Blair e la manipolazione genetica degli embrioni umani

Nel frastuno delle tante notizie nazionali e internazionali di questi giorni è passata un pò in secondo piano la storica proposta di Blair di consentire in GB la manipolazione genetica degli embrioni umani. Più precisamente sarà consentito, a soli fini di ricerca, manipolare embrioni umani che verranno distrutti entro il quattordicesimo giorno di “vita”. E’ un passo fondamentale che, superando la precedente regolamentazione (Human Fertilisation and Embryology Act), ci avvicina sempre più a potenziali scenari di eugenetica. C’é chi lo ritiene un passaggio inevitabile, sottolineando come l’evoluzione biologica umana è destinata ad integrarsi con una evoluzione scientifica e tecnologica. Altri vedono solo ombre, rivendicando i confini dell’identità umana per quanto fragile. Io credo che ci siano ragioni da entrambe le prospettive ma quello che mi fa più riflettere è la netta differenza di velocità tra lo sviluppo delle conoscenze scientifiche-tecnologiche e lo sviluppo culturale, sociale e psicologico del uomo come singolo e come collettività. In un precedente post avevo segnalato il video del grande Mauro Ceruti che descriveva come, negli ultimi anni, la sua attenzione è indirizzata proprio a capire e affrontare questo divario, questo “squilibrio”. Potete vedere il video qui.Non credo che sia una questione di tabù ma di essere all’altezza delle possibilità e libertà che inseguiamo avidamente. Maggiore libertà non è solo rottura di vecchi vincoli e catene ma è anche una maggiore responsabilità verso se stessi e gli altri. La libertà è spesso anche solitudine. E’ bene capire quali sono le fantasie che ci muovono sotto la superficie di razionalità ed efficienza che le ricopre. Non è certo l’avidità che ci può dare nuove metafore, modelli e strumenti per gestire delle rivoluzioni. In un certo senso, da più versanti, la ricerca tecnica e scientifica ci spinge a guardarci dentro a mettere in atto un processo di sana introversione per trovare un senso. Infatti, oggi, incapaci di avere una rotta (perchè deve essere spesso complessa e non lineare) ci identifichiamo troppo spesso con l’agire, con l’azione che non distingue il “dentro” dal “fuori”, borderline. Il rischio è quello di fare come gli alchimisti che, proiettando la loro ricerca psicologica, interna, con la materia reale finivano per avvelenarsi col mercurio. Nella foto ho messo un bellissimo romanzo di fantascienza (per ora) che ipotizza uno dei possibili scenari che la sfida genetica ci può aprire tra qualche decennio.

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