A ritroso del proprio desiderio

È inevitabile aver paura, angoscia e dolore dinnanzi alla nostra mortalità e dei nostri cari. Non si può aggirare, sono reazioni antiche, potenti, inscritte nella nostra biologia. Ma ci si può relazionare in modo diverso con esse.

La consolazione religiosa, la sua funzione ansiolitica, a volte unica ancora di salvezza dinnanzi alla tragicità della vita, non è sempre quello che ci serve.

A volte riusciamo a darci la possibilità di mettere in discussione il desiderio di una eternità personale, senza cadere in un atteggiamento nichilista. Riusciamo ad indagare interiormente questo desiderio ed a sentire se sia più figlio della pura di morire che della ricerca di senso.

Senso inteso come capacità di mettersi in relazione con il Mistero del Tutto, dell’Esserci, non come fine della paura dell’io.

L’io per sua natura non è in grado di accettare la mortalità, può solo arrendersi ad un senso tragico e di ingiustizia acritico.

Forse il punto, su cui mi interrogo con te, è mettere in discussione proprio la centralità dell’io-mio bisognante e desiderante, come propongono da millenni le più profonde sapienze.

Spesso la difficoltà di relativizzare il nostro io ha più motivi psicologici. La capacità di autocoscienza, di affrontare le angosce esistenziali richiede un io sufficientemente maturo. La difficoltà di osservare se stessi senza venire rapiti dalla proprie emozioni e senza identificarci con i nostri dialoghi interni reifica la rigidità dell’io come unico SOGGETTO dell’esperienza.

Un maestro zen di cui non ricordo il nome chiedeva in forma di koan:

“CHI sta meditando?”

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