Un esempio di prassi per innovare by Adaptive Path

Chi lavora in contesti dove la competizione è caratterizzata da una costante necessità di innovare non smette mai di trovare nuove idee ma anche di migliorare le prassi per far emergere ed elaborare le idee stesse. E’ un circolo virtuoso, in quanto il focus non è solo sulla produzione di idee che possono avere un valore ma sulle prassi di produzione stessa. Un punto di vista “meta” che rappresenta spesso il differenziale tra chi innova e chi insegue l’innovazione. Questa è una tra le varie cartine tornasole per fotografare le capacità di una cultura organizzativa di evolvere e innovare.

Detto questo sul blog di Adaptive Path ho trovato questo post e il relativo video che riporto di seguito. E’ un ottimo esempio di prassi per la fissazione, elaborazione e revisione di idee di valore. Si può esempre migliorare ma la scelta dei termini (che sono anche immagini, simboli, metafore che aiutano la riflessione) e il minimalismo del processo (che deve essere breve, leggero per ritagliarsi uno spazio tra le mille priorità e impellenze quotidiane di una vita professionale) lo rendono un ottimo esempio.

Queste le tre fasi della prassi:

  1. Spark (scintilla) rappresenta perfettamente l’idea come luce esplosiva piccola ma che può essere innesco di un sistema complesso più ampio, un effetto a catena.
  2. Fire come dare forma e sostanza alla scintilla in modo tale che da semplice idea diventi un agente materiale nel mondo anche solo per esempio con un post.
  3. Impact è il primo loop, la prima chiusura del cerchio, il primo filtro, il primo feedback per capire se l’idea era fertile o il modo in cui è stata materializzata e comunicata, base per un successivo loop.

4 pensieri riguardo “Un esempio di prassi per innovare by Adaptive Path”

  1. Mi pare interessante soprattutto perché mostra come ad Adaptive Path ci sia una riflessione meta sui propri processi e funzionamenti, cosa non scontata ma importantissima perché ha una diretta influenza sui risultati che si ottengono.
    Si tratta comunque di un primo passo, dato che la metodologia potrebbe essere comunicata con un vero e proprio progetto comunicativo (con un video specifico e ben progettato, un poster o addirittura un toolkit).

    Non solo: oltre al progetto comunicativo, vi è il progetto di metadesign vero e proprio. Di progettazione cioè della metodologia (processi, strumenti, conoscenza) stessa, in quanto le tre fasi idea —> sviluppo —> implementazione (e feedback) mi sembrano oramai quasi la struttura minima per una metodologia progettuale e quindi un pò povera come proposta.

    Quando si deve comunicare un processo o dei contenuti complessi il processo di semplificazione non finisce mai, ma attenzione a non ridurre la complessità dei sistemi e delle esigenze eccessivamente per paura di non essere capiti. La questione è non tanto mantenere il processo su 3 fasi per fare in modo che venga ricordato, quanto progettarlo bene (metadesign) e comunicarlo bene (infographic design).
    La scelta dei termini spark e fire mi pare abbastanza fortunata in questa direzione, proprio perché aiuta a comprendere il senso del processo.
    Insomma rimango in attesa di ulteriori sviluppi!

    Ultimamente sto riflettendo su come possa essere utile sviluppare e comunicare metodologie progettuali su differenti livelli di complessità / semplificazione contemporaneamente, proprio per poter essere fruiti da differenti attori in differenti contesti e momenti (ad es. la guida completa, il toolkit per principianti ed il video o poster come riassunto da consultare ogni tanto).

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  2. E’ un tema che trovo molto interessante, era uno dei vari argomenti di confronto proprio ieri con Paolo Ciuccarelli e alcuni suoi dottorandi.
    “Progettarlo bene” come scrivi è un punto d’arrivo non un punto di partenza, magari si potesse essere certi da principio. 🙂
    Oltre a comunicarlo bene (processo tutt’altro che scontato) credo sia importante collocarlo nel contesto temporale, culturale, situazionale, relazionale giusto (fattori si potrebbe dire di “ecologia”).
    Poi non basta far passare una nozione dei concetti a volte diventa più importante facilitare dei processi individali eo di gruppo che abilitino processi di elaborazione e comportamenti.
    Insomma, la realtà non la si può intrappolare, sarà sempre più complessa delle nostre capacità, ma i margini di miglioramento ci sono se li si cerca.

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  3. Puff pant… scusate il ritardo: stavo riguardano il report di ricerca per trovare indicazioni su come migliorare la prossima wave. 🙂

    Sto cercando da qualche tempo di instillare in alcuni collaboratori la prassi a riflettere sui progetti in corso in senso “meta”, per sfruttare il lavoro quotidiano come humus per la generazione di nuove idee, metodi e approcci.

    Principale difficoltà? Incastrare il tutto tra le altre 18 cose da fare.
    E qui credo si scontrino molti altri: credo che più che lavorare sul frameork metaprogettuale, l’attenzione oggi debba andare alla spinta al cambiamento. In pratica: come “spingere” il cambiamento?

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  4. Caro Teo, credo che si debba sempre contestualizzare il ruolo che può avere uno strumento come quello del post. Dato a team di persone già predisposte ad innovare credo che sia autosufficiente per innescare certi processi.
    Buttato in un generico gruppo di persone poco sensibile a innovare sia nei contenuti che sul piano meta dei processi non basta.
    Ci sono vari fattori. Per esempio tipologici, certi ambienti, gruppi e professioni attirano persone con certe attitudini e non altre. Poi bisogna creare un contesto valoriale in cui certe prassi vengano considerate un bisogno, una opportunità e non un rischio o una perdita di tempo.
    Quindi è necessario riflettere sulle caratteristiche delle persone e valutare se ci sono margini per far sorgere una domanda di cambiamento in quanto gruppo.

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