo mancato l’artista l’anno scorso (non è stato quindi lui l’autore della sim che ospita le sue opere), riflettevo in generale su come, in Second Life, il “luogo” in cui è esposta l’arte possa essere parte integrante dell’opera e dell’intento comunicativo degli artisti.

Sin dai tempi delle opere e provocazioni di Duchamp la natura sociale, economica e istituzionale dell’arte è considerata come limite e allo stesso tempo come “strumento” di creazione dell’opera d’arte stessa, rimettendo in discussione il “luogo”. Da un lato le gallerie e musei, intesi come luoghi che legittimano e distinguno cosa sia arte da cosa non lo sia, sono attaccati relativizzati, in onore della sublime e tragica possibilità dell’uomo di trascendere i propri modelli, anticipando la post modernità. Dall’altro, si associa ad un processo di “demolizione” (mi verrebbe da dire “fatta con il martello”, come il modo di fare filosofia di Nietzsche) un processo di “costruzione” che porta ad usare la società e la massa (come vedremo poi anche in molta dell’arte della seconda metà del ‘900) come pennello, come scalpello, come “strumento” per fare arte.

“Luogo” come veicolo, come mezzo per per trasfomare la società in strumento creativo e provocatorio.

Forse tutto questo ha una sua ulteriore evoluzione in Second Life. E’ importante ricordare, in questo periodo di enorme centralità mediatica di SL, che ovviamente il rapporto tra arte e virtualità non nasce di certo oggi con SL. Forse la differenza oggi, nella ricerca e sperimentazione tra arte e virtuale, è dovuta soprattutto alla raggiungibilità, diffusione, naturalizzazione di un mondo com SL che arriva nelle case di tutti e non necessita di particolari visori o apparecchiature complesse.

Trovo quindi molto stimolante l’opportunita che hanno gli artisti di essere artefici non solo ovviamente delle loro opere ma anche del “luogo” virtuale che le contiene. Certamente anche SL ha dei limiti di varia natura (tecnica, sociale, economica), sarà interessante vedere come saranno utilizzati e rielaborati dagli artisti, ma anche nuove e non ancora esplorate possibilità espressive e creative. In SL si possono non seguire alcune leggi fisiche e caratteristiche del mondo reale. La visibilità può essere notevole a fronte di costi contenuti e chissà quali usi, culture di interazione, interfacce vedremo nei prossi anni.

Insomma per ora il connubio arte e SL sembra promettente.

Qui trovate un articolo del Corriere della Sera sull’evento.

Blair e la manipolazione genetica degli embrioni umani

Nel frastuno delle tante notizie nazionali e internazionali di questi giorni è passata un pò in secondo piano la storica proposta di Blair di consentire in GB la manipolazione genetica degli embrioni umani. Più precisamente sarà consentito, a soli fini di ricerca, manipolare embrioni umani che verranno distrutti entro il quattordicesimo giorno di “vita”. E’ un passo fondamentale che, superando la precedente regolamentazione (Human Fertilisation and Embryology Act), ci avvicina sempre più a potenziali scenari di eugenetica. C’é chi lo ritiene un passaggio inevitabile, sottolineando come l’evoluzione biologica umana è destinata ad integrarsi con una evoluzione scientifica e tecnologica. Altri vedono solo ombre, rivendicando i confini dell’identità umana per quanto fragile. Io credo che ci siano ragioni da entrambe le prospettive ma quello che mi fa più riflettere è la netta differenza di velocità tra lo sviluppo delle conoscenze scientifiche-tecnologiche e lo sviluppo culturale, sociale e psicologico del uomo come singolo e come collettività. In un precedente post avevo segnalato il video del grande Mauro Ceruti che descriveva come, negli ultimi anni, la sua attenzione è indirizzata proprio a capire e affrontare questo divario, questo “squilibrio”. Potete vedere il video qui.Non credo che sia una questione di tabù ma di essere all’altezza delle possibilità e libertà che inseguiamo avidamente. Maggiore libertà non è solo rottura di vecchi vincoli e catene ma è anche una maggiore responsabilità verso se stessi e gli altri. La libertà è spesso anche solitudine. E’ bene capire quali sono le fantasie che ci muovono sotto la superficie di razionalità ed efficienza che le ricopre. Non è certo l’avidità che ci può dare nuove metafore, modelli e strumenti per gestire delle rivoluzioni. In un certo senso, da più versanti, la ricerca tecnica e scientifica ci spinge a guardarci dentro a mettere in atto un processo di sana introversione per trovare un senso. Infatti, oggi, incapaci di avere una rotta (perchè deve essere spesso complessa e non lineare) ci identifichiamo troppo spesso con l’agire, con l’azione che non distingue il “dentro” dal “fuori”, borderline. Il rischio è quello di fare come gli alchimisti che, proiettando la loro ricerca psicologica, interna, con la materia reale finivano per avvelenarsi col mercurio. Nella foto ho messo un bellissimo romanzo di fantascienza (per ora) che ipotizza uno dei possibili scenari che la sfida genetica ci può aprire tra qualche decennio.

Devescovi – Jung e le Sacre Scritture –

Ho avuto la fortuna di conoscere Pier Claudio Devescovi e di apprezzare la sua ricerca prima della pubblicazione di “Jung e le Sacre Scritture”. E’ un libro che consiglio, anche se un po’ per addetti ai lavori. Che piaccia o meno, c’è un immaginario che sottende anche un periodo ipertecnologico come il nostro. La tradizionale custode di questo immaginario, in occidente, è stata per duemila anni il Cristianesimo ma la Chiesa non nasconde le attuali difficoltà nel riuscire a parlare al cuore delle persone.
Perché nel 2006 la teologia ufficiale è ancora legata alla Scolastica? Che fine ha fatto il significativo dibattito teologico del Rinascimento? Quale apporto può dare la Psicologia Analitica a queste questioni?
I fenomeni ampi e complessi è meglio osservarli da più punti di vista, e per capire le dinamiche che sottendo l’attuale periodo culturale è necessario addentrarsi anche sotto la superficie della coscienza collettiva. Le intuizioni di Carl Gustav Jung sono più vive che mai e Devescovi propone una interpretazione molto interessante e coraggiosa.

I sistemi emergenti

E’ uscito di recente il nuovo libro del Prof. Pier Luigi Luisi, un ricercatore che tiene alta la bandiera della scienza italiana nel mondo. Luisi si occupa della origine della vita intesa come sistema autopoietico. Qui potete trovare una breve introduzione al suo testo “The Emergence of Life – From Chemical Orgins to Synthetic Biology“.
E’ da questo genere di ricerche di base che, da almento vent’anni, nascono idee, ipotesi, teorie che influenzano numerose altre discipline scientifiche (e non) arrivando a produrre modelli di riferimento anche per la progettazione in molti campi come le organizzazioni e la tecnologia.

Ibride riflessioni sulla complessità

Nel 2005 è stato pubblicato dalla Codice Edizioni l’interessante libro di Mark C. Taylor : “Il momento della complessità”.

Non è il classico testo di introduzione alle teorie della complessità, “Il momento della complessità” è invece un buon esempio di riflessione ibrida, in quanto propone una analisi estremamente transdisciplinare del paradigma della complessità come momento storico, culturale e scientifico.
Non è un libro semplice e a volte troppo sbrigativo, ma bisogna dare merito all’autore di aver proposto una riflessione vasta e stimolante. Può essere una sfida, per il lettore non abituato a gestire tanti e diversi saperi, ma spero che molti apprezzino il costante oscillare tra l’umanistico e lo scientifico (saperi ancora troppo spesso distanti) che il libro propone.
Non meno importante, per chi vuole approfondire determinati argomenti, la presenza di una valida bibliografia.

Vi suggerisco questo libro che vi farà ragionare sull’importanza della sfida della complessità attraverso l’opera di architetti come Mies van der Rohe, Robert Venturi, Frank Gehry, di filosofi come Kant, Hegel, Michel Foucault, Jacques Derrida e Jean Baudrillard e degli artisti Renè Magritte e Chuck Close.
Tra gli autori della complessità che Taylor cita trovo interessante il lavoro di J.A.S. Kelso che non conoscevo.