Pillola rossa o pillola blu?

Collaborare a lavoro e la complessità delle relazioni umane

Pochi giorni fa scrivevo ad un imprenditore e CEO con il quale ci conosciamo da diversi anni. Un professionista che stimo per la sua intelligenza, a cui piace teorizzare ma per poi essere pragmatico sul campo. Ha una forte abilità di analisi e problem solving, che spesso si esprime nello sviluppo di modelli, strategie e prassi. A suo modo un innovatore. Non mancano nel suo repertorio anche pratici elenchi di consigli su come collaborare e gestire le persone.

Con l’auspicio di integrare le sue già ampie prospettive gli suggerivo di notare come i suoi corretti elenchi di consigli avessero in sé una implicita antropologia illuministica. Come se considerasse di fondo gli esseri umani dei soggetti razionali, coerenti e perfettamente consapevoli di sé a cui basta dare delle indicazioni chiare, operative per incrementare la loro capacità di crescere nel team e professionalmente. I consigli erano per lo più corretti, infatti il punto non era il contenuto proposto ma l’implicita speranza che bastasse spiegare il modello più valido per risolvere tante difficoltà.

Il mio suggerimento non era sulla teoria corretta, ma sulla prassi. Come ci trasformiamo, come possiamo evolvere psicologicamente e relazionalmente in quanto persone e in quanto professionisti? Cosa serve per cambiare non solo in superficie?

Non siamo soggetti chiari a noi stessi, coerenti, consapevoli quanto vorremmo. A vari gradi fanno parte della nostra vita psichica conflitti tra parti interne, di cui il più delle volte siamo inconsapevoli ma profondamente condizionati. Conflitti che finiamo spesso per inconsciamente proiettare all’esterno sugli altri. Per esempio parti di noi che temiamo o svalutiamo ci attirano inconsciamente l’attenzione e la reattività quando sembrano incarnate dall’atteggiamento di qualcun altro. Oppure un collega ricorda un parente che ci faceva sentire in soggezione e noi ci mettiamo sulla difensiva, ci irrigidiamo non dando la possibilità all’altro (e a noi stessi) di comprendersi. Altro esempio, siamo così bisognosi di contrastare un inconscia paura di non valere che ci identifichiamo con una maschera di grandiosità narcisista esplicita o vulnerabile.

Questi rapidi, e per nulla esaustivi, accenni possono aiutare a far intravedere la complessità della collaborazione, senza ancora dover mettere in gioco gli inevitabili conflitti di interessi che avvengono nella vita e nel lavoro.

Suggerimento: ascolta se una parte di te dice una cosa tipo:

“Ma no, non mi riguarda. Ho tanta esperienza. Io conosco me stesso a sufficienza e capisco gli altri. Non ho tempo da perdere, devo concentrarmi sugli obiettivi esterni. Mi basta l’esperienza fatta sul campo a lavoro. Questo post forse è per i più giovani o per le persone più in difficoltà che devono guardarsi dentro, non per me.”

Riesci a rimanere aperto alla possibilità che possa esserti comunque utile? Riesci a mettere tra parentesi questo pensiero, senza barricartici dietro per cercare un senso di protezione? Non sono questioni semplici tutto o niente, nero o bianco, forte o fragile, ecc.. Certo che hai dei lati molto maturi, capaci, esperti e quel patrimonio di capacità rimane lì pronto ad esserti di supporto. Il più delle volte è il dolore che ci costringe a guardarci dentro. Quando qualche cosa che non funziona supera un certo limite. Ma non siamo costretti ad arrivare a star troppo male per metterci in gioco internamente e relazionalmente. Possiamo darci la possibilità di incrementare la nostra consapevolezza e libertà perché vogliamo ulteriormente fiorire, perché stiamo vivendo intensamente, non solo perché c’è qualcosa da curare.

Pillola rossa* o pillola blu?

* [Nota: mi rifaccio al concetto classico metaforico del film Matrix non all’uso reazionario più recente del concetto di pillola rossa]

Togliamo il dubbio, non mi sto riferendo al modo di funzionare di persone particolarmente afflitte da disagio psichico ma, a vari gradi, del “normale” funzionamento umano. Queste sfide relazionali e di comunicazione vanno poi a combinarsi con diversi stili cognitivi, tipologie psicologiche, culture di provenienza che possono creare incomprensioni, fraintendimenti ulteriori. Si è un ginepraio, ma meglio saperlo e affrontarlo senza illusioni.

In generale il concetto stesso di leader è meglio sostituirlo con un concetto più relazionale come quello di leadership diffusa.

“Ok, diciamo che ho capito… ma quindi in pratica cosa si può fare? Altrimenti mi sento solo impotente dinnanzi a tutta questa complessità. Io sono uno a cui piace fare, agire nel mondo non stare a guardarmi dentro.”

A questo punto non posso esimermi anch’io dal fare un elenco! 🙂

  1. Equilibrare la conoscenza in terza persona tecnica e scientifica con la conoscenza in prima persona emotiva e relazionale vissuta e sentita, non solo teorizzata (ci sono diversi modi per farlo);
  2. si può capire e aiutare (psicologicamente) l’altro solo in misura della capacità di aver noi stessi sufficientemente realizzato la questione che l’altro ci pone con il suo modo d’essere;
  3. da una certa complessità di sfide e livello di collaborazione in su non si può separare persona da professionista, l’utile ingegnerizzazione delle prassi e relazioni umani arriva sino ad un certo punto;
  4. le soft-skills sono il prodotto di un profondo lavoro di regolazione emotiva, metacognizione, mentalizzazione, integrazione del corpo, competenze relazionali, ritiro delle proiezioni, discernimento tra propri schemi interpretativi e le situazioni obiettive; in altre parole, un salto di qualità della formazione psicologica delle persone in genere e in particolare di chi si assume certe responsabilità (non basta un corso d’aula, leggere un libro, si deve lavorare direttamente con le proprie emozioni, credenze e comportamenti).

La consapevolezza e la coerenza tra le parti interne, così come quella tra il “dentro” (del nostro vissuto interiore) ed il “fuori” (delle relazioni con gli altri) è il lavoro di una vita! È una delle componenti più importanti dell’avventura umana. La coerenza, la consapevolezza, l’individuazione, la resilienza e la capacità di discernimento non ci sono date come capacità alla nascita ma sono potenzialità tutte da coltivare.

Cosa fare?

Cosa puoi fare tu con te stesso. Parti da questo.

Quanto ti conosci? Quanto sei proiettato all’esterno, al risolvere, manipolare il “fuori” senza considerare il tuo “interno” modo di interpretare e vivere la situazione. Come va la tua vita personale, relazionale, affettiva? Sai chi sei e cosa vuoi? Come ti relazioni con le tue emozioni, con i tuoi desideri? Quanto sai distinguere tra disagio psicologico e disagio esistenziale? Come tutto questo impatta sui tuoi valori, sui tuoi modelli, sul tuo modo di lavorare, di collaborare, sulla tua identità professionale?

Queste e molte altre domande non sono un lusso o temi di chi ha un problema psicologico ma l’opportunità per tutti di vivere pienamente, migliorando la propria e altrui vita.

Paura dello stigma del fare la psicoterapia?

Tolto che bisogna intendersi sul linguaggio e si può parlare anche di percorso e sostegno psicologico. Spesso il linguaggio clinico derivato dalla psichiatria (che ha tutto un suo senso storico, culturale ed istituzionale) non aiuta. Non vuoi sentirti fragile, manchevole, non vuoi sbagliare, sentirti principiante o in difetto, non vuoi fare fatica, sei già il migliore, non hai fiducia, nessuno ti può aiutare, hai paura? Interessanti punti da cui partire, con calma, curiosità, gradualmente, con gentilezza, in un contesto sicuro. Da non tenere scontati, da scomporre e smettere di agire in automatico.

Perché tutti i grandi atleti, da un certo livello in su, includono nel loro percorso un lavoro sul piano psicologico? Non parliamo di disturbi (anche se possono esserci ovviamente anche nello sportivo) ma di un livello fondamentale da includere per crescere: il farsi carico della centralità della mente, dei nostri schemi e credenze consce e inconsce.

Morpheus: “io posso solo indicarti la soglia, ma sei tu quello che la deve attraversare”.

Continuerò a leggere con interesse i post di questo imprenditore che conosco dal quale ho sempre da imparare. Ha mostrato interesse agli spunti che gli ho condiviso. Mi auguro che, come è stato in passato in grado di innovare in certi settori, possa essere domani un rappresentante di una forma di leadership psicologicamente più consapevole.

Pillola rossa o pillola blu?

Here [IT]

Non sono un critico cinematografico ma uno psicologo e riporto semplicemente le mie impressioni sorte vedendo questo film, carico di temi psicologici ed esistenziali. In generale i film si prestano a diverse suggestioni e interpretazioni, spesso anche oltre quelle volute da sceneggiatori e regista, quindi quella che propongo è solo una delle possibili letture.

ATTENZIONE: SPOILER!! Per chi volesse godersi il film senza anticipazioni e svelamenti di trama non prosegua la lettura, se non dopo la visione del film, grazie.

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  1. SPAESAMENTO

All’inizio ci si mette un pò a capire il senso del film. Una sequenza di vicende, vite, famiglie, in periodi storici diversi. L’unico comun denominatore è il luogo.

Dopo un pò si capisce che il protagonista è il luogo stesso, ma non nel senso ordinario, estroverso, oggettificante, di un semplice luogo fisico sul pianeta terra. Si tratta di un senso più profondo ed interiore di spazio. Quando si realizza questa originale scelta del produttore e regista Robert Zemeckis e del co-sceneggiatore Eric Roth (basato sull’omonimo fumetto del 2014 di Richard McGuire), ci si rende conto che è un film esistenziale, più profondo di quello che si potrebbe pensare.

Come in un insegnamento buddhista (e forse anche neoplatonico) il vuoto non è un semplice nulla ma la Sorgente creativa che permette l’esistere dello spazio, del tempo, delle cose, della vita, delle biografie, delle emozioni e delle relazioni.

Quel HERE, quel QUI è il Mistero dell’esserci.

Emotivamente da un lato può incuriosire ma dall’altro inquieta che manchi la struttura classica che soddisfa la nostra necessità di identificarci in protagonisti ben delineati. Sin da principio il film mette in discussione il nostro bisogno emotivo, personale di una storia classica tipo il viaggio dell’eroe. Quel bisogno di gratificazione che cerchiamo nel cinema come intrattenimento che ci faccia vivere per un pò la vita di altri. Capisco che già a questo punto molti spettatori possano non apprezzare il film, sentendo una certa irritazione, spaesamento e noia.

Sia noi spettatori che i personaggi del film siamo/sono da un lato importantissimi e unici, dall’altro vite impermanenti, fugaci e prive di una natura intrinseca, fenomeni interdipendenti. Il film all’inizio non fa sentire lo spettatore così importante e da coccolare subito. Questo può essere solo frustante se ci fermiamo qui.

Tutto scorre, a tratti in modo frenetico, tempi, famiglie, storie diverse. L’unica costanza è quello spazio, quel HERE, quel QUI, neutro, ne buono ne cattivo, ne amorevole ne indifferente. Uno spazio potremmo dire transpersonale: nel senso del non riducibile al personale (dei personaggi), non alternativo e contrapposto ma che include la prospettiva personale (i personaggi) in qualcosa di più grande. Cos’è questo di più?

2. GIOCO FIGURE SFONDO

Il vuoto, lo spazio, il QUI rimane sullo sfondo quando vanno in primo piano le vite dei personaggi, ma allo steso tempo il QUI è l’unica costanza. Prosegue quindi questo gioco di figure e sfondo, che ci fa notare come ci dimentichiamo del vuoto che permette l’esistere di personaggi e delle storie stesse. Il palcoscenico facendo una analogia teatrale. Lo interpreto come il tentativo del regista di far capire che c’è un legame tra noi e il Mistero, tra l’essere completamente risucchiati dalle vicende della nostra vita, dai nostri bisogni (gratificati o frustrati che siano) e il Mistero della vita stessa che ci include ma che non è riducibile all’io individuale (e che va sullo sfondo).

Ma noi spettatori, noi personaggi, aneliamo a quella base di certezze, soddisfazione e consolazione che chiamiamo ricerca di senso e che nel film potrebbe corrispondere alla trama e alla identificazione con i personaggi. Fatichiamo a conciliare la nostra naturale centralità, egoicità biologica e psichica con una dimensione più ampia, esistenziale, spirituale che richiede un ridimensionamento della centralità dell’io. Per questo credo che mediamente sia un film più apprezzabile da spettatori nella seconda parte della vita, esclusi quei giovani adulti con una spiccata sensibilità esistenziale.

3. DUKKHA

Nel proseguire del film le storie si concentrano principalmente intorno ad una famiglia: quella interpretata dai due attori Tom Hanks e Robin Wright (gli stessi attori che Zemeckis coinvolse nel mitico film Forrest Gump). Quindi, dopo la fatica iniziale, il film ci viene con comprensione incontro con una narrazione un pò più classica, con in primo piano i personaggi le loro vicende, relazioni e sentimenti, ma mantenendo sullo sfondo lo scorrere veloce del tempo e la centralità del luogo.

Che ruolo giocano in questo vuoto carico di vita le vicende degli emergenti protagonisti?

Senza troppi giri di parole, credo che per molti spettatori possa essere un pugno nello stomaco. Viene messa in scena la difficoltà ad essere felici, la durezza della vita, l’incertezza, l’impotenza, il limite e in misura diversa la pervasiva insoddisfazione.

Come se il film suggerisse di accorgerci che se eccessivo il bisogno di centralità dell’io, delle proprie storie, della propria validità e identità è spesso più frutto di insoddisfazione che altro. La forza attrattiva dell’ego è spesso un io frustrato e ferito più che un io realizzato e soddisfatto. Il film mostra il diffuso bisogno di sicurezza in un mare di incertezza. La difficoltà di amare ed essere amati. La difficoltà di capire l’altro e di essere capiti. La difficoltà di individuarsi, di capire chi siamo e provare a viverlo sotto la pressione dei bisogni biologici, famigliari, lavorativi, della cultura e società. Il film non parla di grandissime tragedie ma della normale insoddisfazione e difficoltà del vivere. Per questo può toccare punti vivi di dolore di tanti spettatori, insoddisfatti di come sia andata la loro vita sentimentale e lavorativa.

4. SIAMO GIÀ A CASA

Verso la fine del film il cerchio si chiude. Piano piano, con delicatezza lo sfondo del QUI torna a farsi in primo piano e i protagonisti della famiglia protagonista si ritrovano legati dall’affetto con tutte le loro cicatrici biografiche, sotto la pressione della vecchiaia e della malattia. La morte, che ha già attraversato nel film le vicende delle altre famiglie, si fa all’orizzonte e mette al centro la ricerca di senso, che forse sia i protagonisti che gli spettatori hanno compreso non può essere risoltà solo sul piano personale psicologico e biografico ma devono includere anche un riconoscimento dello sfondo che sottende il Tutto, per comprencere che: in realtà eravamo già a casa.

Solo a quel punto, a fine film, il VUOTO non duale torna ad unirsi con il LUOGO personale.

In realtà il primo ha da sempre incluso il secondo in cui ci eravamo identificati e persi (non è un caso che in certe tradizioni indiane si parla del risveglio dal sogno). Il tentativo di ridurre il Mistero ad enigma è come il tentativo di trasformare il Vuoto in un semplice nulla (causa secondo me dello stallo nichilista a cui ho dedicato un altro articolo). L’inconscio tentativo di ridurre l’Esserci al luogo fisico, alla vicenda personale. Allo stesso tempo se non ci diamo la possibilità di lavorare psicologicamente sulle nostre personali difficoltà relazionali, affettive ed individuative non saremo in grado di aprirci più di tanto al piano transpersonale che ci include e che siamo, da sempre già qui ed ora (se vuoi leggi questa mia riflessione del rapporto tra personale e transpersonale ed il rischio di spiritual bypass).

Angoscia e meraviglia coesistono quando noi umani siamo colti dal Mistero dell’esserci.

Spesso prevale la prima a scapito della capacità di sentire la seconda se rimaniamo identificati con il nostro (per quanto prezioso ed unico) piccolo io, la nostra identità e storia.

Un film coraggioso, che sicuramente non piacerà a molte persone perché è duro, faticoso, profondo, non è strettamente finalizzato all’intrattenimento.

Un film che ci invita a prendere sul serio i limiti dell’automatica e inconscia tendenza a mettere al centro noi stessi, suggerendo di conciliare il personale con il transpersonale, il coraggio di accettare la sfida psicologica relazionale e individuativa come presupposto per una realizzazione anche esistenziale.

P.S.

Com’è ovvio, nell’ermeneutica, nell’interpretazione di un contenuto artistico proiettiamo molto di noi quindi forse non tutti troveranno nel film quello che ha suscitato in me. Spero comunque che le riflessioni che ho condiviso ti risultino utili.

Nichilismo come crisi di “relazione con” il Mistero

Nella mia ricerca esistenziale Vito Mancuso è sicuramente uno degli autori attuali che mia ha maggiormente ispirato e che ho anche avuto la fortuna di conoscere di persona.
Ritengo questo video una sintesi pregnante di una buona parte delle sue tesi. Mi sono permesso di amplificare brevemente alcune delle riflessioni che Vito propone. Vi suggerisco di vedere l’intervento di Vito nel video e poi, se volete, leggere le mie riflessioni.

C’è un grande bisogno di tornare a fare i conti con la ricerca di senso, il disagio esistenziale intrinseco alla vita, che è un modo laico per indicare l’antico percorso spirituale. Il bisogno di senso è più intenso quando la vita si fa dura e anche con il passare degli anni. Diventa ancora più difficile riconoscere questa necessità quando nella società la grande rimossa diventa la mortalità. Questa rimozione di fondo collettiva dei paesi sviluppati e benestanti influenza come interpretiamo le situazioni di limite, incertezza, impotenza e insoddisfazione di cui è pervasa la vita. In pratica, la ricerca di senso non concerne il diventare filosofi, eremiti o monaci ma può spesso iniziare dal non tenere scontato come cerchiamo la felicità. Siamo spesso attenti alle nostre scelte pratiche, sociali, economiche (a volte anche psicologiche) ma ci dimentichiamo spesso dell’implicita filosofia di vita che abbiamo (o per meglio dire che ci possiede) che plasma profondamente come viviamo.

La sincera e onesta ricerca di senso sottende la nascita delle religioni ma non è identificabile in esse. Infatti le religioni svolgono principalmente una funzione identitaria, istituzionale, sociale, dogmatica e rituale che contraddice proprio quella libertà e sano stare con l’incertezza tipico della vera ricerca spirituale, sapienziale e filosofica. Vito ad un certo punto parla dei mistici e per esempio Meister Eckhart (uno dei più importanti mistici cristiani) scriveva: “prego Dio che mi liberi da dio”, nel senso del dio delle credenze religiose, delle teologie che cercano di risolvere ogni aporia, ogni dubbio, che spingono l’intellettualizzazione e non l’introspezione, che rafforzano l’identità tribale e la contrapposizione.

I tribalismi, gli integralismi, i dogmatismi, la superstizione, la mancanza di onestà intellettuale, il suprematismo di un una religione sulle altre, la mancanza di integrazione tra sviluppo psicologico e ricerca interiore, sono solo alcuni esempi del fallimento per la coscienza contemporanea del fenomeno religioso. Per non parlare della mancanza di consapevolezza storica dello sviluppo e diffusione delle religioni come per esempio il cristianesimo. Dobbiamo passare, come diceva Raimon Panikkar dalla ortodossia alla ortoprassi (che Vito stesso cita). Vuol dire passare da una religiosità fatta di teorie e dogmi ad una spiritualità fatta di percorsi di auto-conoscimento, non dogmatici, di relazione con il Mistero. Imparare a stare con il limite, l’incertezza, l’angoscia, il vuoto.

Con lo svuotamento dei lati “umani troppo umani” delle religioni abbiamo buttato via il bambino con l’acqua sporca. Ci siamo trovati esistenzialmente e fenomenologicamente davanti a quel apparente vuoto di cui parlano quasi tutte le grandi mistiche di ogni cultura. Il passo a ritenere quel apparente vuoto di certezze, di conferme, di dio/dei come la tragica conferma di un semplice nulla ci ha gettati (da fine dell’800) nel nichilismo. Nulla ha senso, tutto è puro caso, follia cosmica. Siamo appena entrati collettivamente nella “notte oscura dell’anima”, nell’opera al nero. Per sopravvivere esistenzialmente ci siamo attaccati ai successi della tecnologia (che ci viene più facile), abbiamo rimosso mortalità e limiti, confondendo il modo psicologico ordinario con cui diamo senso alla nostra quotidianità con il tentativo di dare senso al Tutto. Ma questa sovrapposizione di modalità di senso (relativa nello spazio-tempo vs assoluta verso il Tutto) non regge e ci spaventa. Bene, questo è l’inizio del percorso esistenziale non la fine. Ma è un passaggio nell’ortoprassi. Bisogna iniziare percorsi psicologici e meditativi, non si può ridurre tutto solo ad una speculazione intellettuale che lascia intonso l’insieme di parti bisognanti che ci guidano inconsciamente sullo sfondo. Abbiamo inflazionato prassi di conoscenza in terza persona (di cui la scienza è la massima espressione) a scapito delle conoscenze in prima persona del nostro mondo interiore. Non si tratta di rigettare la fondamentale e preziosissima impresa scientifica (io stesso ho una formazione scientifica) ma di integrarla con percorsi psicologici, contemplativi ed introspettivi anche di natura esistenziale. Siamo diventati esperti di neuroscienze e psicologia conoscendo noi stessi solo per via teorica, quando poi spesso siamo completamente incoscienti ai nostri schemi e credenze profonde. Quando mancano gli occhi per vedere sul piano psicologico manca un fondamentale presupposto per uno sguardo impersonale, transpersonale esistenziale.

Ci siamo convinti collettivamente che la perdita di relazione con il Mistero (prodotta dalla necessaria destrutturazione delle religioni) abbia confermato la tragica constatazione che sotto sotto in verità non c’è nulla, non c’è senso, è solo tutto un folle caso. L’unica condizione in cui si può sperare è che, in questo casuale non senso, ci capitino delle buone carte. Ovviamente questa condizione lascia intonso lo sfondo di una totale angoscia e alienazione. Terrorizzati e incapaci di affrontare i momenti più difficili, tendiamo a regredire in modalità arcaiche e infantili. Conviviamo spesso con un modello di felicità molto fragile dal punto di vista psicologico ed esistenziale.
L’ipotesi da me sostenuta, e da persone bene più competenti di me (come credo anche Vito), è che in realtà si tratta di rinnovare la relazione con il Mistero. In poche parole:

lo stallo nichilista che attanaglia collettivamente l’Occidente da quasi due secoli non è una crisi del Mistero ma una “crisi di relazione con” il Mistero.

Questa è la mia ipotesi centrale.
Uno dei significati etimologici di religio è proprio quello di legare insieme. E’ un crisi del della modalità con cui ci relazioniamo, non di certo una comprensione e risoluzione del Mistero.

Se cerco senso con uno sguardo pratico, materialista e intellettuale ordinario non andrò molto lontano, tenendo scontato l’io desiderante e spaventato che sottende lo sguardo stesso. Non si tratta di guardare “fuori” ma di andare a ritroso proprio di quel io osservante e bisognante (complesso, molteplice, stratificato e inconscio). Andare anche più a fondo dell’io stesso. Questo è il percorso sapienziale, filosofico, mistico di cui parlano tanti tra cui anche Vito.

L’Esserci, il Tutto, il Senso, Dio, il Tao, ecc. non sono enigmi da risolvere, ma sono solo “umani troppo umani” concetti, parole che (come il famoso dito che indica la luna) indicano “il” Mistero non “un” enigma. La prima cosa da fare è riconoscere tutti i presupposti culturali e psicologici che teniamo impliciti. E’ uno svuotamento più che un accumulo di nuove conoscenze e credenze.

L’alternativa è oscillare tra integralismo e nichilismo nel mentre che decennio dopo decennio avremo tecnologie sempre più potenti che ci chiederanno di essere psicologicamente, eticamente ed esistenzialmente alla loro altezza. Si tratta di un periodò tanto complesso, ambiguo quanto ricco di potenzialità, un kairòs si sarebbe detto nell’antica Grecia.

Dobbiamo rendere gradualmente collettiva una via che in passato è stata per pochi. Non so se sia possibile, ma almeno in parte e gradualmente dobbiamo provarci. La mia fiducia è che oggi abbiamo molte più conoscenze scientifiche e prassi, oltre che una vasta consapevolezza storica e filosofica di gran parte dei tentativi filosofici, sapienziali e contemplativi messi in atto dalla nostra specie. Ci sono i presupposti per una sempre migliore integrazione tra ricerca scientifica e ricerca interiore psicologica ed esistenziale. Nel suo libro “I quattro maestri” Vito parla dell’ipotesi di una seconda era assiale (rifacendosi al concetto di Jaspers) e per me è una possibilità molto valida in prospettiva. Su questa svolta, su questo kairòs sto scrivendo un libro dal punto di vista dei presupposti psicologici necessari.
Per fare questo si deve prima lavorare sul piano psicologico che su quello spirituale altri menti si rischia lo spiritual bypass.
In un passaggio per me cruciale nel video Vito letteralmente dice:

“Il grosso problema dell’Occidente consiste proprio nella separazione dalla sua religione originaria!”.

Concordo pienamente, il nuovo non sarà uno strappo con il passato ma una revisione e suo sviluppo alla luce delle conoscenze e coscienza attuale.
Per esempio, non è per me un caso che, la metafora dell’elefante che Vito cita alla fine del suo intervento è tanto valida per la spiritualità quanto per il pensiero complesso e l’epistemologia della complessità di grandi filosofi come Edgar Morin.

La singolarità è più vicina

“Ricordate cosa è successo due milioni di anni fa, l’ultima volta che abbiamo ottenuto una maggiore quantità di neocorteccia? Siamo diventati umani. Quando potremo accedere a ulteriore neocorteccia nel cloud, il salto nell’astrazione cognitiva sarà probabilmente simile.” (Ray Kurzweil, La singolarità è più vicina, pag. 60)

Anche se raddoppiassimo i tempi previsti da Raymond Kurzweil si tratta comunque di decenni non di secoli prima di vedere emergere qualcosa che cominci ad essere “oltre” l’Homo Sapiens. Questo scenario è sconvolgente non credo solo per me.

Dopo Darwin ci siamo resi conto di essere solo uno dei possibili rami di sviluppo dell’evoluzione e non certo il punto di arrivo. Ho già sviluppato l’ipotesi in questo articolo che la tecnologia ci faccia da specchio per una coevoluzione. Specchio di cosa vuol dire non solo essere noi stessi con le nostre capacità e limiti individuali ma anche come comunica e come specie. Non è forse un caso che le conoscenze in neuroscienze, paleontologia, etologia comparata, psicologia evoluzionistica, genetica, ecc. ci stiano aiutando a comprende cosa voglia dire essere psichicamente e culturalmente Homo Sapiens.

Non è forse campato per aria pensare ad un processo di individuazione non solo personale ma anche collettivo, di specie. Perché non basta nascere Homo per essere Sapiens e si possono ipotizzare almeno quattro nascite psiche nella vita di un essere umano.

Serve una rivoluzione metacognitiva in una quota crescente della popolazione per non cadere in scenari decadenti cyberpunk entro la fine di questo secolo.

Non so quanto potremo permetterci di essere ancora poco più che dei cacciatori raccoglitori con il linguaggio e lo smartphone la biforcazione tra la nostra lentezza di sviluppo psichico e culturale rispetto all’accelerazione tecnologia è travolgente.

Rimangono aperti molti dubbi e limiti sul tema della coscienza che per diversi esperti non è riducibile alle capacità cognitive in senso stretto, le quali possono funzionare senza consapevolezza come avviene nell’AI.

Invito a leggere il testo di Kurzweil pubblicato da Apogeo srl con la prefazione di David Orban

La grande rimossa

La grande rimossa oggi non è la sessualità ma la mortalità, che inconsciamente riecheggia in ogni gettatezza del destino, in ogni limite, in ogni impotenza.

Ma c’è a mio avviso anche un’altro tabù, che forse può essere gradualmente portato collettivamente sul piano cosciente: l’intrinseca insoddisfazione del modo ordinario che abbiamo di immaginare, valutare e perseguire la felicità.

Non è una nichilistica constatazione di un mondo oggettivamente tragico, ma la grande opportunità di comprendere che al fondo di tutto c’è un tipo di mente prima che un tipo di mondo.

Non è neutro psicologicamente essere Homo Sapiens.

CYBERPUNK 2025 [EN] [IT]

CD PROJEKT RED

EN

Cyberpunk is a genre of pessimistic and dystopian science fiction in which humanity struggles to live up to its capacity for technological development on an individual and collective level. Good science fiction has always been valuable for reflecting on the present by building scenarios similar to thought experiments to ask better questions.

It seems to me that there are the first signs of a potential chaotic and failed cyberpunk scenario by the end of the century. These are themes that for anagraphic reasons should interest especially those born after 2000, but each in their own small way can contribute to not going off course.

From this specific perspective, the human being is a particular living phenomenon equipped with a set of cognitive abilities that predispose it to develop language, interpersonal knowledge and technology. These very powerful abilities are however on average faster and easier than metacognitive skills, which serve to increase awareness, knowledge and the development of one’s way of functioning on a motivational, cognitive, belief, relational and behavioral level.

Adopting an evolutionary perspective, we are hominids who have just emerged from the state of hunter-gatherers full of automatisms, biases and motivational systems archaic for our current technological power.

The problem is not technology per se. Life beyond a certain level of intelligence and self-awareness is intrinsically technological. The hominids from which our species derives were already technological animals. Beyond a certain level of complexity, technology is indispensable and inevitable. The point, the challenge is how to co-evolve with technology.

This is why I find the cyberpunk genre very interesting and current. Immersing ourselves in those chaotic, nihilistic, dystopian contexts, as well as in the ethical and existential doubts of the characters allows us to reflect on our current relationship with technology.

The intuitions of cyberpunk authors warn us that if we continue to overcompensate for our psychological, cultural, social, relational and existential limits, through technological development, we will not build a beautiful world to live in.

Using spoken and written language, living in complex societies with high technological development, we delude ourselves into thinking we are evolved. Are we sure? What are the motivational systems and average behaviors of us humans in developed countries? Little more than hunter-gatherers with their personal and tribal survival goals, ready to go to war as soon as things go a little badly and with a low will and ability to know and change our way of being (which is the origin of every problem and solution).

We forget that our body-mind creates the technology we will use, the beliefs and knowledge we will live in.

Taking up the famous parable of the finger pointing at the moon, we should stop focusing only on the technological finger to observe that our psyche is pointing at the moon.

It is not enough to be born Homo to be Sapiens.


IT

Il cyberpunk è un genere della fantascienza pessimista e distopico in cui l’umanità fatica ad essere all’altezza della sua capacità di sviluppo tecnologico sul piano individuale e collettivo. La buona fantascienza è sempre stata preziosa per riflettere sul presente costruendo scenari simili ad esperimenti mentali per porsi migliori domande.

Mi sembra che ci siano le prime avvisaglie di un potenziale scenario caotico e fallimentare cyberpunk entro fine secolo. Sono temi che per questioni anagrafiche dovrebbero interessare soprattutto i nati dopo il 2000, ma ciascuno nel suo piccolo può dare un contributo a non sbagliare la rotta.

Da questa prospettiva specifica l’essere umano è un particolare fenomeno vivente dotato di un insieme di capacità cognitive che la predispongono a sviluppare linguaggio, conoscenza interza persona e tecnologia. Queste potentissime capacità sono però mediamente più veloci e facili rispetto alle competenze metacognitive, che servono ad incrementare la consapevolezza, la conoscenza e lo sviluppo del proprio modo di funzionare sul piano motivazionale, cognitivo, delle credenze, relazionale e comportamentale.

Adottando una prospettiva evoluzionistica, siamo ominidi appena usciti dallo stato di cacciatori raccoglitori pieni di automatismi, bias e sistemi motivazionali arcaici per la nostra attuale potenza tecnologica.

Il problema non è la tecnologia di per sé. La vita superato un certo livello di intelligenza e autocoscienza è intrinsecamente tecnologica. Già gli ominidi dai quali deriva la nostra specie erano animali tecnologici. Superato un certo livello di complessità la tecnologia è indispensabile e inevitabile. Il punto, la sfida è come co-evolvere con la tecnologia.

Per questo ritengo il genere cyberpunk molto interessante ed attuale. Immergendoci in quei contesti caotici, nichilisti, distopici, così come nei dubbi etici ed esistenziali dei personaggi ci permette di riflettere sul nostro attuale rapporto con la tecnologia.

Le intuizioni degli autori cyberpunk ci avvertono che se, tramite lo sviluppo tecnologico, continueremo a compensare in modo eccessivo i nostri limiti psicologici, culturali, sociali, relazionali ed esistenziali non costruiremo un bel mondo in cui vivere.

Usando il linguaggio parlato e scritto, vivendo in società complesse e dall’elevato sviluppo tecnologico ci illudiamo di essere evoluti. Siamo sicuri? Quali sono i sistemi motivazionali i comportamenti medi di noi umani nei paesi sviluppati? Poco più di cacciatori raccoglitori con i loro obiettivi di sopravvivenza personali e tribali, pronti a fare la guerra appena le cose vanno un pò male e con una bassa volontà e capacità di conoscere e cambiare il proprio modo di essere (che poi è l’origine di ogni problema e soluzione).

Ci dimentichiamo che il nostro corpo-mente crea la tecnologia che useremo, le credenze e conoscenze in cui vivremo.

Riprendendo la famosa parabola del dito che punta la luna, dovremmo smettere di concentrarci solo sul dito tecnologico per osservare che indica luna la nostra psiche.

Non basta nascere Homo per essere Sapiens.

Esseri bisognanti

Noi esseri viventi abbiamo introdotto nell’universo tante novità rispetto ai fenomeni non viventi, come per esempio la cognizione ed i bisogni.

Oltre che senzienti siamo esseri costantemente bisognanti.

La vita è un sistema super complesso con una struttura ricorsiva termodinamicamente aperta (come una specie di gorgo) e organizzativamente siamo una dinamica circolare chiusa nel tentativo di mantenere l’organizzazione stessa. Siamo autopoietici direbbero Maturana e Varela.

Siamo un sistema che, per quanto ne sappiamo, non può superare il secondo principio della termodinamica, ma siamo incredibilmente in grado di incrementare la nostra complessità, in una specie di bolla neghentropica relativa e locale, che cavalca l’entropia generale crescente senza contraddirla (se è presente la capacità di sfruttare una fonte di energia, come per esempio il sole).

  1. In quanto esseri viventi i nostri bisogni sono l’alimentarci ed il sopravvivere abbastanza per riprodurci o quanto meno supportare nuova vita, la così detta fitness biologica.
  2. In quanto mammiferi sociali abbiamo anche bisogno di affetto, di legame, appartenenza e competiamo nella struttura gerarchica del gruppo.
  3. In quanto umani abbiamo bisogno di conoscere e realizzare la nostra specificità individuale, di incrementare la consapevolezza, la bolla neghentropica e creare senso sempre più profondo.

Oggi la vita di noi umani è ancora incentrata in gran parte sul piano della soppravvivenza e nei paesi sviluppati siamo per di più tutti bloccati in sfide culturali e psicologiche da mammiferi sociali.

Se come specie non faremo grandi errori la strada è ancora lunga, sempre più complessa ma entusiasmante. Quanto meno per chi ha voglia non solo dei necessari sopravvivere e l’essere ben integrato in una tribù.

Spiritual bypass

“One does not become enlightened by imagining figures of light, but by making the darkness conscious” – Carl Gustav Jung

[EN]

Life can be hard and challenge our ordinary ability to give it meaning. But it is essential to distinguish between psychological distress and existential distress, which are intertwined but not identical.

We often escape from the psychological component of suffering by immediately fleeing into the philosophical, spiritual one. This is called spiritual bypass (a term coined by John Welwood in the 1980s). For example, how to distinguish a use of existential, philosophical reflections as an intellectualization in a depressive state and the normal mood drop of sincere existential distress? The first will progressively block us, the second is similar to taking two steps backwards and then sprinting forward.

It is not uncommon for the two discomforts to coexist, which is why it is important to discern and not confuse them by using existential research as an escape from psychological emotional pain. Obviously all forms of pain, even psychological pain, are part of an existential reflection, which is why it is not easy to discern.

A final point is also the difficulty of inhabiting the search for existential meaning by reducing it to the psychic level alone.

Doubt those who tell you that “all” types of mental suffering can be resolved with philosophical reflection, meditation, prayer or psychotherapy, we must distinguish and not reduce one level to another, and then integrate. Most of the time it will be necessary to start from the psychic level.

As in the Divine Comedy we must first go down and then go up.


[IT]

La vita può essere dura e mettere in crisci la nostra ordinaria capacità di darle senso. Ma è fondamentale distinguere tra il disagio psicologico ed il disagio esistenziale, che sono intrecciati ma non identici.

Spesso fuggiamo dalla componente psicologica della sofferenza fuggendo subito in quella filosofica, spirituale. Questo viene chiamato spiritual bypass (termine coniato da John Welwood negli anni ’80).

Per esempio, come distinguere un uso di riflessioni esistenziali, filosofiche come una intellettualizzazione in uno stato depressivo ed il normale calo dell’umore del sincero disagio esistenziale? Il primo progressivamente ci bloccherà il secondo è simile ad un fare due passai in dietro per poi scattare in avanti.

Non è raro che coesistano i due disagi, per questo è importante discernere e non confonderli usando la ricerca esistenziale come una fuga dal dolore emotivo psicologico. Ovviamente tutte le forme di dolore, anche quello psicologico rientrano in una riflessione esistenziale, per questo non è semplice discernere.

Ultimo spunto c’è anche la difficoltà di abitare la ricerca di senso esistenzial riducendolo al solo piano psichico.

Dubitate di chi vi dice che “tutti” i tipi di sofferenza mentale sono risolvibili con riflessione filosofica, meditazione, preghiera o psicoterapia, bisogna distinguere e non ridurre un piano all’altro, per poi integrarli. La maggior parte delle volte servirà partire dal piano psichico.

Come nella Divina Commedia dobbiamo andare prima giù per poi andare su.

Chi vuole rompere la catena?

Sappiamo dalla ricerca in psicoterapia che una grande porzione del disagio psichico origina biograficamente nell’infanzia, all’interno del rapporto con i genitori, in una catena di credenze e relazioni disfunzionali in parte transgenerazionali. Essere genitori è molto difficile per tanti motivi, ma soprattutto se non lo si coglie come stimolo anche per lavorare su di sé psicologicamente.

Meglio darsi questa possibilità prima di divenire genitori, ma anche in quel caso mediamente ci si mette comunque circa metà della propria vita per capire sino in fondo quanto siamo invischiati nelle richieste e aspettative (più o meno internalizzate e inconsce) delle persone più vicine e significative. In continua ricerca di un equilibrio tra il bisogno di relazione ed il bisogno di individuazione. Inconsciamente proiettiamo sugli altri le difficoltà di relazione che abbiamo con le nostre parti interne.

Non so se sia chiaro, ma queste dinamiche sono tra quelle che influenzeranno maggiormente la vostra vita di coppia, relazionale, genitoriale e realizzativa. Noi umani fatichiamo a guardarci dentro, in parte per come si é evoluta la nostra mente, in parte è culturale. Se possiamo evitarlo lo evitiamo sino all’ultimo, ma invece è una delle avventure e sfide più importanti che possiamo perseguire. Per noi e per chi ci sta intorno.

Da bambini ci si illude inconsciamente che la felicità dei nostri genitori dipenda in buona misura da noi, perché psicologicamente non abbiamo le capacità e l’autonomia per fare altrimenti, dipendiamo affettivamente e materialmente da loro. Senza accorgercene sviluppiamo comportamenti e credenze fedeli a modelli che ci alienano, pur di avere amore, riconoscimento o per non sentirci in colpa se essendo noi stessi (liberi e felici) l’altro soffrirà. Invischiati come lo sono stati (in parte o significativamente) i nostri stessi genitori da figli. Escludendo casi gravi violenti e traumatici, fuori da una logica vittima carnefice, i genitori stessi subiscono inconsciamente questi meccanismi agendoli nelle relazioni.

Grazie al modello dell’attaccamento di Bowlby sappiamo che certi schemi relazionali disfunzionali influenzano non solo il rapporto genitori figli ma anche il rapporto di coppia e tutte le relazioni significative. Possiamo capire che nel 2024, nei paesi sviluppati, pensare di diventare adulti senza conoscere se stessi un pò più in profondità non è più sostenibile individualmente ma anche collettivamente a tendere.

Nota: non basta fare tutto da soli, perché la psiche ha dei limiti intrinseci nell’auto-introspezione, nella metacognizione che necessitano di essere sviluppate all’interno di una relazione positiva con un professionista, quanto meno all’inizio, poi il lavoro prosegue dentro di sé per anni.

Per fortuna ci sono molti genitori sufficientemente capaci. La genitorialità è un fenomeno super complesso in cui concorrono molti fattori: culturali, sociali, economici, genetici, ecc.. Ma il piano psicologico è uno dei più impattanti a parità degli altri fattori.

L’immagine che ho messo nell’articolo è la copertina del bel libro del collega Francesco Gazzillo, rappresentante in Italia dell’approccio psicoterapeutico psicodinamico Control Mastery Theory (CMT). Sicuramente un testo per addetti ai lavori, ma leggibile anche da non esperti essendo la CMT un modello che semplifica in modo pragmatico molti concetti psicoanalitici, a volte in passato a comunicati con un linguaggio astruso. Ho messo la copertina di questo libro perché in un capitolo Gazzillo sintetizza proprio questi temi di fedeltà e sensi di colpa disfunzionali che intercorrono tra genitori e figli, che sottendono molto del disagio mentale. In parte mi ha ricordato certi modelli sistemici di non detto e ordini disfunzionali nelle famiglie, che a loro volta furono in origine influenzati dalla psicoanalisi.

Come diceva bonariamente con una battuta la mia analista: “iscriversi a psicologia è un sintomo”.

Siamo tutti immersi in misura diversa in queste difficoltà relazionali e di individuazione psicologica, il punto non è ritenersi l’eccezione, immuni o migliori di altri ma fare i conti con la propria ombra che, piccola o grande che sia, abbiamo tutti. Anche per questo C.G. Jung propose per i futuri psicoterapeuti di fare una o più psicoterapie su di sé oltre che le supervisioni. Non basta conoscersi teoricamente in terza persona, non bastano il ragionamento ed il buon senso, servono delle esperienze dirette in prima persona, incarnate, all’interno di una relazione costruttiva, a contatto con quelle emozioni difficili che attacchiamo o fuggiamo.

Forse non è un caso che Dante descrisse la parte più profonda dei gironi infernali non come quella più fiammeggiante ma bensì ghiacciata, come il dolore che ghiaccia il cuore, la speranza, la vita.

Le difese infantili, che da piccoli ci hanno in parte protetto da quel rischio di ghiaccio interiore, con il tempo si irrigidiscono e da armature d’emergenza si sono sclerotizzate diventando ipertrofiche gabbie che ci impediscono oggi di entrare pienamente in relazione con parti di noi e con gli altri, anche quelli che amiamo.

Chi vuole rompere la catena?

[EN] Principles from extreme contexts – [IT] Principi da contesti estremi

[EN]

Allow me a preamble before introducing the perspective proposed in the book Extreme Ownership by Jocko Willink and Leif Babin.

Learning is a complex process. It’s based on many factors. One of them is the ability to set new goal not too difficult and not too easy. Even in the flow process this balancing is necessary.

In the book are proposed principles about widespread extreme ownership/leadership, group culture and challenging relational practices extracted from the authors’ experience as Navy Seals. The extreme background of the model on the one hand makes their proposal very interesting, but at the same time psychologically difficult to handle. In fact, in my opinion, we must first ask ourselves: how do I use the ideal of me, the ideal of how we should or would like to be as a team?

For some, it may be very fascinating to hear the views of members of such a famous elite corps (and certainly much can be learned), but this extreme excellence can be psychologically used in different ways. I do not question the fundamental human need for ideal models to strive for (simple, practical or philosophical). I do not question the need to know oneself, confront limitations and improve. I invite you not to take for granted how we use, often unconsciously, these ideals. We can either use the ideal to grow or to dysfunctionally criticize others and ourselves.

If used dysfunctionally you generally risk two effects:

  1. using the ideal to reject or deny the reality of where one is starting from, triggering a cycle of self-sabotage;
  2. aiming too high, too fast, without graduality, creating a self-fulfilling prophecy of failure (sometimes because we act late).

So what can we do?

  1. Make peace with ourselves, with where we start from, from what we are now (and we are certainly not part of an elite), because it is the concrete, embodied reality that will serve as the foundation for what we can be tomorrow. Use the ideal as a tendency point not as a starting point. I know that sometimes we don’t want to be with parts of ourselves of our story.
  2. Better to start with small and gradual, incremental changes, constant over a long time. The adventure of a lifetime. Complex challenges are often more like a marathon than 100 meters. But don’t wait too long to put yourself out there.

Without this assumption, the risk of misusing Willink and Babin’s proposal is possible. For someone these are obvious risks for others less so. I am not saying that that the authors are wrong. Their point of view is very interesting. In addition, it is crucial that someone raises the bar, confronts us with our limitations. To see what extraordinary things humans can do in extreme contexts such as in (as explained by Pietro Trabucchi), in expeditions to inaccessible places (like Chiara Montanari), getting up from the hard knocks of life, etc.. On this I want to be clear. We often live in a world where the comfort-zone is reinforced not for our sake but only to make us better consumers. But back to the relationship with the ideal image of us and the team in which we work.

Idealization can be used, for example, narcissistically, to claim one’s own superiority or the inadequacy of others. One can use it to be uncompassionate with oneself and others, forgetting that true discipline has to do with self-compassion and not with the sergeant in Full metal jacket. Even the most wholesome, noble, correct, true teachings can be used in a distorted way.

So why do I think it is interesting to know the model proposed in the book Extreme Ownership? Because is a very high excellence benchmark to understand where we stand as a group and as individuals.

The cultural team model proposed in Extreme Ownership is not the only one we can adopt. For example, I find very interesting the model Tribal Leadership model by Dave Logan and many others.

But the extreme context of the Navy Seals is interesting:

  1. Navy Seals live in super complex contexts with high unpredictability and radical emotional impact.
  2. The intrinsic motivation to pursue the mission is extremely strong in those contexts.
  3. Engagement to be part of that type of team and group culture is very high.
  4. To become a Navy Seals there is not only a long and thorough athletic, technical selection but also a selection of the rare psychological qualities specific to those extreme contexts.
  5. All these factors lead to a flattened hierarchy within the small groups of specialists.
  6. The values of continuous improvement are super high.
  7. Brotherhood and mutual trust building is literally “vital.”


Instead, the average reality of normal workplaces, tasks to be performed and how we behave is obviously another.

  1. Only some jobs are so competitive, innovative and complex that they require such high standards of widespread responsibility and excellence.
  2. More often than not, motivation is extrinsic not intrinsic.
  3. Engagement to belong to a certain corporate culture and tradition is faint except in rare cases.
  4. For various reasons, selection of psychological characteristics of professionals is usually close to zero.
  5. As the size of the company increases, the hierarchy is often rigid, bureaucratic, vertical, more like a ordinary army made up of individuals who are numbers in a large gear.
  6. There is no culture of self-knowledge and improvement but at best a work ethic.
  7. Individualism, everyone-against-all, or belonging to conflicting camps often prevails.

I will not summarize the principles proposed by the book I suggest you read it. But I can say this. Willink and Babin propose a model of leadership that is so radical and widespread that it inevitably brings out all the resistance, the distortions that we have, otherwise it is untenable or used in a distorted way. In this very pragmatic sense it is interesting.

Its difficulty in adoption brings out widespread problems such as:

  • excessive complaining;
  • the flight from problems and themselves;
  • the excess of extrinsic motivation;
  • self-centeredness, narcissism and the misunderstood genius syndrome;
  • disloyalty, dishonesty, lack of trust;
  • the use of hierarchy as an escape route (in both directions, top-down and bottom-up);
  • the inability to empathize with others and difficulty to communicate;
  • the envy, the search for conflict and opposition;
  • the failure to believe in the mission or low understanding.

For tens of thousands of years, evolved as hunter gatherers, often it was better to lie, to be “apparently right” so as not to be expelled from the tribe and perhaps have a good standing in the group. Increased awareness, knowledge, individual and collective honesty is a luxury for those who do not have to engage on daily survival. This is one of the species reasons why we have a lot of introspection, decision-making and relational biases. I suggest the documentary Chimp Empire.

Personal and biographical biases then add up.

So, as Sigmund Freud said, we have start from the reality that “we are not masters in our own home” as we naively think. This is why psychologically it is so difficult to create excellent teams relationally.

The point is not to belong to an elite, which will inevitably be the honor and burden of a minority. But it is worth getting involved, it is more exciting, we live better, we learn new things for life, we become more creative, more resilient, more authentic.

These are principles we theoretically know. The hard part is being able to work them out, embody them, work on them, and not just notice the limitations of others. That is why comparing with such a challenged team model can mirror us. We spend so many hours of our lives at work, in teams. How can we use being part of a “community of practice” as an opportunity for intrinsic motivation, for growth, for individuation, for flourishing, for confrontation with limitation and uncertainty?

Without this synergy between individual and group work, I do not think the team can evolve and embody principles of widespread ownership/leadership any more, as I mentioned in this post. It is a complex issue and the debate is open.


[IT]

Permettimi un preambolo prima di introdurre la prospettiva proposta nel libro Mai dire ma di Jocko Willink e Leif Babin .

L’apprendimento è un processo complesso, si basa su tanti fattori. Uno di questi è la capacità di impostare nuovo traguardo in modo che non sia troppo difficile e non troppo semplice. Anche nel processo di flow è necessario questo bilanciamento.

Nel libro vengono proposti dei principi di responsabilità/leadership estrema diffusa, una cultura di gruppo e sfidanti prassi relazionali estratte dalla esperienza degli autori come Navy Seals. L’estremo retroterra del modello da un lato rende la loro proposta molto interessante, ma alla stesso tempo psicologicamente difficile da maneggiare. Infatti, a mio parere, dobbiamo prima chiederci: che uso facciamo dell’ideale di me, di come dovremmo e vorremmo essere come team?

Per alcuni può essere molto affascinante ascoltare i resoconti di membri di un corpo di élite così famoso (e sicuramente si può imparare molto), ma questa eccellenza estrema può essere psicologicamente usata in diversi modi. Non metto in discussione la fondamentale necessità umana di modelli ideali a cui tendere (semplici, pratici o filosofici). Non metto in discussione la necessità di conoscere se stessi, confrontarsi con i limiti e migliorare. Vi invito a non tenere scontato come utilizziamo, spesso inconsciamente, questi ideali. Possiamo usare l’ideale per crescere oppure per criticare in modo disfunzionale gli altri e noi stessi.

Se si usa in modo disfunzionale si rischiano generalmente due effetti:

  1. usare l’ideale per rifiutare o negare la realtà del punto da cui si parte, innescando un circolo di auto-sabotaggio;
  2. puntare troppo velocemente in alto, senza gradualità, creando una profezia di insuccesso che si auto-avvera (a volte perché si agisce in ritardo).

Cosa fare quindi?

  1. Fare pace con noi stessi, con il punto da cui si parte, da quello che siamo adesso (e non siamo di sicuro parte di una élite), perché è la realtà concreta, incarnata che fungerà da fondamento per quello che potrai essere domani. Usa l’ideale come un punto a tendere e non come un punto di partenza. So che a volte non vogliamo stare con parti di noi o della nostra storia.
  2. Meglio partire da piccoli e graduali, incrementali cambiamenti, costanti per un lungo tempo. L’avventura di una vita. Le sfide complesse sono spesso più una maratona, che i 100 metri. Ma non aspettare troppo tempo a metterti in gioco.

Senza questo presupposto il rischio di utilizzare male la proposta di Willink e Babin è possibile. Per alcuni sono rischi ovvi, per altri meno. Non sto dicendo che gli autori sbagliano. Il loro punto di vista è molto interessante. Inoltre è fondamentale che qualcuno alzi l’asticella, ci metta a confronto con i nostri limiti. Vedere cosa riescono a fare di straordinario gli umani in contesti estremi come nello sport (come raccontato da Pietro Trabucchi), in certe spedizioni in luoghi impervi (come Chiara Montanari), rialzandosi dai duri colpi della vita, ecc.. Su questo voglio essere chiaro. Spesso viviamo in un mondo in cui la comfort-zone viene rinforzata non per il nostro bene ma solo per farci essere migliori consumatori. Ma torniamo al rapporto con l’immagine ideale di noi e dei gruppi in cui lavoriamo.

L’idealizzazione la si può usare per esempio in modo narcisistico, per rivendicare la propria superiorità o la inadeguatezza degli altri. La si può usare per non essere compassionevoli con se stessi e gli altri, dimenticano che la vera disciplina ha a che fare con l’amor proprio e non con il sergente di Full metal jacket. Anche gli insegnamenti più sani, nobili, giusti, veri possono essere usati in modo distorto.

Quindi, perché ritengo interessante confrontarsi con il modello proposto nel libro Mai dire ma?

Perché confrontarci come un modello radicale di team ci dà la possibilità di capire a che punto siamo come gruppo e come individui rispetto a standard di elevatissima eccellenza.

Il modello culturale dei team, proposto in Mai dire ma, non è l’unico che possiamo adottare. Per esempio, è molto interessante anche quello di Tribal Leadership, di Dave Logan e molti altri.

Ma proprio il contesto estremo dei Navy Seals è interessante:

  1. I Navy Seals vivono in contesti super complessi con elevata imprevedibilità e radicale impatto emotivo.
  2. La motivazione intrinseca a perseguire la missione è fortissima in quei contesti.
  3. L’ingaggio a far parte di quel tipo di team e cultura di gruppo è molto elevata.
  4. Per diventare Navy Seals non c’è solo una lunga e approfondita selezione atletica, tecnica ma anche una selezione delle rare qualità psicologiche specifiche a questi estremi contesti.
  5. Tutti questi fattori portano ad una gerarchia appiattita dentro i piccoli gruppi di specialisti.
  6. I valori di continuo miglioramento sono super elevati.
  7. La fratellanza e la costruzione di fiducia reciproca è letteralmente “vitale”.


Invece, la realtà media dei normali luoghi di lavoro, dei compiti da eseguire e di come ci comportiamo è ovviamente un’altra.

  1. Solo alcuni lavori sono così competitivi, innovativi e complessi da richiedere standard così elevati di responsabilità diffusa ed eccellenza.
  2. Il più delle volte la motivazione è estrinseca non intrinseca.
  3. L’ingaggio ad appartenere ad una certa cultura e tradizione aziendale è fievole, tranne in rari casi.
  4. Per vari motivi, la selezione delle caratteristiche psicologiche dei professionisti è di solito prossima allo zero.
  5. Al crescere delle dimensioni dell’azienda, la gerarchia è spesso rigida, burocratica, verticale, più simile a quella dell’esercito ordinario fatto di individui che sono numeri di un grande ingranaggio.
  6. Non c’è una cultura della conoscenza di sé e del miglioramento ma al massimo un etica del lavoro.
  7. Spesso prevale l’individualismo, il tutti contro tutti o l’appartenenza a schieramenti in conflitto.

Non vi riassumo i principi proposti dal libro che vi suggerisco di leggere. Ma posso dire questo. Willink e Babin propongono un modello di responsabilità/leadership così radicale e diffuso che inevitabilmente fa uscire tutte le resistenze, le distorsioni che abbiamo, altrimenti è insostenibile o usato in modo distorto. In questo senso molto pragmatico è interessante.

La sua difficoltà di adozione fa emergere diffusi problemi come:

  • l’eccesso di lamentela;
  • la fuga dai problemi e da se stessi;
  • l’eccesso di motivazioni estrinseche;
  • l’egocentrismo, il narcisismo e la sindrome del genio incompreso;
  • la slealtà, la disonestà, la mancanza di fiducia;
  • l’uso della gerarchia come via di fuga (in tutte le direzione verso l’alto e verso il basso);
  • l’incapacità di immedesimarsi negli altri e le difficoltà a comunicare;
  • l’invidia, la ricerca di conflitto e di contrapposizione;
  • il non credere o non capire la missione.

Per decine di migliaia di anni, evoluti come cacciatori raccoglitori, spesso era meglio mentire, avere “apparentemente ragione” per non essere espulsi dalla tribù e magari avere una buona posizione nel gruppo. L’incremento di consapevolezza, conoscenza, onestà individuale e collettiva è un lusso per chi non deve impegnarsi nella quotidiana sopravvivenza. Questo è uno dei motivi di specie per cui abbiamo molte bias di introspezione, processo decisionale e relazionale (suggerisco il documenterio L’impero degli scimpanzè).

Vanno poi a sommarsi quelle di natura personale e biografiche.

Quindi, come diceva Sigmund Freud, dobbiamo partire dalla realtà che “non siamo padroni a casa nostra” come ingenuamente pensiamo. Per questo psicologicamente è così difficile creare team eccellenti relazionalmente.

Il punto non è appartenere ad una élite, che inevitabilmente sarà onore e onere di una minoranza. Ma vale la pena mettersi in gioco, è più appassionante, si vive meglio, si imparano nuove cose per tutta la vita, diventiamo più creativi, più resilienti, più autentici.

Sono principi che teoricamente conosciamo. Il difficile è riuscire a elaborarli, incarnarli, lavorarci su e non solo notare i limiti degli altri. Per questo confrontarsi con un modello di team così sfidate può farci da specchio. Passiamo tantissime ore della nostra vita a lavoro, in team. Come possiamo usare il far parte di una “comunità di pratica” come occasione di motivazione intrinseca, di crescita, di individuazione, di fioritura, di confronto con il limite e l’incertezza?

Senza questa sinergia tra lavoro individuale e di gruppo non credo che il team più di tanto possa evolvere e incarnare principi di responsabilità/leadership diffusa, come ho accennato in questo post. È un tema complesso ed il dibattito è aperto.