“Nel corso di una psicoterapia, il fatto stesso che il paziente abbia delle emozioni influisce sul medico, anche se questi è completamente distaccato dai contenuti emotivi del paziente. E se il medico pensa di poterne restare immune, compie un grosso errore. Non può far altro che prendere consapevolezza del fatto di esserne influenzato, altrimenti diventa troppo distante e fa interventi inappropriati. Inoltre è suo dovere accettare le emozioni del paziente e rispecchiarle. È per questo motivo che mi rifiuto di far sdraiare il paziente sul lettino e di sedermi dietro di lui. Io lo faccio sedere davanti a me e gli parlo in modo naturale, così come un essere umano parla a un altro essere umano, mi espongo completamente e reagisco senza alcuna renitenza.”
L’analista risponde a una «traslazione» con una «controtraslazione» quando la traslazione proietta un contenuto che è inconscio al medico stesso, ma tuttavia presente in lui. La controtraslazione è quindi opportuna e significativa o d’ostacolo, come la traslazione del paziente, nella misura in cui mira a stabilire quel rapporto migliore che è indispensabile ai fini della realizzazione di determinati contenuti inconsci.”
“Il contagio attraverso uno stato reciproco di incoscienza si verifica di norma quando l’analista ha una carenza nell’adattamento analoga a quella del paziente; in altri termini, quando è nevrotico. Proprio perché è nevrotico […] l’analista ha una ferita aperta, e in lui vi è da qualche parte un varco che sfugge al suo controllo, e se il paziente vi penetrerà, l’analista sarà contagiato. Perciò è un presupposto essenziale che egli conosca se stesso il più possibile.”
Il periodo della fase anziana può essere interpretato come una un’onda da surfare. C’è chi la perde perché purtroppo muore prima. C’è chi le nuota contro, venendone travolto, vivendo come se avesse sempre quarant’anni. Il mio è un discorso di massima, generico che mediamente vale per i più. Poi ogni vita ha una unicità essenziale da riconoscere e provare a realizzare.
C’è poi una terza categoria di persone che accetta (non confonderlo con arrendersi) questa fase della vita e ne gode, coltiva i lati peculiari, per quello che riesce e gli è concesso.
Questi provano a surfare l’onda, con più o meno abilità, sperando di avere la grazia di fare un bel tunnel nell’onda. Non si tratta di essere passivi ma di affrontare la mortalità e l’erosione di forze, salute e capacità cognitive come la grande occasione di ridimensionare, di relativizzare la posizione ego-centrata che ordinariamente abbiamo avuto per gran parte della vita. Ovviamente meglio iniziare gradualmente e progressivamente dalla crisi di mezza età non a settant’anni. Ma ciascuno fa quello che riesce.
Intuire, senza l’ingenuità di avere la spiegazione ultima, che siamo parte di qualcosa di più grande. Non serve una chiave di lettura religiosa, basta una più laica posizione esistenziale (si veda a proposito l’ultimo libro di Romano Màdera: Spiritualità laica).
Una integrazione della prospettiva interiore, intro-versa. Non è un invito di fuga dal mondo o a smettere di goderne i momenti piacevoli (vissuti in realtà come ancora più preziosi) o non essere attivi e impegnati. Ma il suggerimento di osservare i nostri tanti attaccamenti e l’implicita illusione estro-versa che dipenda tutto dal quel “fuori” fatto di oggetti, situazioni, contenuti, relazioni, status, piaceri, protezioni, ecc. inconsapevoli del ruolo dello sguardo che interpreta e comprende il mondo.
Per questo diviene così importante un atteggiamento aperto e contemplativo che vada a ritroso della nostra intenzione, del nostro sguardo implicitamente bisognante e desiderante. Senza tenerlo scontato, alla sorgente del Mistero dell’esserci e dell’essere consapevole impersonale.
In un koan zen, di cui non ricordo la fonte, si chiede: CHI sta meditando?
Buona surfata per chi ha avuto la possibilità di essere anziano e buona preparazione all’ultima grande onda a chi ha superato i quarant’anni.
Mi rivolgo in particolare ai nati dopo il 2000, provando a fare la mia piccola parte nel suscitare la capacità di mettersi in gioco e innescare l’entusiasmo per sfide senza precedenti.
Negli ultimi anni sta tornando a salire, non senza fondamenti, una certa angoscia collettiva per il destino dell’umanità. La si può interpretare pessimisticamente in modo passivo o, in modo più costruttivo, come una spinta evolutiva. Il nostro ruolo inizia da subito, se ci diamo la possibilità di osservare e non tenere scontata l’immediata reazione che sorge in noi, nel indagare certi accadimenti.
Magari un senso di impotenza che scivola nel lamento o nella fuga in qualcosa di più rassicurante o nella miopia della propria impellente quotidianità che tutto avvinghia. Sin da principio siamo ingaggiati con il nostro modo d’essere, i nostri schemi e interpretazioni, il più delle volte stereotipate, automatiche e in parte inconsce. Questo è un primo passo per non essere passivi, quanto meno rispetto a noi stessi.
Spesso questo sentire diffuso finisce per riflettersi nell’immaginario che ispira film, serie televisive e romanzi. Per esempio, dagli anni ’80 si è avviata una crescente rielaborazione della metafora dello zombie. Inizialmente veniva rappresentata l’inquietudine verso la massa incosciente e manipolabile delle società consumistiche, caratterizzate da una atavica ingordigia, famelica avidità, senza limiti, distruttiva, cannibale. Lo zombie era anche espressione di una rimozione culturale della mortalità, tipica della postmodernità. Originariamente lo scenario di lotta con gli zombie era non a caso un centro commerciale, come nel film “L’alba dei morti viventi” del 2004 diretto da Zack Snyder, remake del classico film “Zombi” di George Romero del 1978.
Dopo il 2000 la metafora dello zombie si è spostata dal consumismo verso il rischio che l’ignavia etica, psichica e politica possa essere causa di futuri globali apocalittici come negli scenari del film “28 giorni dopo” di Danny Boyle o della nota serie “The walking dead” ideata da Frank Darabont.
Più di recente crescono le preoccupazioni sulla capacità collettiva di mantenere e far evolvere i sistemi democratici. Nel 2024 è uscito “Civil War” di Alex Garland, che immagina un futuro prossimo con una seconda guerra civile americana. Lascio a te valutare lo stato di salute delle democrazie occidentali.
Nel 2023 il film “Oppenheimer” di Christopher Nolan, cerca di sensibilizzare eticamente e politicamente la collettività, narrando la storia di uno dei protagonisti nell’invenzione della prima bomba atomica.
Alla recente Biennale di Venezia sono stati positivi i commenti su “A House of Dynamite” di Kathryn Bigelow. Film sul rischio di uno scenario nucleare che spezza l’illusione di aver superato per sempre, dopo il crollo del muro di Berlino, il rischio di autodistruzione della nostra specie. Metto qui di seguito il suggestivo trailer, cadenzato da uno dei sempre evocativi speech di Carl Sagan.
Credo che sarà destinata negli anni a crescere la sensazione di avvicinarci sempre più ad un bivio, ad una biforcazione (come si dice nello studio dei sistemi complessi).
In copertina ho accostato due classici cinematografici estremi di bivio futuro: il post-apocalittico Mad Max da un lato e l’ideale Star Trek dall’altro. Si lo so, non sono proprio contenuti avvezzi ai nati dopo il 2000, sono della generazione x. Non sto nemmeno dicendo che il bivio sarà sicuramente così estremo, ma volevo sottolineare la capacità di conciliare il rischio con l’opportunità che corrono paralleli, richiedendo continuo processo di ascolto, discernimento e scelta.
Non amo drammatizzare o essere pessimista ma valutare i rischi potenziali concreti. Ho fiducia nelle nostre capacità di saggezza e compassione umane. Nel mio piccolo cerco di alimentare l’entusiasmo del sentirsi parte di uno sviluppo, di una evoluzione di specie, ben più grande delle nostre sole singole vite o comunità nazionali. A questo sto dedicando da tempo la scrittura di un libro, che spero di pubblicare l’anno prossimo.
Un passaggio fondamentale è comprendere che il cambiamento nasce, non solo da sagge azioni politiche e innovazioni tecnologiche, ma anche dallo sviluppo psichico, esistenziale ed etico di tanti singoli nella loro interiorità (in una sinergia tra individuale e collettivo, psicologico e sociale). È la società che plasma il cittadino o la somma delle caratteristiche individuali dei suoi membri che ne fa emergere le caratteristiche particolari di comunità? Questo è un dualismo fuorviante da superare, oltre gli abituali riduzionismi e specialismi.
Siamo parte di qualcosa di più grande, un Misterioso processo chiamato vita dell’universo (non “nel”), di cui noi Homo Sapiens non siamo che una delle possibili espressioni e forme. Ora noi umani ci troviamo all’interno di un passaggio senza precedenti per la nostra specie, forse uno dei possibili grandi filtri.
Scottati dai fallimenti delle religioni e delle ideologie politiche, la postmodernità porta con sé una desensibilizzazione a questo piano esistenziale più ampio, che dobbiamo risvegliare e rinnovare perché è il carburante che alimenta i cambiamenti culturali che si fanno poi politici.
Il presente richiede, al meno dal dopo guerra, una coscienza ed etica di specie e planetaria. Ma da almeno due decenni sono evidenti i segnali di impotenza e mancanza di modelli da parte di grosse fette della popolazione nei paesi sviluppati, che si rifugiano in movimenti regressivi, più o meno integralisti, etnici, ideologici, tribal-nazionalisti, di stampo reazionario. Spero di sbagliare, ma credo sia solo l’inizio. Tribalismo e capro espiatorio sono meccanismi atavici di collettività insicure, confuse e insoddisfatte.
Allora guardiamo in faccia i rischi senza negare che esistano o che possano peggiorare (combinandosi tra loro), ma nemmeno dando per certo che non sapremo trovare soluzioni ed essere all’altezza dell’evoluzione interiore e collettiva che ci è richiesta:
surriscaldamento globale;
varie forme di inquinamento;
l’erosione delle risorse e dell’ecosistema senza precedenti;
insufficiente investimento nella scuola ed educazione nei pesi sviluppati;
arretratezza psicologica, esistenziale e culturale (analfabetismo funzionale) rispetto alla complessità crescente;
mal gestione di equilibrio ed equità nella scala sociale ed economica;
crisi delle democrazie e movimenti reazionari;
debito degli stati nazionali e la coperta corta della produttività a lungo termine;
intere culture gettate nella contemporaneità ipertecnologica e postmoderna, senza aver maturato collettivamente una loro consapevolezza almeno moderna;
biotecnologie sempre più potenti (per esempio, l’eugenetica è di fatto tecnicamente possibile);
intelligenza artificiale, robotica e nanotecnologie in accelerazione (con scenari cyber a tendere);
armi di distruzione di massa.
La tecnologia non è il male, è una straordinaria e inevitabile componente della nostra evoluzione (o per meglio dire co-evoluzione). Il driver storico di ogni cambiamento materiale, sociale nella co-evoluzione cognitiva e culturale. Noi siamo una specie nativamente tecnologica, è un processo spontaneo dei sistemi viventi, superato un certo livello di capacità cognitive e coscienti.
Il vero problema è la sproporzione tra la lentezza, la fatica (individuale e collettiva) di sviluppo etico, psicologico, esistenziale e culturale (che si fa poi sociale e politico), in proporzione alla velocità di accelerazione della potenza tecnologica, spinta dal vantaggio competitivo che momentaneamente crea.
Urge consapevolezza di specie insieme a quella individuale, culturale e sociale
Siamo mediamente ancora troppo inconsapevoli, non solo dei nostri condizionamenti psicologici individuali e culturali, ma anche delle nostre tendenze di specie, che a tratti rivelano un sistema motivazionale e cognitivo poco superiore ad un cacciatore raccoglitore con il linguaggio scritto, lo smart-phone e la bomba atomica.
Tutta la filosofia transumanista maschera il vero problema dell’umanità, che non consiste nell’aumento quantitativo dei suoi poteri ma nel miglioramento qualitativo delle condizioni di vita e delle relazioni fra gli uomini. La vera sfida non è cambiare la natura umana ma inibirne il peggio e favorirne il meglio. Il transumanesimo elude la necessità primaria di rigenerare l’umanesimo. pag. 20
Civilizzare la Terra, trasformare la specie umana in umanità, diviene l’obiettivo fondamentale e globale di qualunque politica che aspiri non solo al progresso ma alla sopravvivenza dell’umanità. […] Tutto ciò che si gioca nell’ambito dell’economia, della politica, dell’azione, della società si gioca fondamentalmente e preliminarmente nella mente umana1. La mente umana ha ipersviluppato i suoi poteri sul mondo fisico e su quello vivente, ma li ha sottosviluppati su tutto ciò che è umano. Crediamo di possedere la ricetta dello sviluppo quando invece siamo posseduti da un mito tecno-economico. Inseguiamo un sogno di dominio mentre, come diceva Michel Serres, ora si tratta di dominare il dominio. […] La potenza senza coscienza fa di noi degli impotenti. La potenza senza coscienza è solo la rovina dell’anima. pag. 30
Spesso profondi cambiamenti positivi avvengono dopo che la collettività (mediamente predisposta a sceglier le vie più facili e istintive) ha reiterato per troppo tempo certi errori e si toccato il fondo. La paura oggi è che le potenze in gioco producano una caduta così profonda da non riuscire a risalire. Più potenza porta con sé più rischio, così come più opportunità, dobbiamo farci l’abitudine.
Serve una rivoluzione metacognitiva, nella quale agli auspicabili cambiamenti sociali e politici top-down vengano alimentati dal parallelo sviluppo bottom-up di consapevolezza e nuova etica.
Abbiamo competenze, conoscenze e prassi senza precedenti, in parte riprendendo il concetto di tecnologie del Sé, come le aveva definite Michel Foucault. Non siamo impotenti, non siamo inadeguati, ci manca consapevolezza su come funzioniamo.
Serve saperlo, fare esperienza diretta, serve una visione e cominciare e integrare un rinnovato modello di adulto e cittadinanza più capace e consapevole. Facciamo troppa teoria (spesso solo in terza persona), senza incarnare, almeno in parte, quello a cui tendiamo.
Dove si può collocare, in una panoramica mondiale di questo tipo, la ridicola questione morale e l’ancor più ridicola risposta: “Tutto dipende dall’individuo”? [..] Una coscienza storica che tenga conto dell’evoluzione dell’umanità non può non riconoscere che il più alto compito della specie umana è sempre stato quello di creare un nuovo individuo. [..] Ciò che è piccolo viene (quasi) sempre annientato da ciò che è grande, e tuttavia sopravvive sempre, e ogni volta è Davide ad avere la meglio su Golia. Ciò che è piccolo porta in sé il miracolo, perché è proprio l’individuo creativo a consentire all’umanità di seguire il proprio corso nella storia. pag. 25-26
Nel trailer di “A House of Dynamite”, che ho ripotato sopra, hanno utilizzato le parole di Carl Sagan per alimentare inquietudine, coerentemente con l’obiettivo del film. In realtà per anni, questo brillante astronomo, divulgatore scientifico e autore di fantascienza, si era impegnato ad entusiasmare e ad incoraggiare una visione più ampia, più elevata, che ispirava un’etica di specie carica di fiducia e speranza. Per chi ha avuto l’interesse e la capacità di arrivare sino alla fine di questo articolo, puoi ascoltare le parole di Sagan in uno dei suoi più emozionanti video online cliccando qui.
Il 26 Agosto 2025 ci ha lasciato Pier Luigi Luisi. Un uomo profondo e generoso.
Ricordo ancora quando molti anni fa lo contattai per aver un feedback per la mia tesi di laurea. Lo contattai come esperto di epistemologia e biologia dei sistemi complessi, oltre che per la sua diretta conoscenza di Humberto Maturana e Francisco Varela. Mi stupì che, nonostante l’importanza della sua carriera accademica e culturale, a breve giro mi rispose. Anche se non ero uno dei suoi studenti o dottorandi. Con gli anni imparai che non era scontata quella disponibilità, superato un certo livello di carriera.
Luigi era così, una di quelle rare persone veramente appassionate, mosse da una sincera vocazione alla comprensione profonda, e una spontanea philia verso l’altro, che non lo ha mai abbandonato. Ha saputo, negli anni, tenere vivo il lato creativo, curioso, esploratore, ludico del puer concigliandolo con la saggezza del senex.
Per diverso tempo abbiamo condiviso intensi momenti di incontro e dialogo, insieme ad altri amici ed amiche. Erano annuali incontri sopra Bologna (soprannominanti Kairòs), nei quali ci interrogavamo, in modo transdisciplinare, sulle direzioni culturali, psicologiche ed esistenziali collettive. Luigi era sempre protagonista con i suoi racconti, riflessioni e domande. Tutti sono sempre stati colpiti dalla sua apertura, affabilità, dalla ricchezza di conoscenze e dalla genuina voglia di dialogare e capire insieme.
Questa sua attitudine e vocazione si concretizzo nella creazione delle Cortona Week dove per molti anni ha aiutato tanti giovani adulti nel coltivare una visione profonda (psicologicamente, spiritualmente) ed estessa da un pensiero sistemio ed una attitudine transdisciplinare. Il suo intento era incrementare lo sviluppo di una leadership saggia.
Qualche anno fa scrisse insieme all’amico Fritjof Capra un bellissimo libro che coniugava la loro visione complessa, sistemica e autopoietica della vita: Vita e natura.
Video di grande impatto di 80.000 Hours sui rischi dello sviluppo dell’intelligenza artificiale generale (AGI) ispirato al progetto https://ai-2027.com/
Solo un breve commento.
Siamo come dei primitivi che hanno scoperto il fuoco ma non sanno ancora come gestirlo e rischiano di bruciare l’intera foresta che fornisce loro protezione e cibo.
La tecnologia ci rispecchia, chiedendoci costantemente: “Sei all’altezza del potere che stai abilitando?”. Ho scritto un articolo sull’argomento qualche tempo fa.
Un pò di storia della psicoterapia per sapere da dove veniamo e non reinventare la ruota.
Uno dei meriti delle psicoterapie psicodinamiche è l’aver sottolineato e affinato la centralità della gestione del transfert e controtransfert. Non solo fondata su di una conoscenza tecnica ma anche sull’essenziale lavoro personale del terapeuta (analisi personale, supervisioni, ecc.) che viene emotivamente coinvolto nella relazione terapeutica. Anche altre tradizioni come certo cognitivismo hanno con il tempo riconosciuto la centralità della formazione terapeutica su di sé dello psicoterapeuta (si veda per esempio Liotti, ma non solo).
Quindi, a chi il merito? Chi fu storicamente il primo a riconoscere il coinvolgimento psichico profondo del terapeuta e quindi della necessità di una (o più, nel corso ella vita) terapia personale per essere in grado di discernere tra le proprie dinamiche psichiche, quelle del paziente e la loro interazione?
Lasciamolo dire proprio a Sigmund Freud: “tra i molti meriti della scuola analitica zurighese annovero quello di aver stabilito l’obbligo per chi voglia compiere l’analisi su altri di sottoporsi preliminarmente ad un’analisi presso un esperto. Se si vuole fare sul serio questo lavoro bisogna scegliere questa via, che promette più di un vantaggio…” (da Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico, del 1912, p.537).
Prendo spunto da questo breve video del Center for Strategic and International Studies (CSIS). Niente di nuovo, sono scenari già paventati negli anni ’70 dal Club di Roma, con la famosa pubblicazione su i limiti dello sviluppo (poi affinati in decenni di revisioni). Siamo in un momento di svolta, un kairòs senza precedenti per la nostra specie. I nati dopo il 2000 dovranno sviluppare non solo soluzioni tecnologiche (per quanto imprescindibili) ma anche psicologiche, culturali e quindi politiche.
Vediamo alcuni dei megatrend: – Sovrappopolazione – Riduzione risorse, a partire dall’acqua – Insufficienza energetica – Riscaldamento globale – Rivoluzioni tecnologiche (c’è molto altro oltre l’AI, tra rischi ed opportunità) – Mondo sempre più piccolo interdipendente ed in conflitto
Il fattore principale che ci ha portato ad un tale impatto globale è stata la nostra capacità di sviluppare crescente potenza tecnologica nei secoli. Siamo una specie tecnica, in certi miti non a caso figli di Prometeo. Il punto chiaro ormai da un secolo è che dobbiamo migliorare nella capacità di auto-regolarci come individui, come comunità e come specie.
Il difficile non è la diagnosi ma la CURA!
La cura di cosa? Della SPROPORZIONE di specie tra la nostra capacità collettiva di sviluppare tecnologia per agire nel mondo e la nostra scarsa capacità di auto-conoscenza e consapevolezza psicologica per agire su noi stessi!
Siamo agenti sempre più potenti ma in proporzione piuttosto inconsapevoli di sé, del contesto e quindi di auto-regolarsi. La soluzione non può essere “solo” nuova tecnologia, è chiaro il loop, no?
Fatichiamo come specie nelle capacità metacognitive, cioè la capacità nel osservare i propri automatismi comportamentali, le inconsce credenze che ci condizionano e gli impliciti schemi relazionali. Ormai la conoscenza scientifica a riguardo è notevole. Non mancano nemmeno prassi sempre più efficaci per sopperire a queste nostre bias individuali e di specie.
Per questo, a mio parere, la rivoluzione per le nuove generazioni è prima di tutto psicologica, metacognitiva. L’attuale modello di adulto, nei paesi sviluppati, deve incrementare le competenze psicologiche e relazionali, altrimenti rimarremo di base: tribalisti, evoluzionisticamente opportunisti, egoici, con sistemi motivazionali e cognitivi finalizzati ad una immediata sopravvivenza spesso miope a livello sistemico, ecologico ed etico inadatta al contesto attuale. Su queste tendenze di specie si poggiano poi i diffusi traumi e distorsioni psicologiche di natura individuale, ma su questo sto scrivendo un libro.
Cambiamento solo tecnologico, politico e militare top-down non aprono scenari positivi alla lunga se non si agisce anche sulla nostra natura psichica, culturale ed esistenziale.
Non dico che dobbiamo diventare vulcaniani ma se non cambiamo rischieremo di sembrare più ai klingon che agli umani di Star Trek.
Pensate sia un caso che stiamo tornando ad armarci?
“La funzione compensatrice dell’inconscio si manifesta tanto più chiaramente quanto più unilaterale è l’atteggiamento cosciente; fatto, questo, di cui la patologia fornisce copiosi esempi.”
“Poiché il rapporto dell’inconscio con la coscienza non è soltanto un rapporto meramente meccanico o complementare, quanto piuttosto compensatorio, ed è accordato con le unilateralità dell’atteggiamento cosciente, non è possibile negare il carattere intelligente dell’attività inconscia.”
“I gusti proletari dei discendenti di antiche e nobili famiglie, gli impulsi criminali nei figli di ottime persone o di persone troppo buone, la pigrizia paralizzante o appassionata dei figli di energici uomini di successo, non sono solo aspetti di vita non vissuta per scielta cosciente, ma compensazioni ineluttabili, la funzione di un ethos naturale, cha abbassa ciò che era troppo elevato ed eleva ciò che era troppo basso.”
Romano Màdera ci propone la sua interpretazione del rapporto tra Carl Gustav Jung e la filosofia antica, intesa come prassi non solo intellettuale. Facendo riferimento ad autori come Pierre Hadot, ma non solo. Si coglie chiaramente dalle parole di Romano perché Jung possa legittimamente essere considerato uno dei padri della psicologia transpersonale. In quanto ha saputo mettere in relazione la parte della prassi psicoterapeutica più profonda con la possibilità che a volte (non sempre) diventi la migliore propedeutica ad una indagine esistenziale, senza ridurre l’una all’altra. La difficoltà di Jung fu la sua capacità di essere tra i primi a non farlo in modo ingenuto rispetto a possibili spiritual bypass, intellettualizzazioni filosofiche e riduzionismi psicologici. A mio parere queste ed altre intuizioni di Jung stanno incontrando un tempo di consapevolezza collettiva, culturale e scientifica generale per essere riscoperte, sviluppate ulteriormente (anche in modo critico) e vissute.
“Il processo di individuazione è un fenomeno limite della psiche e richiede condizioni particolarissime per diventare cosciente. Si tratta forse della fase iniziale di uno sviluppo di cui un’umanità futura imboccherà la via, ma che, come deviazione patologica, ha portato intanto l’Europa alla catastrofe. Sembrerà forse superfluo illustrare una volta ancora la differenza — chiarita ormai da tempo — tra il divenire cosciente e la realizzazione del Sé (individuazione). Continuo a vedere però che il processo di individuazione è confuso con il divenire cosciente dell’io, e quindi l’Io viene identificato col Sé, con l’ovvia conseguenza di una irrimediabile confusione. Perché in tal modo l’individuazione diventa semplice egocentrismo e autoerotismo. Invece il Sé racchiude infinitamente di più che un Io soltanto, come dimostra da tempo immemorabile la simbologia: esso è l’altro o gli altri esattamente come l’Io. L’individuazione non esclude, ma include il mondo.”
Carl Gustav Jung, Considerazioni sull’essenza della psiche