Problem solving senza fuga dalle emozioni

A volte mi capita di notare, in me o in altre persone (più spesso uomini con una certa formazione), un uso della razionalizzazione e dell’attitudine pratica al problem solving, che può avere i connotati di una difesa dalle emozioni. Oltre che la genuina ricerca di una efficace risposta alla situazione che permane.
Chiarisco subito che il pensiero logico, razionale, magari con competenze matematiche e statistiche, un metodo scientifico, combinate a capacità di problem solving sono abilità fondamentali e molto preziose nella vita e nel lavoro. La situazione particolare che descrivo è quando queste capacità vengono usate per non sentire il proprio e altrui vissuto emotivo, quando invece è pragmaticamente necessario abitarlo. In altre parole, quando la componente emotiva è parte del problema e della soluzione, non uno scarto solo confusivo.

Certamente nelle emergenze si deve riuscire a tenere a bada le emozioni in modo da essere lucidi per individuare e mettere repentinamente in atto una soluzione valida. Ma usare questo approccio come modalità di default a lungo termine diventa rigida. Una difesa che riduce tutto ad una sola dimensione. La nota metafora che se come unico strumento nella mia cassetta degli attrezzi ho un martello, vedo solo i chiodi o trasformo tutto in chiodi anche se non lo sono.

Le emozioni ci portano a prendere atto che la conoscenza ingegneristica o scientifica in terza persona del mondo è tanto preziosa, in molti frangenti, quanto impotente quando si tratta di stare in prima persona con quelle sensazioni viscerali che da “dentro” ci appaiono così faticose e respingenti.

Non si tratta di mancanza di intelligenza e sensibilità. Anzi, spesso le persone con questa attitudini pragmatiche, sono obiettivamente brillanti. Si tratta più del rinforzo di una soluzione parziale di successo che tende a generalizzarsi. Prevale una declinazione della pragmatica solo in una logica oggettificante, misurabile numericamente, che tende ad eliminare il più possibile il fattore umano. Come se non ci fossero delle emozioni e delle dinamiche psicologiche che influenzano le interpretazioni degli eventi complessi, le scelte, i comportamenti. Una pragmatica solo estrovertita, su eventi pratici e semplici. Questo porta alla semplificazione, alla scomposizione analitica, anche quando la sfida è complessa, multi-fattoriale, non lineare e carica di fattore umano.

Come se mancasse un monitoraggio dall’interno degli agenti in gioco, a partire da se stessi. Una ridotta metacognizione e mentalizzazione. Uno scarso allenamento ad essere consapevoli di come noi e gli altri siamo motivati, interpretiamo e decidiamo. Il tutto rinforzato da una cultura generale occidentale dell’emisfero sinistro.

Due esempi del perché è difficile non rinforzare questa inflazione del problem solving pratico per non sentire le emozioni:

  1. ECCESSO OPPOSTO
    Spesso abbiamo a che fare con persone che non sanno gestire le emozioni o che a volte disregolano, quindi veniamo rinforzati a razionalizzare e ci concentriamo su come ridurre il problema pratico che innesca quella emozioni. Anche perché non ci sembrano esserci margini di influenza sul modo d’essere dell’altro. Come a compensare l’eccesso opposto.
  2. AZIENDA MACCHINA
    Nel mondo aziendale non c’è mediamente lo spazio per farsi carico più di tanto delle dinamiche psicologiche, ma preme che si risolvano i problemi e si raggiunga l’obiettivo. I professionisti, in certi ambiti più che in altri, sono percepiti come meccanismi di un processo non come persone.

Quindi, tenendo conto della natura pratica, organizzativa e materiale di moltissime sfide nella vita, è molto probabile che nel tempo una strategia di questo genere risulti vincente e quindi venga rinforzata.

Ovviamente il problema non è la preziosa capacità di non farsi sopraffare dalle proprie e altrui emozioni, così come non sono un problema le profonde capacità di analisi razionale, logica e pratica. Ma se queste abilità diventano la scusa per non imparare ad attraversare e capire le emozioni, allora si crea un’ombra tanto scura quanto è luminosa la nostra razionalizzazione (più che la razionalità). Le emozioni sono fondamentali per capire chi siamo e cosa vogliamo, per comprendere il vissuto dell’altro. Non studiandole solo da “fuori” ma imparando ad abitarle da “dentro”, partendo dal corpo. Si proprio quella “macchina di locomozione per il nostro cervello” è ricca di informazioni utili se impariamo ad ascoltarla. Anch’io ci ho messo anni a comprenderlo 🙂

Gran parte dei problemi nelle relazioni e comunità umane sono proprio dovuti a questi fattori emotivi, motivazionali, psicologici. A volte la migliore strategie non è vederle solo come un ostacolo, ma come il fattore che se non viene accolto e non si prova ad affrontare continuerà a minare ogni interpretazione, scelta e comportamento futuro. Una pragmatica della realtà psichica non un romantico sentimentalismo senza efficacia.

Le scelte necessitano assolutamente di una analisi razionale, ma la loro origine è spesso per nulla razionale. Proviamo a chiederci: perché ho certe passioni, preferenze, vocazioni, paure, reattività e non altre? Come capisco se sono felice o insoddisfatto?
Possiamo astrarci da noi stessi e trovare una logica evoluzionistica, sociale, economica, biografica, relazionale a certi nostri processi mentali, certamente. Si può anche analizzare razionalmente la catena di associazioni per trovare bias, schemi, complessi, proiezioni che sottendono i nostri desideri e paure. Ma ad un certo dobbiamo permetterci di “sentire” nel qui ed ora, direttamente, da dentro, visceralmente cosa emerge, altrimenti rimaniamo in superficie di noi stessi. Capiamo ma non cambiamo, spieghiamo ma continuiamo a subire noi stessi e l’altro.
Non basta, infatti, analizzarsi come un fenomeno esterno. “Misurabile e in terza persona” non sono le uniche modalità di conoscenza. La realtà psichica che ci abita e che siamo richiede un sentire diretto. Famigliarizzare con questa “prassi” di intro-versione ci permette poi di capire meglio cosa succede nell’altro (vedi anche il concetto di transfert e controtransfert).

Sospetta delle visioni in bianco o nero, non si tratta di essere razionali o preda delle emozioni è un gioco di equilibri.
Non c’è un conflitto tra conoscenza in terza persona e prima persona ma bisogna metterle in dialogo come cerca di fare da più di un secolo la psicoterapia, oppure come propose il compianto Francisco Varela con la sua proposta di ricerca della neurofenomenologia. Non è una diatriba romantica tra razionali e irrazionali, ma tra capacità di capire sia il “fuori” che il “dentro”.

Non sto criticando la scienza. Io ho una formazione scientifica. Ma la psicologia si colloca proprio in quella terra di mezzo dove si deve cercare di far dialogare la migliore conoscenza scientifica in terza persona con l’esperienza fenomenologica in prima persona della propria esperienza e vissuto. Non è un conflitto è un integrazione di capacità.

Proviamo a rivedere i due esempi di prima:

  1. EQUILIBRIO NON ECCESSI
    Proprio quando siamo circondati da persone che faticano a gestire le emozioni, alla lunga non imparare a stare con le loro emozioni debordanti, creando gradualmente una regolazione reciproca, non farà che rendere ingestibili i futuri climi carichi emotivamente per entrambi (a volte l’altro ha solo bisogno di essere accolto, non dello “spiegone” o della soluzione).
  2. LEADERSHIP
    La vera leadership in azienda non è solo l’espressione delle core skills tecniche e professionali ma la integrazione di coltivate soft-skills relazionali e di comunicazione. Queste competenze caratterizzano gli ambienti lavorativi di eccellenza e non quelli che semplicemente tirano avanti.

Per certe persone obiettivamente ingamba, a volte anche di successo, molto determinate e pragmatiche le emozioni sono come la kriptonite per superman.
Le temono e allo stesso tempo ne sono attratti. Non ti preoccupare, i tuoi super poteri kriptoniani legati al “sole della ragione” non li perdi se impari a stare con le tue emozioni. Forse non è un caso che proprio i pezzi del tuo paese natale Kripton ti indeboliscano. Magari vuol dire che ti dicono qualcosa di te. Infatti, il più delle volte, è proprio nel rapporto con i genitori, le figure di attaccamento, che si sviluppano nell’infanzia le strategie relazionali con gli altri e anche con le parti interne di noi. L’ambiente di sviluppo psichico in cui impariamo a sentire come intollerabili certe emozioni o dinamiche relazionali.

Indipendentemente dai più o meno utili corsi aziendali sulle soft-skills, è lavorando in profondità su queste dinamiche che diventiamo più consapevoli di noi, integriamo ed esprimiamo al meglio le nostre capacità per il beneficio nostro e degli altri. Un investimento dal ROI positivo spesso incredibilmente sottovalutato, anche alla luce di una analisi perfettamente razionale 🙂

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