Vicina la rivoluzione Neuroscienze

Apprendo questa notizia dal blog di De Biase che J.L. Hennessy,  Presidente della Stanford University, ritiene ormai vicina una rivoluzione da parte delle Neuroscienze come fu cinquant’anni fa per la genetica. Sono convinto anch’io come ricercatore che nei prossimi anni, soprattutto in progetti e team di ricerca transdisciplinari (ancora troppo pochi in Italia, rispetto a quelli più verticali, a mio parere) emergeranno scoperte importanti. Hennessy ritiene questo ambito ormai maturo per attirare molti più investimenti e sono sicuro che negli USA sapranno farlo nonostante la crisi.

Qui, su Ars Technica, trovate l’intervista a Hennessy

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8 pensieri riguardo “Vicina la rivoluzione Neuroscienze”

  1. Gentile Gianandrea,
    è proprio convinto di quanto scrive in questo post? A mio parere, allo stato attuale, i legami tra neuroscienze e psicologia sono ancora poco chiari e molto confusi, tanto che alcuni autori (come William Uttal o Roberto Cabeza) non sembrano così convinti della possibilità di integrare queste discipline. Inoltre, da psicologo, non comprendo come mai si debba essere tanto affascinati dalle neuroscienze: solo perchè si ritiene siano in grado di rendere ‘più scientifica’ la psicologia (come se la scientificità di una disciplina dipendesse dalla ‘concretezza’ del suo oggetto)? Questo è un punto molto controverso. Lei cosa ne pensa?
    Grazie!
    N. Scevola

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  2. Il rapporto cervello psiche non lo risolveremo certo in questa generazione ma sono convinto che nei prossimi anni si potranno lanciare importanti ponti tra le due sponde. Non sono un riduzionista sia in entrambe le direzioni. E’ centrale per capire come uscire dal monismo e dal dualismo il concetto di emergenze, di sistemi complessi e l’autopoiesi. La strada è ancora lunga ma ritengo ci possa essere una giusta ottimizzazione di rotta ma bisogna avere chiari i presupposti epistemologici non basta cercare conferme nel cervello, anzi, una delle opportunità è quella di ridare valore alla “realtà psichica”. Ovviamente molti sono riduzionisti, monisti e materialisti ma non è il mio caso.

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  3. Gentile Gian,
    personalmente, non mi è chiaro come sia possibile uscire dal binomio monismo-dualismo appellandosi a concetti quali emergenza, sistema complesso o autopoiesi. Per esempio, gli Emergentisti Britannici com Charles Broad o Llyod Morgan erano convinti assertori di un’ontologia di tipo monistico e fisicalistico. Inoltre, mi chiedo come si possano mettere insieme e integrare i dati di tipo neuroscientifico con quelli di tipo psicologico evitando di cadere in una forma di riduzionismo. Dato che sto scrivendo un articolo su questo, mi domandavo cosa ne pensasse Lei e se mi poteva dare delle indicazioni a riguardo.
    Grazie per la gentilezza e l’attenzione.
    Nunzio S.

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  4. La mia attuale posizione su, un tema cosi difficile che non posso di certo risolvere io, è una integrazione del un monismo dal duplice aspetto percettivo (di cui parlano Solms e Turnbull) con una integrazione dei sistemi emergenti che in loro manca e un punto di vista non riduzionistico. Uno dei punti è il rapporto tra fisica, chimica, biologia e informazione. Cos’è l’informazione? Ha senso parlare di informazione senza le presenza di sistemi cognitivi (cioè in grado di costruire informazione)? Cos’è un sistema cogntivo? Per me è un sistema autopoietico e neghentropico. Se rimaniamo sul piano della sostanza diventa inevitabile non ridursi ad una forma di materialismo, fisico-chimico o cerebrale in questo caso. L’informazione è una forma d’ordine e organizzazione. Non credo che questo voglia dire essere dualisti se consideriamo che sistemi complessi possono produrre forme d’ordine e organizzazione emergenti.
    Per ora questo è il mio punto di vista ….. per ora.

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  5. Gentile Gianandrea,
    scusa se ti disturbo ancora ma la discussione mi sembra interessante. Trovo illuminante la tua posizione, tuttavia non pensi che il modello di Solms e Turnbull sia eccessivamente influenzato dalla psicoanalisi? Pur avendo grande rispetto per la teoria Freudiana, trovo che sia difficile renderla compatibile con le neuroscienze e la psicologia cognitiva e, in questo senso, penso che la proposta di Solms e Turnbull rischia di confondere ulteriormente le acque. Inoltre, non pensi che il concetto di informazione sia trasversale a tutte le scienze e per questo “neutrale” rispetto agli oggetti di studio considerati?
    Grazie per l’attenzione!
    g

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  6. No Nunzio, anzi penso che ci possa essere una fertile stagione di convergenze tra la psicologia dinamica e le neuroscienze. Quindi, anch’io ritengo eccessiva la ricerca di corrispondenze con Freud ma semplicemente perché non è stato l’unico grande autore della psicologia dinamica. Per esempio a mio parere Jung ha molto da dire, ma non solo lui.
    Chi vuole e sa muoversi tra psicologia dinamica e certo cognitivismo non credo abbia problemi.
    Per questo ti ho citato l’autopoiesi che è una biologia della conoscenza, una biologia del nostro essere sistemi viventi produttori di informazione. Disincarnare l’informazione è untile in certi frangeti, non è generalizzabile.

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  7. Qui mi trovi in disaccordo, caro Gian: i tentativi di unire la psicoanalisi (e anche la psicologia analitica) e le neuroscienze sono generalmente falliti, così come quelli di unire la psicoanalisi con la psicologia cognitiva. I cosiddetti “successi” si sono rivelati, nel tempo, infruttuosi. Tuttavia, ti chiedo come, a tuo parere, l’autopoiesi come ‘biologia della conoscenza’ possano permettere di unificare psicoanalisi, neuroscienze e psicologia cognitiva senza con questo ridurre tutto al biologico.

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  8. Mi sa che abbiamo punti di vista molto diversi e onestamente non so quanto possa essere utile e interessate continuare a discuterne tramite questo canale di commenti. Stavi scrivendo qualcosa su questi temi giusto? Se vuoi magari mandami un giorno via mail qualche tuo scritto. Forse così è più utile. Grazie dell’interessante scambio.

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