L’AMOR CHE MOVE IL SOLE E L’ALTRE STELLE

https://www.raiplay.it/video/2025/03/Il-Sogno-934482dc-d556-4191-a973-634d1756a1cc.html?wt_mc=2.www.cpy.raiplay_vid_IlSogno.

Un sentito grazie all’impegno di Roberto Benigni nel cercare di risvegliare in noi la capacità di tornare a pensare in grande: IL SOGNO.

– L’orgoglio, la gioia ed il miracolo di sentirci fratelli e sorelle europei, dopo migliaia di anni a farci la guerra.
– La differenza tra patriotismo e nazionalismo.
– Uno spirito pacifico che non sia pacifinto e fuori dalla realtà attuale.
– Il non confondere i problemi dell’Unione Europea, da migliorare, con il mal riposto tentativo di disgregarla e non concludere il processo federale.
– Ricordare e lasciarci ispirare dai piccoli e grandi eroi che hanno tenuta viva la speranza per un mondo più libero, giusto e solidale.
– Il miracolo della democrazia, della società di diritto, della libertà e di molti principi fragili ma preziosi da coltivare e proteggere ogni giorno.

Spero sarà presto sottotitolato anche in altre lingue.
La conosciamo tutti l’inerzia costante alla dissoluzione, alla frammentazione, alla dissipazione, all’entropia, che porta all’impotenza, alla delusa sfiducia. La vita è aggregazione, coordinazione, incontro, sistema, “L’amor che move il sole e l’altre stelle” disse il Poeta. Un’auto-organizzazione per surfare l’entropia e continuare a fiorire.
In cuor nostro sappiamo cosa sia il bene, anche se il nostro cuore, in misura diversa, è ferito e congelato; fa parte del percorso se non ci arrendiamo. La via più facile e breve è quella che ci porta in dietro alla lunga, ci irrigidisce, ci fa regredire, ci rende opportunisti, insensibili e a volte stolti. La banalità del male è una sfida per ciascuno di noi.

Da vedere con i figli ed i nipoti, in modo che siano pronti per essere coraggiosi e giusti.

Le nuove generazioni sono più fragili?

Negli ultimi anni sono uscite diverse ricerche sulla crescente domanda di psicoterapia, nei paesi occidentali. In particolare, da parte delle nuove generazioni sino ai giovani adulti (20-28 anni). Un testo interessante a riguardo, con anche delle proposte pragmatiche a livello di sistema sanitario, è: Il potere della psicoterapia psicologia (di R. Layard e D.M. Clark).

Per quanto riguarda le statistiche in Italia possiamo avere alcuni riferimenti per approfondire nell’articolo “Salute mentale in Italia: una crisi invisibile” della rivista online State of Mind.

Da qualche anno mi è capitato di riflettere su questi temi con diverse persone e colleghi. Il mio campione non è di certo rappresentativo di tutte le visioni ma, per quello che ho notato sino ad ora, possiamo così raggruppare le prospettive più diffuse:

  1. i giovani di oggi sono fragili;
  2. c’è una cultura del vittimismo;
  3. i genitori sono troppo infantili;
  4. troppa psicoterapia patologizza eccessivamente;
  5. difficile diventare adulti in un mondo così complesso e incerto;
  6. i social network stanno rovinando i giovani.

Probabilmente non ho considerato altri punti di vista. Se vuoi aggiungerli nei commenti ti ringrazio.

Di primo acchito intravedo, in proporzioni diverse, una quota di verità in ciascuno di questi argomenti ma da disambiguare. Quello che propongo è una chiave di lettura ampia che cerca di intercettare la coevolzuione tra le dinamiche collettive della società e le psicologie individuali che la compongono. Uno scenario interpretativo che necessita di approfondire ricerche sociologiche e statistiche.

Prima di vedere punto per punto, è però importante chiarire che il mio discorso è assolutamente generale, complessivo, sui grandi numeri. Gran parte delle riflessioni psicologiche devono poi nel concreto calarsi nella specificità di ciascun individuo. Non è un caso che parte del processo psicoterapeutico sia permettere al paziente di scoprire e coltivare la propria unicità e specificità. Quindi non è per nulla detto che quello che ipotizzerò in senso generale possa valere per uno specifico adolescente o giovane adulto che tu conosci.

1. I giovani di oggi sono fragili

La mia impressione è che:

dalla generazione x in poi, sia gradualmente cresciuta la domanda di individuazione dei giovani. La domanda “chi sono veramente e cosa voglio” non è più considerata il lusso di una minoranza, ma una necessità psicologica ed esistenziale sempre più diffusa per dare senso al proprio progetto di vita.

Le sfide di realizzazione economica, sociale ed affettiva rimangono le principali, ma le si affronta con una maggiore attenzione alla propria specificità di valori, sensibilità, talenti, vocazioni, meno secondo criteri collettivi di puro adattamento. Appunto c’è una maggiore necessità di individuarsi non basta funzionare, non basta adattarsi. Se quello che scrivo, per quanto incompleto e generale, è una ipotesi sufficientemente sensata:

l’apparente fragilità di molti giovani è in realtà una richiesta di verità psicologica e di senso esistenziale maggiore, che l’attuale società e comunità adulta media non sa riconoscere e accogliere adeguatamente.

Quindi spesso noi adulti proiettiamo un senso di impotenza sui più giovani perché ci fanno da specchio rispetto alle nostre parti rimosse, negate, non coltivate che proiettiamo su di loro come fragilità, immaturità, mancanza di realismo.

Ma quello che chiedono i giovani non è solo un realismo economico e sociale ma un realismo psichico ed esistenziale, che se non sapremo raccogliere e sviluppare potrà prendere in certi frangenti una forma distruttiva.

2. C’è una cultura del vittimismo

La sensazione è che sia in atto tra i giovani una specie di biforcazione (come si usa dire nei sistemi complessi), nella quale chi riesce a cavalcare la complessità dei tempi fiorisce con una ricchezza di capacità nettamente superiori alle generazioni passate. Chi invece rimane schiacciato dalla incertezza e complessità cade in uno stato di alienazione e spaesamento maggiore che in passato, quando la società (nel suo essere maggiormente normativa, collettivizzante, gerarchica, con più chiari confini e distinzioni) era quanto meno più contenitiva dal punto di vista esistenziale e identitario.

Maggiore libertà e possibilità concerne anche una maggiore angoscia e responsabilità nel progettare se stessi, rispetto ad un passato in cui il limite e la coercizione ci permetteva di avere un nemico esterno chiaro su cui proiettare tutta la nostra rabbia e desiderio.

La tentazione di rimanere eterni adolescenti non è iniziata adesso ma già con la generazione x. Questo è uno dei motivi per cui è ancora così difficile integrare autorità con autorevolezza nell’essere genitori. Un tempo bastava l’autorità, ma non ha senso tornare indietro.

3. I genitori sono troppo infantili

Divenire adulti oggi è molto più complesso. Il modello stesso di adulto come colui che sa vivere all’interno delle regole comuni, lavorare, farsi una famiglia, leggere e scrivere non basta più. Servono delle competenze anche di introspezione, emotive e relazionali che un tempo potevano essere più blande. La maggiore capacità di metacognizione che richiedono le nuove generazioni è spesso mancante nei genitori che sono cresciuti in una terra di mezzo culturale tra il mondo dei baby-boomer, tutto proiettato all’esterno (all’adattamento materiale e sociale), e la sfida collettiva psicologica dei nati dopo il 2000. Suggerisco il libro di Matteo Lancini dall’esplicativo titolo: “Abbiamo bisogno di genitori autorevoli“.

Essendosi ridotto il confine chiaro tra adulto e giovane (un tempo segnato da un principio culturale di gerarchia e autorità), nel tentativo di essere autorevoli i genitori delle ultime generazioni sono ingaggiati nella loro totalità psichica, scoprendosi più facilmente non risolti nelle loro nevrosi infantili che proiettano sui figli.

La sfida di essere adulto, genitore, professionista, cittadino psicologicamente maturo e consapevole non è non più aggirabile per i nati dopo il 2000 ma una necessità anche per i loro genitori.

4. Troppa psicoterapia patologizza eccessivamente

Per le nuove generazioni, il crescere ed essere all’altezza del complesso mondo attuale, necessita di una maggiore integrazione del processo di adattamento e individuazione. Il saper stare al mondo tanto quanto il sapere chi si è e cosa si vuole. Per questo non possiamo pensare che integrare un lavoro su di sé psicologico nel percorso di crescita e vita sia sbagliato. Anzi, a mio avviso, è parte proprio del nuovo modello di adulto con maggior competenze metacognitive.

Ma visto che sono cambiamenti culturali lenti, la percentuale di genitori e istituzioni educative capaci di farsi carico di questa maturazione psicologica e relazionale è ancora insufficiente. Per questo si rende necessario in questi anni una crescente domanda di psicoterapia.

Uno dei rischi è che la crescita psicologica diventi medicalizzata. Un riparare invece che un fiorire. Dovrebbe a tendere invece essere parte del percorso di crescita, come imparare a leggere e scrivere. Un’altro rischio è che se la/o psicoterapeuta non ha sufficiente esperienza, la capacità di discernimento tra il disagio psicopatologico ed il disagio esistenziale può essere mancante, creando una visione tecnicista fuorviante. Il rischio di medicalizzare, può portare alla tentazione di nascondersi dietro una etichetta diagnostica per non maturare.

Quindi la sfida consiste nel cambiare culturalmente il modello di adulto, renderlo nei decenni patrimonio della comunità media degli adulti, dei genitori, del modello di scuola e nel mentre sperare di incontrare la/o psicoterapeuta giusto che sopperisca al lento sviluppo collettivo.

5. Difficile diventare adulti in un mondo così complesso e incerto

Nei paesi sviluppati le nuove generazioni mediamente hanno una quantità di opportunità e comodità inimmaginabili rispetto a cinquant’anni fa, ma la probabilità di migliorare il proprio stile di vita rispetto alle generazioni precedenti si è eroso. Questo produce uno stallo, una mancanza di fiducia nel futuro, un rimandare, una incertezza cronica. Allo stesso tempo la competizione è aumentata. L’inflazione del potere della laurea, la competizione globale e quindi l’asticella si è alzata. Essere laureato negli anni ’70 non è come essere laureato nel 2025. Siamo in un ciclo economico e geopolitico di fragilità dell’egemonia occidentale, dopo il boom del dopo guerra.

Se sommiamo le sfide psicologiche, culturali, esistenziali, economiche, geopolitiche, di accelerazione tecnologica, ecologiche è comprensibile che i giovani siano spaventati.

Dovremo tornare ad essere coraggiosi, ma serve una visione, un ideale, dei valori in cui credere senza ricadere negli errori passati dell’integralismo e delle ideologie.

Questo è lo stallo esistenziale post-moderno in cui ci troviamo da decenni e la soluzione non è smettere di non raccogliere la radicale domanda di senso che soggiace dentro noi umani, illudendoci che il benessere materiale e la libertà sociale ne riduca l’urgenza.

Serve qualcosa in cui credere per resistere ai periodi più duri, oltre ad una rete sociale e leadership diffusa più evoluta. Non la tentazione salvifica del leader ma la giusta cultura di leadership come scrive giustamente Alessandro Cravera nel suo libro “Essere leader in un mondo complesso“.

6. I social network stanno rovinando i giovani

Questo è forse il punto più facile da constatare e sul quale essere d’accordo. La coevoluzione con i nostri artefatti cognitivi ci fanno da specchio sul nostro livello di consapevolezza psicologica ed etica individuale e collettiva. Meno siamo resilienti, consapevoli e magari viviamo in un contesto degradato culturalmente e relazionalmente più i social network e in generale internet saranno un’occasione di alienazione e un fuorviante condizionamento. Suggerisco tra i tanti testi di approfondimento suggerisco il recente: “Generazione ansiosa” di J. Haidt.


Etichettarli solo come fragili è una fuga da se stessi, come genitori, parenti, adulti, insegnati, cittadini, ecc.. Una difesa miope cha a volte risuona come certo qualunquismo narcisista anni ’80. I nostri figli, nipoti, studenti non vengono fuori dal nulla.

Cosa possiamo fare per le nuove generazioni? Che opportunità di conoscere meglio noi stessi e il mondo ci offrono proprio con le loro fragilità?

Pillola rossa o pillola blu?

Collaborare a lavoro e la complessità delle relazioni umane

Pochi giorni fa scrivevo ad un imprenditore e CEO con il quale ci conosciamo da diversi anni. Un professionista che stimo per la sua intelligenza, a cui piace teorizzare ma per poi essere pragmatico sul campo. Ha una forte abilità di analisi e problem solving, che spesso si esprime nello sviluppo di modelli, strategie e prassi. A suo modo un innovatore. Non mancano nel suo repertorio anche pratici elenchi di consigli su come collaborare e gestire le persone.

Con l’auspicio di integrare le sue già ampie prospettive gli suggerivo di notare come i suoi corretti elenchi di consigli avessero in sé una implicita antropologia illuministica. Come se considerasse di fondo gli esseri umani dei soggetti razionali, coerenti e perfettamente consapevoli di sé a cui basta dare delle indicazioni chiare, operative per incrementare la loro capacità di crescere nel team e professionalmente. I consigli erano per lo più corretti, infatti il punto non era il contenuto proposto ma l’implicita speranza che bastasse spiegare il modello più valido per risolvere tante difficoltà.

Il mio suggerimento non era sulla teoria corretta, ma sulla prassi. Come ci trasformiamo, come possiamo evolvere psicologicamente e relazionalmente in quanto persone e in quanto professionisti? Cosa serve per cambiare non solo in superficie?

Non siamo soggetti chiari a noi stessi, coerenti, consapevoli quanto vorremmo. A vari gradi fanno parte della nostra vita psichica conflitti tra parti interne, di cui il più delle volte siamo inconsapevoli ma profondamente condizionati. Conflitti che finiamo spesso per inconsciamente proiettare all’esterno sugli altri. Per esempio parti di noi che temiamo o svalutiamo ci attirano inconsciamente l’attenzione e la reattività quando sembrano incarnate dall’atteggiamento di qualcun altro. Oppure un collega ricorda un parente che ci faceva sentire in soggezione e noi ci mettiamo sulla difensiva, ci irrigidiamo non dando la possibilità all’altro (e a noi stessi) di comprendersi. Altro esempio, siamo così bisognosi di contrastare un inconscia paura di non valere che ci identifichiamo con una maschera di grandiosità narcisista esplicita o vulnerabile.

Questi rapidi, e per nulla esaustivi, accenni possono aiutare a far intravedere la complessità della collaborazione, senza ancora dover mettere in gioco gli inevitabili conflitti di interessi che avvengono nella vita e nel lavoro.

Suggerimento: ascolta se una parte di te dice una cosa tipo:

“Ma no, non mi riguarda. Ho tanta esperienza. Io conosco me stesso a sufficienza e capisco gli altri. Non ho tempo da perdere, devo concentrarmi sugli obiettivi esterni. Mi basta l’esperienza fatta sul campo a lavoro. Questo post forse è per i più giovani o per le persone più in difficoltà che devono guardarsi dentro, non per me.”

Riesci a rimanere aperto alla possibilità che possa esserti comunque utile? Riesci a mettere tra parentesi questo pensiero, senza barricartici dietro per cercare un senso di protezione? Non sono questioni semplici tutto o niente, nero o bianco, forte o fragile, ecc.. Certo che hai dei lati molto maturi, capaci, esperti e quel patrimonio di capacità rimane lì pronto ad esserti di supporto. Il più delle volte è il dolore che ci costringe a guardarci dentro. Quando qualche cosa che non funziona supera un certo limite. Ma non siamo costretti ad arrivare a star troppo male per metterci in gioco internamente e relazionalmente. Possiamo darci la possibilità di incrementare la nostra consapevolezza e libertà perché vogliamo ulteriormente fiorire, perché stiamo vivendo intensamente, non solo perché c’è qualcosa da curare.

Pillola rossa* o pillola blu?

* [Nota: mi rifaccio al concetto classico metaforico del film Matrix non all’uso reazionario più recente del concetto di pillola rossa]

Togliamo il dubbio, non mi sto riferendo al modo di funzionare di persone particolarmente afflitte da disagio psichico ma, a vari gradi, del “normale” funzionamento umano. Queste sfide relazionali e di comunicazione vanno poi a combinarsi con diversi stili cognitivi, tipologie psicologiche, culture di provenienza che possono creare incomprensioni, fraintendimenti ulteriori. Si è un ginepraio, ma meglio saperlo e affrontarlo senza illusioni.

In generale il concetto stesso di leader è meglio sostituirlo con un concetto più relazionale come quello di leadership diffusa.

“Ok, diciamo che ho capito… ma quindi in pratica cosa si può fare? Altrimenti mi sento solo impotente dinnanzi a tutta questa complessità. Io sono uno a cui piace fare, agire nel mondo non stare a guardarmi dentro.”

A questo punto non posso esimermi anch’io dal fare un elenco! 🙂

  1. Equilibrare la conoscenza in terza persona tecnica e scientifica con la conoscenza in prima persona emotiva e relazionale vissuta e sentita, non solo teorizzata (ci sono diversi modi per farlo);
  2. si può capire e aiutare (psicologicamente) l’altro solo in misura della capacità di aver noi stessi sufficientemente realizzato la questione che l’altro ci pone con il suo modo d’essere;
  3. da una certa complessità di sfide e livello di collaborazione in su non si può separare persona da professionista, l’utile ingegnerizzazione delle prassi e relazioni umani arriva sino ad un certo punto;
  4. le soft-skills sono il prodotto di un profondo lavoro di regolazione emotiva, metacognizione, mentalizzazione, integrazione del corpo, competenze relazionali, ritiro delle proiezioni, discernimento tra propri schemi interpretativi e le situazioni obiettive; in altre parole, un salto di qualità della formazione psicologica delle persone in genere e in particolare di chi si assume certe responsabilità (non basta un corso d’aula, leggere un libro, si deve lavorare direttamente con le proprie emozioni, credenze e comportamenti).

La consapevolezza e la coerenza tra le parti interne, così come quella tra il “dentro” (del nostro vissuto interiore) ed il “fuori” (delle relazioni con gli altri) è il lavoro di una vita! È una delle componenti più importanti dell’avventura umana. La coerenza, la consapevolezza, l’individuazione, la resilienza e la capacità di discernimento non ci sono date come capacità alla nascita ma sono potenzialità tutte da coltivare.

Cosa fare?

Cosa puoi fare tu con te stesso. Parti da questo.

Quanto ti conosci? Quanto sei proiettato all’esterno, al risolvere, manipolare il “fuori” senza considerare il tuo “interno” modo di interpretare e vivere la situazione. Come va la tua vita personale, relazionale, affettiva? Sai chi sei e cosa vuoi? Come ti relazioni con le tue emozioni, con i tuoi desideri? Quanto sai distinguere tra disagio psicologico e disagio esistenziale? Come tutto questo impatta sui tuoi valori, sui tuoi modelli, sul tuo modo di lavorare, di collaborare, sulla tua identità professionale?

Queste e molte altre domande non sono un lusso o temi di chi ha un problema psicologico ma l’opportunità per tutti di vivere pienamente, migliorando la propria e altrui vita.

Paura dello stigma del fare la psicoterapia?

Tolto che bisogna intendersi sul linguaggio e si può parlare anche di percorso e sostegno psicologico. Spesso il linguaggio clinico derivato dalla psichiatria (che ha tutto un suo senso storico, culturale ed istituzionale) non aiuta. Non vuoi sentirti fragile, manchevole, non vuoi sbagliare, sentirti principiante o in difetto, non vuoi fare fatica, sei già il migliore, non hai fiducia, nessuno ti può aiutare, hai paura? Interessanti punti da cui partire, con calma, curiosità, gradualmente, con gentilezza, in un contesto sicuro. Da non tenere scontati, da scomporre e smettere di agire in automatico.

Perché tutti i grandi atleti, da un certo livello in su, includono nel loro percorso un lavoro sul piano psicologico? Non parliamo di disturbi (anche se possono esserci ovviamente anche nello sportivo) ma di un livello fondamentale da includere per crescere: il farsi carico della centralità della mente, dei nostri schemi e credenze consce e inconsce.

Morpheus: “io posso solo indicarti la soglia, ma sei tu quello che la deve attraversare”.

Continuerò a leggere con interesse i post di questo imprenditore che conosco dal quale ho sempre da imparare. Ha mostrato interesse agli spunti che gli ho condiviso. Mi auguro che, come è stato in passato in grado di innovare in certi settori, possa essere domani un rappresentante di una forma di leadership psicologicamente più consapevole.

Pillola rossa o pillola blu?

Here [IT]

Non sono un critico cinematografico ma uno psicologo e riporto semplicemente le mie impressioni sorte vedendo questo film, carico di temi psicologici ed esistenziali. In generale i film si prestano a diverse suggestioni e interpretazioni, spesso anche oltre quelle volute da sceneggiatori e regista, quindi quella che propongo è solo una delle possibili letture.

ATTENZIONE: SPOILER!! Per chi volesse godersi il film senza anticipazioni e svelamenti di trama non prosegua la lettura, se non dopo la visione del film, grazie.

– – – –

  1. SPAESAMENTO

All’inizio ci si mette un pò a capire il senso del film. Una sequenza di vicende, vite, famiglie, in periodi storici diversi. L’unico comun denominatore è il luogo.

Dopo un pò si capisce che il protagonista è il luogo stesso, ma non nel senso ordinario, estroverso, oggettificante, di un semplice luogo fisico sul pianeta terra. Si tratta di un senso più profondo ed interiore di spazio. Quando si realizza questa originale scelta del produttore e regista Robert Zemeckis e del co-sceneggiatore Eric Roth (basato sull’omonimo fumetto del 2014 di Richard McGuire), ci si rende conto che è un film esistenziale, più profondo di quello che si potrebbe pensare.

Come in un insegnamento buddhista (e forse anche neoplatonico) il vuoto non è un semplice nulla ma la Sorgente creativa che permette l’esistere dello spazio, del tempo, delle cose, della vita, delle biografie, delle emozioni e delle relazioni.

Quel HERE, quel QUI è il Mistero dell’esserci.

Emotivamente da un lato può incuriosire ma dall’altro inquieta che manchi la struttura classica che soddisfa la nostra necessità di identificarci in protagonisti ben delineati. Sin da principio il film mette in discussione il nostro bisogno emotivo, personale di una storia classica tipo il viaggio dell’eroe. Quel bisogno di gratificazione che cerchiamo nel cinema come intrattenimento che ci faccia vivere per un pò la vita di altri. Capisco che già a questo punto molti spettatori possano non apprezzare il film, sentendo una certa irritazione, spaesamento e noia.

Sia noi spettatori che i personaggi del film siamo/sono da un lato importantissimi e unici, dall’altro vite impermanenti, fugaci e prive di una natura intrinseca, fenomeni interdipendenti. Il film all’inizio non fa sentire lo spettatore così importante e da coccolare subito. Questo può essere solo frustante se ci fermiamo qui.

Tutto scorre, a tratti in modo frenetico, tempi, famiglie, storie diverse. L’unica costanza è quello spazio, quel HERE, quel QUI, neutro, ne buono ne cattivo, ne amorevole ne indifferente. Uno spazio potremmo dire transpersonale: nel senso del non riducibile al personale (dei personaggi), non alternativo e contrapposto ma che include la prospettiva personale (i personaggi) in qualcosa di più grande. Cos’è questo di più?

2. GIOCO FIGURE SFONDO

Il vuoto, lo spazio, il QUI rimane sullo sfondo quando vanno in primo piano le vite dei personaggi, ma allo steso tempo il QUI è l’unica costanza. Prosegue quindi questo gioco di figure e sfondo, che ci fa notare come ci dimentichiamo del vuoto che permette l’esistere di personaggi e delle storie stesse. Il palcoscenico facendo una analogia teatrale. Lo interpreto come il tentativo del regista di far capire che c’è un legame tra noi e il Mistero, tra l’essere completamente risucchiati dalle vicende della nostra vita, dai nostri bisogni (gratificati o frustrati che siano) e il Mistero della vita stessa che ci include ma che non è riducibile all’io individuale (e che va sullo sfondo).

Ma noi spettatori, noi personaggi, aneliamo a quella base di certezze, soddisfazione e consolazione che chiamiamo ricerca di senso e che nel film potrebbe corrispondere alla trama e alla identificazione con i personaggi. Fatichiamo a conciliare la nostra naturale centralità, egoicità biologica e psichica con una dimensione più ampia, esistenziale, spirituale che richiede un ridimensionamento della centralità dell’io. Per questo credo che mediamente sia un film più apprezzabile da spettatori nella seconda parte della vita, esclusi quei giovani adulti con una spiccata sensibilità esistenziale.

3. DUKKHA

Nel proseguire del film le storie si concentrano principalmente intorno ad una famiglia: quella interpretata dai due attori Tom Hanks e Robin Wright (gli stessi attori che Zemeckis coinvolse nel mitico film Forrest Gump). Quindi, dopo la fatica iniziale, il film ci viene con comprensione incontro con una narrazione un pò più classica, con in primo piano i personaggi le loro vicende, relazioni e sentimenti, ma mantenendo sullo sfondo lo scorrere veloce del tempo e la centralità del luogo.

Che ruolo giocano in questo vuoto carico di vita le vicende degli emergenti protagonisti?

Senza troppi giri di parole, credo che per molti spettatori possa essere un pugno nello stomaco. Viene messa in scena la difficoltà ad essere felici, la durezza della vita, l’incertezza, l’impotenza, il limite e in misura diversa la pervasiva insoddisfazione.

Come se il film suggerisse di accorgerci che se eccessivo il bisogno di centralità dell’io, delle proprie storie, della propria validità e identità è spesso più frutto di insoddisfazione che altro. La forza attrattiva dell’ego è spesso un io frustrato e ferito più che un io realizzato e soddisfatto. Il film mostra il diffuso bisogno di sicurezza in un mare di incertezza. La difficoltà di amare ed essere amati. La difficoltà di capire l’altro e di essere capiti. La difficoltà di individuarsi, di capire chi siamo e provare a viverlo sotto la pressione dei bisogni biologici, famigliari, lavorativi, della cultura e società. Il film non parla di grandissime tragedie ma della normale insoddisfazione e difficoltà del vivere. Per questo può toccare punti vivi di dolore di tanti spettatori, insoddisfatti di come sia andata la loro vita sentimentale e lavorativa.

4. SIAMO GIÀ A CASA

Verso la fine del film il cerchio si chiude. Piano piano, con delicatezza lo sfondo del QUI torna a farsi in primo piano e i protagonisti della famiglia protagonista si ritrovano legati dall’affetto con tutte le loro cicatrici biografiche, sotto la pressione della vecchiaia e della malattia. La morte, che ha già attraversato nel film le vicende delle altre famiglie, si fa all’orizzonte e mette al centro la ricerca di senso, che forse sia i protagonisti che gli spettatori hanno compreso non può essere risoltà solo sul piano personale psicologico e biografico ma devono includere anche un riconoscimento dello sfondo che sottende il Tutto, per comprencere che: in realtà eravamo già a casa.

Solo a quel punto, a fine film, il VUOTO non duale torna ad unirsi con il LUOGO personale.

In realtà il primo ha da sempre incluso il secondo in cui ci eravamo identificati e persi (non è un caso che in certe tradizioni indiane si parla del risveglio dal sogno). Il tentativo di ridurre il Mistero ad enigma è come il tentativo di trasformare il Vuoto in un semplice nulla (causa secondo me dello stallo nichilista a cui ho dedicato un altro articolo). L’inconscio tentativo di ridurre l’Esserci al luogo fisico, alla vicenda personale. Allo stesso tempo se non ci diamo la possibilità di lavorare psicologicamente sulle nostre personali difficoltà relazionali, affettive ed individuative non saremo in grado di aprirci più di tanto al piano transpersonale che ci include e che siamo, da sempre già qui ed ora (se vuoi leggi questa mia riflessione del rapporto tra personale e transpersonale ed il rischio di spiritual bypass).

Angoscia e meraviglia coesistono quando noi umani siamo colti dal Mistero dell’esserci.

Spesso prevale la prima a scapito della capacità di sentire la seconda se rimaniamo identificati con il nostro (per quanto prezioso ed unico) piccolo io, la nostra identità e storia.

Un film coraggioso, che sicuramente non piacerà a molte persone perché è duro, faticoso, profondo, non è strettamente finalizzato all’intrattenimento.

Un film che ci invita a prendere sul serio i limiti dell’automatica e inconscia tendenza a mettere al centro noi stessi, suggerendo di conciliare il personale con il transpersonale, il coraggio di accettare la sfida psicologica relazionale e individuativa come presupposto per una realizzazione anche esistenziale.

P.S.

Com’è ovvio, nell’ermeneutica, nell’interpretazione di un contenuto artistico proiettiamo molto di noi quindi forse non tutti troveranno nel film quello che ha suscitato in me. Spero comunque che le riflessioni che ho condiviso ti risultino utili.

Nichilismo come crisi di “relazione con” il Mistero

Nella mia ricerca esistenziale Vito Mancuso è sicuramente uno degli autori attuali che mia ha maggiormente ispirato e che ho anche avuto la fortuna di conoscere di persona.
Ritengo questo video una sintesi pregnante di una buona parte delle sue tesi. Mi sono permesso di amplificare brevemente alcune delle riflessioni che Vito propone. Vi suggerisco di vedere l’intervento di Vito nel video e poi, se volete, leggere le mie riflessioni.

C’è un grande bisogno di tornare a fare i conti con la ricerca di senso, il disagio esistenziale intrinseco alla vita, che è un modo laico per indicare l’antico percorso spirituale. Il bisogno di senso è più intenso quando la vita si fa dura e anche con il passare degli anni. Diventa ancora più difficile riconoscere questa necessità quando nella società la grande rimossa diventa la mortalità. Questa rimozione di fondo collettiva dei paesi sviluppati e benestanti influenza come interpretiamo le situazioni di limite, incertezza, impotenza e insoddisfazione di cui è pervasa la vita. In pratica, la ricerca di senso non concerne il diventare filosofi, eremiti o monaci ma può spesso iniziare dal non tenere scontato come cerchiamo la felicità. Siamo spesso attenti alle nostre scelte pratiche, sociali, economiche (a volte anche psicologiche) ma ci dimentichiamo spesso dell’implicita filosofia di vita che abbiamo (o per meglio dire che ci possiede) che plasma profondamente come viviamo.

La sincera e onesta ricerca di senso sottende la nascita delle religioni ma non è identificabile in esse. Infatti le religioni svolgono principalmente una funzione identitaria, istituzionale, sociale, dogmatica e rituale che contraddice proprio quella libertà e sano stare con l’incertezza tipico della vera ricerca spirituale, sapienziale e filosofica. Vito ad un certo punto parla dei mistici e per esempio Meister Eckhart (uno dei più importanti mistici cristiani) scriveva: “prego Dio che mi liberi da dio”, nel senso del dio delle credenze religiose, delle teologie che cercano di risolvere ogni aporia, ogni dubbio, che spingono l’intellettualizzazione e non l’introspezione, che rafforzano l’identità tribale e la contrapposizione.

I tribalismi, gli integralismi, i dogmatismi, la superstizione, la mancanza di onestà intellettuale, il suprematismo di un una religione sulle altre, la mancanza di integrazione tra sviluppo psicologico e ricerca interiore, sono solo alcuni esempi del fallimento per la coscienza contemporanea del fenomeno religioso. Per non parlare della mancanza di consapevolezza storica dello sviluppo e diffusione delle religioni come per esempio il cristianesimo. Dobbiamo passare, come diceva Raimon Panikkar dalla ortodossia alla ortoprassi (che Vito stesso cita). Vuol dire passare da una religiosità fatta di teorie e dogmi ad una spiritualità fatta di percorsi di auto-conoscimento, non dogmatici, di relazione con il Mistero. Imparare a stare con il limite, l’incertezza, l’angoscia, il vuoto.

Con lo svuotamento dei lati “umani troppo umani” delle religioni abbiamo buttato via il bambino con l’acqua sporca. Ci siamo trovati esistenzialmente e fenomenologicamente davanti a quel apparente vuoto di cui parlano quasi tutte le grandi mistiche di ogni cultura. Il passo a ritenere quel apparente vuoto di certezze, di conferme, di dio/dei come la tragica conferma di un semplice nulla ci ha gettati (da fine dell’800) nel nichilismo. Nulla ha senso, tutto è puro caso, follia cosmica. Siamo appena entrati collettivamente nella “notte oscura dell’anima”, nell’opera al nero. Per sopravvivere esistenzialmente ci siamo attaccati ai successi della tecnologia (che ci viene più facile), abbiamo rimosso mortalità e limiti, confondendo il modo psicologico ordinario con cui diamo senso alla nostra quotidianità con il tentativo di dare senso al Tutto. Ma questa sovrapposizione di modalità di senso (relativa nello spazio-tempo vs assoluta verso il Tutto) non regge e ci spaventa. Bene, questo è l’inizio del percorso esistenziale non la fine. Ma è un passaggio nell’ortoprassi. Bisogna iniziare percorsi psicologici e meditativi, non si può ridurre tutto solo ad una speculazione intellettuale che lascia intonso l’insieme di parti bisognanti che ci guidano inconsciamente sullo sfondo. Abbiamo inflazionato prassi di conoscenza in terza persona (di cui la scienza è la massima espressione) a scapito delle conoscenze in prima persona del nostro mondo interiore. Non si tratta di rigettare la fondamentale e preziosissima impresa scientifica (io stesso ho una formazione scientifica) ma di integrarla con percorsi psicologici, contemplativi ed introspettivi anche di natura esistenziale. Siamo diventati esperti di neuroscienze e psicologia conoscendo noi stessi solo per via teorica, quando poi spesso siamo completamente incoscienti ai nostri schemi e credenze profonde. Quando mancano gli occhi per vedere sul piano psicologico manca un fondamentale presupposto per uno sguardo impersonale, transpersonale esistenziale.

Ci siamo convinti collettivamente che la perdita di relazione con il Mistero (prodotta dalla necessaria destrutturazione delle religioni) abbia confermato la tragica constatazione che sotto sotto in verità non c’è nulla, non c’è senso, è solo tutto un folle caso. L’unica condizione in cui si può sperare è che, in questo casuale non senso, ci capitino delle buone carte. Ovviamente questa condizione lascia intonso lo sfondo di una totale angoscia e alienazione. Terrorizzati e incapaci di affrontare i momenti più difficili, tendiamo a regredire in modalità arcaiche e infantili. Conviviamo spesso con un modello di felicità molto fragile dal punto di vista psicologico ed esistenziale.
L’ipotesi da me sostenuta, e da persone bene più competenti di me (come credo anche Vito), è che in realtà si tratta di rinnovare la relazione con il Mistero. In poche parole:

lo stallo nichilista che attanaglia collettivamente l’Occidente da quasi due secoli non è una crisi del Mistero ma una “crisi di relazione con” il Mistero.

Questa è la mia ipotesi centrale.
Uno dei significati etimologici di religio è proprio quello di legare insieme. E’ un crisi del della modalità con cui ci relazioniamo, non di certo una comprensione e risoluzione del Mistero.

Se cerco senso con uno sguardo pratico, materialista e intellettuale ordinario non andrò molto lontano, tenendo scontato l’io desiderante e spaventato che sottende lo sguardo stesso. Non si tratta di guardare “fuori” ma di andare a ritroso proprio di quel io osservante e bisognante (complesso, molteplice, stratificato e inconscio). Andare anche più a fondo dell’io stesso. Questo è il percorso sapienziale, filosofico, mistico di cui parlano tanti tra cui anche Vito.

L’Esserci, il Tutto, il Senso, Dio, il Tao, ecc. non sono enigmi da risolvere, ma sono solo “umani troppo umani” concetti, parole che (come il famoso dito che indica la luna) indicano “il” Mistero non “un” enigma. La prima cosa da fare è riconoscere tutti i presupposti culturali e psicologici che teniamo impliciti. E’ uno svuotamento più che un accumulo di nuove conoscenze e credenze.

L’alternativa è oscillare tra integralismo e nichilismo nel mentre che decennio dopo decennio avremo tecnologie sempre più potenti che ci chiederanno di essere psicologicamente, eticamente ed esistenzialmente alla loro altezza. Si tratta di un periodò tanto complesso, ambiguo quanto ricco di potenzialità, un kairòs si sarebbe detto nell’antica Grecia.

Dobbiamo rendere gradualmente collettiva una via che in passato è stata per pochi. Non so se sia possibile, ma almeno in parte e gradualmente dobbiamo provarci. La mia fiducia è che oggi abbiamo molte più conoscenze scientifiche e prassi, oltre che una vasta consapevolezza storica e filosofica di gran parte dei tentativi filosofici, sapienziali e contemplativi messi in atto dalla nostra specie. Ci sono i presupposti per una sempre migliore integrazione tra ricerca scientifica e ricerca interiore psicologica ed esistenziale. Nel suo libro “I quattro maestri” Vito parla dell’ipotesi di una seconda era assiale (rifacendosi al concetto di Jaspers) e per me è una possibilità molto valida in prospettiva. Su questa svolta, su questo kairòs sto scrivendo un libro dal punto di vista dei presupposti psicologici necessari.
Per fare questo si deve prima lavorare sul piano psicologico che su quello spirituale altri menti si rischia lo spiritual bypass.
In un passaggio per me cruciale nel video Vito letteralmente dice:

“Il grosso problema dell’Occidente consiste proprio nella separazione dalla sua religione originaria!”.

Concordo pienamente, il nuovo non sarà uno strappo con il passato ma una revisione e suo sviluppo alla luce delle conoscenze e coscienza attuale.
Per esempio, non è per me un caso che, la metafora dell’elefante che Vito cita alla fine del suo intervento è tanto valida per la spiritualità quanto per il pensiero complesso e l’epistemologia della complessità di grandi filosofi come Edgar Morin.

La singolarità è più vicina

“Ricordate cosa è successo due milioni di anni fa, l’ultima volta che abbiamo ottenuto una maggiore quantità di neocorteccia? Siamo diventati umani. Quando potremo accedere a ulteriore neocorteccia nel cloud, il salto nell’astrazione cognitiva sarà probabilmente simile.” (Ray Kurzweil, La singolarità è più vicina, pag. 60)

Anche se raddoppiassimo i tempi previsti da Raymond Kurzweil si tratta comunque di decenni non di secoli prima di vedere emergere qualcosa che cominci ad essere “oltre” l’Homo Sapiens. Questo scenario è sconvolgente non credo solo per me.

Dopo Darwin ci siamo resi conto di essere solo uno dei possibili rami di sviluppo dell’evoluzione e non certo il punto di arrivo. Ho già sviluppato l’ipotesi in questo articolo che la tecnologia ci faccia da specchio per una coevoluzione. Specchio di cosa vuol dire non solo essere noi stessi con le nostre capacità e limiti individuali ma anche come comunica e come specie. Non è forse un caso che le conoscenze in neuroscienze, paleontologia, etologia comparata, psicologia evoluzionistica, genetica, ecc. ci stiano aiutando a comprende cosa voglia dire essere psichicamente e culturalmente Homo Sapiens.

Non è forse campato per aria pensare ad un processo di individuazione non solo personale ma anche collettivo, di specie. Perché non basta nascere Homo per essere Sapiens e si possono ipotizzare almeno quattro nascite psiche nella vita di un essere umano.

Serve una rivoluzione metacognitiva in una quota crescente della popolazione per non cadere in scenari decadenti cyberpunk entro la fine di questo secolo.

Non so quanto potremo permetterci di essere ancora poco più che dei cacciatori raccoglitori con il linguaggio e lo smartphone la biforcazione tra la nostra lentezza di sviluppo psichico e culturale rispetto all’accelerazione tecnologia è travolgente.

Rimangono aperti molti dubbi e limiti sul tema della coscienza che per diversi esperti non è riducibile alle capacità cognitive in senso stretto, le quali possono funzionare senza consapevolezza come avviene nell’AI.

Invito a leggere il testo di Kurzweil pubblicato da Apogeo srl con la prefazione di David Orban

La grande rimossa

La grande rimossa oggi non è la sessualità ma la mortalità, che inconsciamente riecheggia in ogni gettatezza del destino, in ogni limite, in ogni impotenza.

Ma c’è a mio avviso anche un’altro tabù, che forse può essere gradualmente portato collettivamente sul piano cosciente: l’intrinseca insoddisfazione del modo ordinario che abbiamo di immaginare, valutare e perseguire la felicità.

Non è una nichilistica constatazione di un mondo oggettivamente tragico, ma la grande opportunità di comprendere che al fondo di tutto c’è un tipo di mente prima che un tipo di mondo.

Non è neutro psicologicamente essere Homo Sapiens.

CYBERPUNK 2025 [EN] [IT]

CD PROJEKT RED

EN

Cyberpunk is a genre of pessimistic and dystopian science fiction in which humanity struggles to live up to its capacity for technological development on an individual and collective level. Good science fiction has always been valuable for reflecting on the present by building scenarios similar to thought experiments to ask better questions.

It seems to me that there are the first signs of a potential chaotic and failed cyberpunk scenario by the end of the century. These are themes that for anagraphic reasons should interest especially those born after 2000, but each in their own small way can contribute to not going off course.

From this specific perspective, the human being is a particular living phenomenon equipped with a set of cognitive abilities that predispose it to develop language, interpersonal knowledge and technology. These very powerful abilities are however on average faster and easier than metacognitive skills, which serve to increase awareness, knowledge and the development of one’s way of functioning on a motivational, cognitive, belief, relational and behavioral level.

Adopting an evolutionary perspective, we are hominids who have just emerged from the state of hunter-gatherers full of automatisms, biases and motivational systems archaic for our current technological power.

The problem is not technology per se. Life beyond a certain level of intelligence and self-awareness is intrinsically technological. The hominids from which our species derives were already technological animals. Beyond a certain level of complexity, technology is indispensable and inevitable. The point, the challenge is how to co-evolve with technology.

This is why I find the cyberpunk genre very interesting and current. Immersing ourselves in those chaotic, nihilistic, dystopian contexts, as well as in the ethical and existential doubts of the characters allows us to reflect on our current relationship with technology.

The intuitions of cyberpunk authors warn us that if we continue to overcompensate for our psychological, cultural, social, relational and existential limits, through technological development, we will not build a beautiful world to live in.

Using spoken and written language, living in complex societies with high technological development, we delude ourselves into thinking we are evolved. Are we sure? What are the motivational systems and average behaviors of us humans in developed countries? Little more than hunter-gatherers with their personal and tribal survival goals, ready to go to war as soon as things go a little badly and with a low will and ability to know and change our way of being (which is the origin of every problem and solution).

We forget that our body-mind creates the technology we will use, the beliefs and knowledge we will live in.

Taking up the famous parable of the finger pointing at the moon, we should stop focusing only on the technological finger to observe that our psyche is pointing at the moon.

It is not enough to be born Homo to be Sapiens.


IT

Il cyberpunk è un genere della fantascienza pessimista e distopico in cui l’umanità fatica ad essere all’altezza della sua capacità di sviluppo tecnologico sul piano individuale e collettivo. La buona fantascienza è sempre stata preziosa per riflettere sul presente costruendo scenari simili ad esperimenti mentali per porsi migliori domande.

Mi sembra che ci siano le prime avvisaglie di un potenziale scenario caotico e fallimentare cyberpunk entro fine secolo. Sono temi che per questioni anagrafiche dovrebbero interessare soprattutto i nati dopo il 2000, ma ciascuno nel suo piccolo può dare un contributo a non sbagliare la rotta.

Da questa prospettiva specifica l’essere umano è un particolare fenomeno vivente dotato di un insieme di capacità cognitive che la predispongono a sviluppare linguaggio, conoscenza interza persona e tecnologia. Queste potentissime capacità sono però mediamente più veloci e facili rispetto alle competenze metacognitive, che servono ad incrementare la consapevolezza, la conoscenza e lo sviluppo del proprio modo di funzionare sul piano motivazionale, cognitivo, delle credenze, relazionale e comportamentale.

Adottando una prospettiva evoluzionistica, siamo ominidi appena usciti dallo stato di cacciatori raccoglitori pieni di automatismi, bias e sistemi motivazionali arcaici per la nostra attuale potenza tecnologica.

Il problema non è la tecnologia di per sé. La vita superato un certo livello di intelligenza e autocoscienza è intrinsecamente tecnologica. Già gli ominidi dai quali deriva la nostra specie erano animali tecnologici. Superato un certo livello di complessità la tecnologia è indispensabile e inevitabile. Il punto, la sfida è come co-evolvere con la tecnologia.

Per questo ritengo il genere cyberpunk molto interessante ed attuale. Immergendoci in quei contesti caotici, nichilisti, distopici, così come nei dubbi etici ed esistenziali dei personaggi ci permette di riflettere sul nostro attuale rapporto con la tecnologia.

Le intuizioni degli autori cyberpunk ci avvertono che se, tramite lo sviluppo tecnologico, continueremo a compensare in modo eccessivo i nostri limiti psicologici, culturali, sociali, relazionali ed esistenziali non costruiremo un bel mondo in cui vivere.

Usando il linguaggio parlato e scritto, vivendo in società complesse e dall’elevato sviluppo tecnologico ci illudiamo di essere evoluti. Siamo sicuri? Quali sono i sistemi motivazionali i comportamenti medi di noi umani nei paesi sviluppati? Poco più di cacciatori raccoglitori con i loro obiettivi di sopravvivenza personali e tribali, pronti a fare la guerra appena le cose vanno un pò male e con una bassa volontà e capacità di conoscere e cambiare il proprio modo di essere (che poi è l’origine di ogni problema e soluzione).

Ci dimentichiamo che il nostro corpo-mente crea la tecnologia che useremo, le credenze e conoscenze in cui vivremo.

Riprendendo la famosa parabola del dito che punta la luna, dovremmo smettere di concentrarci solo sul dito tecnologico per osservare che indica luna la nostra psiche.

Non basta nascere Homo per essere Sapiens.

Esseri bisognanti

Noi esseri viventi abbiamo introdotto nell’universo tante novità rispetto ai fenomeni non viventi, come per esempio la cognizione ed i bisogni.

Oltre che senzienti siamo esseri costantemente bisognanti.

La vita è un sistema super complesso con una struttura ricorsiva termodinamicamente aperta (come una specie di gorgo) e organizzativamente siamo una dinamica circolare chiusa nel tentativo di mantenere l’organizzazione stessa. Siamo autopoietici direbbero Maturana e Varela.

Siamo un sistema che, per quanto ne sappiamo, non può superare il secondo principio della termodinamica, ma siamo incredibilmente in grado di incrementare la nostra complessità, in una specie di bolla neghentropica relativa e locale, che cavalca l’entropia generale crescente senza contraddirla (se è presente la capacità di sfruttare una fonte di energia, come per esempio il sole).

  1. In quanto esseri viventi i nostri bisogni sono l’alimentarci ed il sopravvivere abbastanza per riprodurci o quanto meno supportare nuova vita, la così detta fitness biologica.
  2. In quanto mammiferi sociali abbiamo anche bisogno di affetto, di legame, appartenenza e competiamo nella struttura gerarchica del gruppo.
  3. In quanto umani abbiamo bisogno di conoscere e realizzare la nostra specificità individuale, di incrementare la consapevolezza, la bolla neghentropica e creare senso sempre più profondo.

Oggi la vita di noi umani è ancora incentrata in gran parte sul piano della soppravvivenza e nei paesi sviluppati siamo per di più tutti bloccati in sfide culturali e psicologiche da mammiferi sociali.

Se come specie non faremo grandi errori la strada è ancora lunga, sempre più complessa ma entusiasmante. Quanto meno per chi ha voglia non solo dei necessari sopravvivere e l’essere ben integrato in una tribù.

Spiritual bypass

“One does not become enlightened by imagining figures of light, but by making the darkness conscious” – Carl Gustav Jung

[EN]

Life can be hard and challenge our ordinary ability to give it meaning. But it is essential to distinguish between psychological distress and existential distress, which are intertwined but not identical.

We often escape from the psychological component of suffering by immediately fleeing into the philosophical, spiritual one. This is called spiritual bypass (a term coined by John Welwood in the 1980s). For example, how to distinguish a use of existential, philosophical reflections as an intellectualization in a depressive state and the normal mood drop of sincere existential distress? The first will progressively block us, the second is similar to taking two steps backwards and then sprinting forward.

It is not uncommon for the two discomforts to coexist, which is why it is important to discern and not confuse them by using existential research as an escape from psychological emotional pain. Obviously all forms of pain, even psychological pain, are part of an existential reflection, which is why it is not easy to discern.

A final point is also the difficulty of inhabiting the search for existential meaning by reducing it to the psychic level alone.

Doubt those who tell you that “all” types of mental suffering can be resolved with philosophical reflection, meditation, prayer or psychotherapy, we must distinguish and not reduce one level to another, and then integrate. Most of the time it will be necessary to start from the psychic level.

As in the Divine Comedy we must first go down and then go up.


[IT]

La vita può essere dura e mettere in crisci la nostra ordinaria capacità di darle senso. Ma è fondamentale distinguere tra il disagio psicologico ed il disagio esistenziale, che sono intrecciati ma non identici.

Spesso fuggiamo dalla componente psicologica della sofferenza fuggendo subito in quella filosofica, spirituale. Questo viene chiamato spiritual bypass (termine coniato da John Welwood negli anni ’80).

Per esempio, come distinguere un uso di riflessioni esistenziali, filosofiche come una intellettualizzazione in uno stato depressivo ed il normale calo dell’umore del sincero disagio esistenziale? Il primo progressivamente ci bloccherà il secondo è simile ad un fare due passai in dietro per poi scattare in avanti.

Non è raro che coesistano i due disagi, per questo è importante discernere e non confonderli usando la ricerca esistenziale come una fuga dal dolore emotivo psicologico. Ovviamente tutte le forme di dolore, anche quello psicologico rientrano in una riflessione esistenziale, per questo non è semplice discernere.

Ultimo spunto c’è anche la difficoltà di abitare la ricerca di senso esistenzial riducendolo al solo piano psichico.

Dubitate di chi vi dice che “tutti” i tipi di sofferenza mentale sono risolvibili con riflessione filosofica, meditazione, preghiera o psicoterapia, bisogna distinguere e non ridurre un piano all’altro, per poi integrarli. La maggior parte delle volte servirà partire dal piano psichico.

Come nella Divina Commedia dobbiamo andare prima giù per poi andare su.