Sappiamo dalla ricerca in psicoterapia che una grande porzione del disagio psichico origina biograficamente nell’infanzia, all’interno del rapporto con i genitori, in una catena di credenze e relazioni disfunzionali in parte transgenerazionali. Essere genitori è molto difficile per tanti motivi, ma soprattutto se non lo si coglie come stimolo anche per lavorare su di sé psicologicamente.
Meglio darsi questa possibilità prima di divenire genitori, ma anche in quel caso mediamente ci si mette comunque circa metà della propria vita per capire sino in fondo quanto siamo invischiati nelle richieste e aspettative (più o meno internalizzate e inconsce) delle persone più vicine e significative. In continua ricerca di un equilibrio tra il bisogno di relazione ed il bisogno di individuazione. Inconsciamente proiettiamo sugli altri le difficoltà di relazione che abbiamo con le nostre parti interne.
Non so se sia chiaro, ma queste dinamiche sono tra quelle che influenzeranno maggiormente la vostra vita di coppia, relazionale, genitoriale e realizzativa. Noi umani fatichiamo a guardarci dentro, in parte per come si é evoluta la nostra mente, in parte è culturale. Se possiamo evitarlo lo evitiamo sino all’ultimo, ma invece è una delle avventure e sfide più importanti che possiamo perseguire. Per noi e per chi ci sta intorno.
Da bambini ci si illude inconsciamente che la felicità dei nostri genitori dipenda in buona misura da noi, perché psicologicamente non abbiamo le capacità e l’autonomia per fare altrimenti, dipendiamo affettivamente e materialmente da loro. Senza accorgercene sviluppiamo comportamenti e credenze fedeli a modelli che ci alienano, pur di avere amore, riconoscimento o per non sentirci in colpa se essendo noi stessi (liberi e felici) l’altro soffrirà. Invischiati come lo sono stati (in parte o significativamente) i nostri stessi genitori da figli. Escludendo casi gravi violenti e traumatici, fuori da una logica vittima carnefice, i genitori stessi subiscono inconsciamente questi meccanismi agendoli nelle relazioni.
Grazie al modello dell’attaccamento di Bowlby sappiamo che certi schemi relazionali disfunzionali influenzano non solo il rapporto genitori figli ma anche il rapporto di coppia e tutte le relazioni significative. Possiamo capire che nel 2024, nei paesi sviluppati, pensare di diventare adulti senza conoscere se stessi un pò più in profondità non è più sostenibile individualmente ma anche collettivamente a tendere.
Nota: non basta fare tutto da soli, perché la psiche ha dei limiti intrinseci nell’auto-introspezione, nella metacognizione che necessitano di essere sviluppate all’interno di una relazione positiva con un professionista, quanto meno all’inizio, poi il lavoro prosegue dentro di sé per anni.
Per fortuna ci sono molti genitori sufficientemente capaci. La genitorialità è un fenomeno super complesso in cui concorrono molti fattori: culturali, sociali, economici, genetici, ecc.. Ma il piano psicologico è uno dei più impattanti a parità degli altri fattori.
L’immagine che ho messo nell’articolo è la copertina del bel libro del collega Francesco Gazzillo, rappresentante in Italia dell’approccio psicoterapeutico psicodinamico Control Mastery Theory (CMT). Sicuramente un testo per addetti ai lavori, ma leggibile anche da non esperti essendo la CMT un modello che semplifica in modo pragmatico molti concetti psicoanalitici, a volte in passato a comunicati con un linguaggio astruso. Ho messo la copertina di questo libro perché in un capitolo Gazzillo sintetizza proprio questi temi di fedeltà e sensi di colpa disfunzionali che intercorrono tra genitori e figli, che sottendono molto del disagio mentale. In parte mi ha ricordato certi modelli sistemici di non detto e ordini disfunzionali nelle famiglie, che a loro volta furono in origine influenzati dalla psicoanalisi.
Come diceva bonariamente con una battuta la mia analista: “iscriversi a psicologia è un sintomo”.
Siamo tutti immersi in misura diversa in queste difficoltà relazionali e di individuazione psicologica, il punto non è ritenersi l’eccezione, immuni o migliori di altri ma fare i conti con la propria ombra che, piccola o grande che sia, abbiamo tutti. Anche per questo C.G. Jung propose per i futuri psicoterapeuti di fare una o più psicoterapie su di sé oltre che le supervisioni. Non basta conoscersi teoricamente in terza persona, non bastano il ragionamento ed il buon senso, servono delle esperienze dirette in prima persona, incarnate, all’interno di una relazione costruttiva, a contatto con quelle emozioni difficili che attacchiamo o fuggiamo.
Forse non è un caso che Dante descrisse la parte più profonda dei gironi infernali non come quella più fiammeggiante ma bensì ghiacciata, come il dolore che ghiaccia il cuore, la speranza, la vita.
Le difese infantili, che da piccoli ci hanno in parte protetto da quel rischio di ghiaccio interiore, con il tempo si irrigidiscono e da armature d’emergenza si sono sclerotizzate diventando ipertrofiche gabbie che ci impediscono oggi di entrare pienamente in relazione con parti di noi e con gli altri, anche quelli che amiamo.
Learning is a complex process. It’s based on many factors. One of them is the ability to set new goal not too difficult and not too easy. Even in the flow process this balancing is necessary.
In the book are proposed principles about widespread extreme ownership/leadership, group culture and challenging relational practices extracted from the authors’ experience as Navy Seals. The extreme background of the model on the one hand makes their proposal very interesting, but at the same time psychologically difficult to handle. In fact, in my opinion, we must first ask ourselves: how do I use the ideal of me, the ideal of how we should or would like to be as a team?
For some, it may be very fascinating to hear the views of members of such a famous elite corps (and certainly much can be learned), but this extreme excellence can be psychologically used in different ways. I do not question the fundamental human need for ideal models to strive for (simple, practical or philosophical). I do not question the need to know oneself, confront limitations and improve. I invite you not to take for granted how we use, often unconsciously, these ideals. We can either use the ideal to grow or to dysfunctionally criticize others and ourselves.
If used dysfunctionally you generally risk two effects:
using the ideal to reject or deny the reality of where one is starting from, triggering a cycle of self-sabotage;
aiming too high, too fast, without graduality, creating a self-fulfilling prophecy of failure (sometimes because we act late).
So what can we do?
Make peace with ourselves, with where we start from, from what we are now (and we are certainly not part of an elite), because it is the concrete, embodied reality that will serve as the foundation for what we can be tomorrow. Use the ideal as a tendency point not as a starting point. I know that sometimes we don’t want to be with parts of ourselves of our story.
Better to start with small and gradual, incremental changes, constant over a long time. The adventure of a lifetime. Complex challenges are often more like a marathon than 100 meters. But don’t wait too long to put yourself out there.
Without this assumption, the risk of misusing Willink and Babin’s proposal is possible. For someone these are obvious risks for others less so. I am not saying that that the authors are wrong. Their point of view is very interesting. In addition, it is crucial that someone raises the bar, confronts us with our limitations. To see what extraordinary things humans can do in extreme contexts such as in (as explained by Pietro Trabucchi), in expeditions to inaccessible places (like Chiara Montanari), getting up from the hard knocks of life, etc.. On this I want to be clear. We often live in a world where the comfort-zone is reinforced not for our sake but only to make us better consumers. But back to the relationship with the ideal image of us and the team in which we work.
Idealization can be used, for example, narcissistically, to claim one’s own superiority or the inadequacy of others. One can use it to be uncompassionate with oneself and others, forgetting that true discipline has to do with self-compassion and not with the sergeant in Full metal jacket. Even the most wholesome, noble, correct, true teachings can be used in a distorted way.
So why do I think it is interesting to know the model proposed in the book Extreme Ownership? Because is a very high excellence benchmark to understand where we stand as a group and as individuals.
The cultural team model proposed in Extreme Ownership is not the only one we can adopt. For example, I find very interesting the model Tribal Leadership model by Dave Logan and many others.
But the extreme context of the Navy Seals is interesting:
Navy Seals live in super complex contexts with high unpredictability and radical emotional impact.
The intrinsic motivation to pursue the mission is extremely strong in those contexts.
Engagement to be part of that type of team and group culture is very high.
To become a Navy Seals there is not only a long and thorough athletic, technical selection but also a selection of the rare psychological qualities specific to those extreme contexts.
All these factors lead to a flattened hierarchy within the small groups of specialists.
The values of continuous improvement are super high.
Brotherhood and mutual trust building is literally “vital.”
Instead, the average reality of normal workplaces, tasks to be performed and how we behave is obviously another.
Only some jobs are so competitive, innovative and complex that they require such high standards of widespread responsibility and excellence.
More often than not, motivation is extrinsic not intrinsic.
Engagement to belong to a certain corporate culture and tradition is faint except in rare cases.
For various reasons, selection of psychological characteristics of professionals is usually close to zero.
As the size of the company increases, the hierarchy is often rigid, bureaucratic, vertical, more like a ordinary army made up of individuals who are numbers in a large gear.
There is no culture of self-knowledge and improvement but at best a work ethic.
Individualism, everyone-against-all, or belonging to conflicting camps often prevails.
I will not summarize the principles proposed by the book I suggest you read it. But I can say this. Willink and Babin propose a model of leadership that is so radical and widespread that it inevitably brings out all the resistance, the distortions that we have, otherwise it is untenable or used in a distorted way. In this very pragmatic sense it is interesting.
Its difficulty in adoption brings out widespread problems such as:
excessive complaining;
the flight from problems and themselves;
the excess of extrinsic motivation;
self-centeredness, narcissism and the misunderstood genius syndrome;
disloyalty, dishonesty, lack of trust;
the use of hierarchy as an escape route (in both directions, top-down and bottom-up);
the inability to empathize with others and difficulty to communicate;
the envy, the search for conflict and opposition;
the failure to believe in the mission or low understanding.
For tens of thousands of years, evolved as hunter gatherers, often it was better to lie, to be “apparently right” so as not to be expelled from the tribe and perhaps have a good standing in the group. Increased awareness, knowledge, individual and collective honesty is a luxury for those who do not have to engage on daily survival. This is one of the species reasons why we have a lot of introspection, decision-making and relational biases. I suggest the documentary Chimp Empire.
So, as Sigmund Freud said, we have start from the reality that “we are not masters in our own home” as we naively think. This is why psychologically it is so difficult to create excellent teams relationally.
The point is not to belong to an elite, which will inevitably be the honor and burden of a minority. But it is worth getting involved, it is more exciting, we live better, we learn new things for life, we become more creative, more resilient, more authentic.
These are principles we theoretically know. The hard part is being able to work them out, embody them, work on them, and not just notice the limitations of others. That is why comparing with such a challenged team model can mirror us. We spend so many hours of our lives at work, in teams. How can we use being part of a “community of practice” as an opportunity for intrinsic motivation, for growth, for individuation, for flourishing, for confrontation with limitation and uncertainty?
Without this synergy between individual and group work, I do not think the team can evolve and embody principles of widespread ownership/leadership any more, as I mentioned in this post. It is a complex issue and the debate is open.
L’apprendimento è un processo complesso, si basa su tanti fattori. Uno di questi è la capacità di impostare nuovo traguardo in modo che non sia troppo difficile e non troppo semplice. Anche nel processo di flow è necessario questo bilanciamento.
Nel libro vengono proposti dei principi di responsabilità/leadership estrema diffusa, una cultura di gruppo e sfidanti prassi relazionali estratte dalla esperienza degli autori come Navy Seals. L’estremo retroterra del modello da un lato rende la loro proposta molto interessante, ma alla stesso tempo psicologicamente difficile da maneggiare. Infatti, a mio parere, dobbiamo prima chiederci: che uso facciamo dell’ideale di me, di come dovremmo e vorremmo essere come team?
Per alcuni può essere molto affascinante ascoltare i resoconti di membri di un corpo di élite così famoso (e sicuramente si può imparare molto), ma questa eccellenza estrema può essere psicologicamente usata in diversi modi. Non metto in discussione la fondamentale necessità umana di modelli ideali a cui tendere (semplici, pratici o filosofici). Non metto in discussione la necessità di conoscere se stessi, confrontarsi con i limiti e migliorare. Vi invito a non tenere scontato come utilizziamo, spesso inconsciamente, questi ideali. Possiamo usare l’ideale per crescere oppure per criticare in modo disfunzionale gli altri e noi stessi.
Se si usa in modo disfunzionale si rischiano generalmente due effetti:
usare l’ideale per rifiutare o negare la realtà del punto da cui si parte, innescando un circolo di auto-sabotaggio;
puntare troppo velocemente in alto, senza gradualità, creando una profezia di insuccesso che si auto-avvera (a volte perché si agisce in ritardo).
Cosa fare quindi?
Fare pace con noi stessi, con il punto da cui si parte, da quello che siamo adesso (e non siamo di sicuro parte di una élite), perché è la realtà concreta, incarnata che fungerà da fondamento per quello che potrai essere domani. Usa l’ideale come un punto a tendere e non come un punto di partenza. So che a volte non vogliamo stare con parti di noi o della nostra storia.
Meglio partire da piccoli e graduali, incrementali cambiamenti, costanti per un lungo tempo. L’avventura di una vita. Le sfide complesse sono spesso più una maratona, che i 100 metri. Ma non aspettare troppo tempo a metterti in gioco.
Senza questo presupposto il rischio di utilizzare male la proposta di Willink e Babin è possibile. Per alcuni sono rischi ovvi, per altri meno. Non sto dicendo che gli autori sbagliano. Il loro punto di vista è molto interessante. Inoltre è fondamentale che qualcuno alzi l’asticella, ci metta a confronto con i nostri limiti. Vedere cosa riescono a fare di straordinario gli umani in contesti estremi come nello sport (come raccontato da Pietro Trabucchi), in certe spedizioni in luoghi impervi (come Chiara Montanari), rialzandosi dai duri colpi della vita, ecc.. Su questo voglio essere chiaro. Spesso viviamo in un mondo in cui la comfort-zone viene rinforzata non per il nostro bene ma solo per farci essere migliori consumatori. Ma torniamo al rapporto con l’immagine ideale di noi e dei gruppi in cui lavoriamo.
L’idealizzazione la si può usare per esempio in modo narcisistico, per rivendicare la propria superiorità o la inadeguatezza degli altri. La si può usare per non essere compassionevoli con se stessi e gli altri, dimenticano che la vera disciplina ha a che fare con l’amor proprio e non con il sergente di Full metal jacket. Anche gli insegnamenti più sani, nobili, giusti, veri possono essere usati in modo distorto.
Quindi, perché ritengo interessante confrontarsi con il modello proposto nel libro Mai dire ma?
Perché confrontarci come un modello radicale di team ci dà la possibilità di capire a che punto siamo come gruppo e come individui rispetto a standard di elevatissima eccellenza.
Il modello culturale dei team, proposto in Mai dire ma, non è l’unico che possiamo adottare. Per esempio, è molto interessante anche quello di Tribal Leadership, di Dave Logan e molti altri.
Ma proprio il contesto estremo dei Navy Seals è interessante:
I Navy Seals vivono in contesti super complessi con elevata imprevedibilità e radicale impatto emotivo.
La motivazione intrinseca a perseguire la missione è fortissima in quei contesti.
L’ingaggio a far parte di quel tipo di team e cultura di gruppo è molto elevata.
Per diventare Navy Seals non c’è solo una lunga e approfondita selezione atletica, tecnica ma anche una selezione delle rare qualità psicologiche specifiche a questi estremi contesti.
Tutti questi fattori portano ad una gerarchia appiattita dentro i piccoli gruppi di specialisti.
I valori di continuo miglioramento sono super elevati.
La fratellanza e la costruzione di fiducia reciproca è letteralmente “vitale”.
Invece, la realtà media dei normali luoghi di lavoro, dei compiti da eseguire e di come ci comportiamo è ovviamente un’altra.
Solo alcuni lavori sono così competitivi, innovativi e complessi da richiedere standard così elevati di responsabilità diffusa ed eccellenza.
Il più delle volte la motivazione è estrinseca non intrinseca.
L’ingaggio ad appartenere ad una certa cultura e tradizione aziendale è fievole, tranne in rari casi.
Per vari motivi, la selezione delle caratteristiche psicologiche dei professionisti è di solito prossima allo zero.
Al crescere delle dimensioni dell’azienda, la gerarchia è spesso rigida, burocratica, verticale, più simile a quella dell’esercito ordinario fatto di individui che sono numeri di un grande ingranaggio.
Non c’è una cultura della conoscenza di sé e del miglioramento ma al massimo un etica del lavoro.
Spesso prevale l’individualismo, il tutti contro tutti o l’appartenenza a schieramenti in conflitto.
Non vi riassumo i principi proposti dal libro che vi suggerisco di leggere. Ma posso dire questo. Willink e Babin propongono un modello di responsabilità/leadership così radicale e diffuso che inevitabilmente fa uscire tutte le resistenze, le distorsioni che abbiamo, altrimenti è insostenibile o usato in modo distorto. In questo senso molto pragmatico è interessante.
La sua difficoltà di adozione fa emergere diffusi problemi come:
l’eccesso di lamentela;
la fuga dai problemi e da se stessi;
l’eccesso di motivazioni estrinseche;
l’egocentrismo, il narcisismo e la sindrome del genio incompreso;
la slealtà, la disonestà, la mancanza di fiducia;
l’uso della gerarchia come via di fuga (in tutte le direzione verso l’alto e verso il basso);
l’incapacità di immedesimarsi negli altri e le difficoltà a comunicare;
l’invidia, la ricerca di conflitto e di contrapposizione;
il non credere o non capire la missione.
Per decine di migliaia di anni, evoluti come cacciatori raccoglitori, spesso era meglio mentire, avere “apparentemente ragione” per non essere espulsi dalla tribù e magari avere una buona posizione nel gruppo. L’incremento di consapevolezza, conoscenza, onestà individuale e collettiva è un lusso per chi non deve impegnarsi nella quotidiana sopravvivenza. Questo è uno dei motivi di specie per cui abbiamo molte bias di introspezione, processo decisionale e relazionale (suggerisco il documenterio L’impero degli scimpanzè).
Vanno poi a sommarsi quelle di natura personale e biografiche.
Quindi, come diceva Sigmund Freud, dobbiamo partire dalla realtà che “non siamo padroni a casa nostra” come ingenuamente pensiamo. Per questo psicologicamente è così difficile creare team eccellenti relazionalmente.
Il punto non è appartenere ad una élite, che inevitabilmente sarà onore e onere di una minoranza. Ma vale la pena mettersi in gioco, è più appassionante, si vive meglio, si imparano nuove cose per tutta la vita, diventiamo più creativi, più resilienti, più autentici.
Sono principi che teoricamente conosciamo. Il difficile è riuscire a elaborarli, incarnarli, lavorarci su e non solo notare i limiti degli altri. Per questo confrontarsi con un modello di team così sfidate può farci da specchio. Passiamo tantissime ore della nostra vita a lavoro, in team. Come possiamo usare il far parte di una “comunità di pratica” come occasione di motivazione intrinseca, di crescita, di individuazione, di fioritura, di confronto con il limite e l’incertezza?
Senza questa sinergia tra lavoro individuale e di gruppo non credo che il team più di tanto possa evolvere e incarnare principi di responsabilità/leadership diffusa, come ho accennato in questo post. È un tema complesso ed il dibattito è aperto.
Nolan’s Oppenheimer film, which won multiple Oscars, represents the beginning of the collective anxiety produced by the difficult management of technological power, which has been constantly accelerating since then. Have you ever tried to ask yourself, what is the challenge, not only ethical, political and economic but also psychological that this acceleration requires of us?
When a new technology emerges with a significant impact, sooner or later we ask ourselves what effect it will have on the market, in society and in our daily lives. We know the profound changes that were triggered by technologies such as the printing press, the steam engine, the assembly line, the atomic bomb, household appliances, the automobile, the computer, the antibiotic, etc. The list of moments highlights in our path of coevolution with technology could be very long and go back in time to the first chipped stones.
Most of the time, however, at first glance, in everyday life we consider a relative emotional distance between us and technology. We are here and it is there, a simple external tool, capable of being more or less useful. Maybe we are fond of a specific product, we attach our identity to it but they are always in some way “external” objects, services, interfaces. In the long run, habits produces a progressive naturalization of the artifact, making us take its value for granted. For example, a toothbrush is a simple tool, but how would our health be affected if toothbrushes could no longer exist? In many different, direct and often indirect ways, technology shapes our lives as bodies, minds, culture and social relationships. However simple a toothbrush is, in general it is a technology, like the use of a stick to eat ants by some primates. From this perspective, even before us hominids and Homo Sapiens species, technology accompanies that part of sentient life that exceeds a certain threshold of intelligence.
Metaphorically we usually tend to have an interaction with artifacts that is more similar to a dance than to a mutual mutation, where each one stays in its place as far as influencing each other. Much depends on the type and simplicity of the technology. The specific way in which it impacts our lives, our perspectives. But I believe it is also partly a distance that we implicitly place in order to consider clear boundaries between our identity and the artifact. Like the boundary between the concepts of natural and artificial which can appear clearer than it actually is. The mind tends to choose the shortest, cheapest, most practical and sometimes (not always) also the least disturbing, most reassuring path. It often makes sense and works. However, there are situations in which it becomes evident that coevolution is more similar to a “hybridization” and not to a “mere” mutual influence. Let’s leave aside the transhuman and post-human cyborg scenarios for a moment. I will stop before these hypotheses that are so unbalanced forward in time and often ideologically charged. There is no need to make pindaric leaps to experience the thrill of the profound change already underway and question our ordinary points of view.
A small scenario, among many possible, proposed by the MIT Media Lab.
Technologies are enhancedextensions of our capabilities, individually and collectively. Every form of power needs to be understood and managed, as we are trying to do lately with artificial intelligence. It is often “visual navigation” because we cannot always know where we are going. However, artifacts do not only perform a material support function, reducing physical effort and multiplying efficiency with automation. What we can call cognitive artifacts have always played a very important role. Artifacts that have to do with the extension of our cognitive abilities such as perception, communication, memory, calculation, pattern recognition. Let’s immediately clarify a spontaneous question. Current artificial intelligences perform cognitive functions but are not conscious. The debate is open whether they can ever be or not. We still don’t know what the conscious phenomenon is, that we all experience on a daily basis. But let’s go back to our co-evolution with technology.
I invite you to consider as cognitive artifacts not only computers and smartphones but also pen and paper. It is not just the physical media, but also the languages used that play a central role. Among the first cognitive artifacts were rock paintings, as well as the symbolic use of objects and pigments to decorate the body, and so on until the development of spoken language. We can therefore understand that the coevolution with our cognitive artifacts did not begin only through the development of tools aimed at material functions, but also with the extension and strengthening of meanings, symbols and contents of our mind. Some caves have performed their function of content support and auxiliary memory better than some current digital memories. Some theories of how language developed tend to hypothesize a transition from body language to gestures, combined with increasingly complex vocalizations. So, according to this perspective, language itself is a cognitive artifact, not just its supports. It is not innate, even if it seems so natural to us, it must be learned each time at birth. Language is the cognitive artifact that has most changed our life, practical actions, communication, the possibility to share knowledge, the ability to organize ourselves into increasingly complex and coordinated communities (starting from hunting, gathering and tribe defense strategies ). When language then became written, the power of this “technology” increased exponentially. We can now try to ask ourselves, how much has language literally changed and strengthened our personal and collective psyche as a species? We can have an idea just study the rare cases of children who grew up in the forest with wolves or primates. Researchers struggled to glimpse the full humanity of these unfortunate subjects. How much does language make us human?
Our brains and minds would be significantly different in their capacity of reflection, introspection, analysis, simulation and abstraction without language. Not to mention the immense ability to preserve and share knowledge to new generations.
Don Norman, one of the fathers of User Centered Design, Interaction Design, Usability and Psychology applied to Design, spoke about cognitive artifacts in a 1991 article. Norman is an electrical engineer by training but also a psychologist and cognitive scientist with a keen sensitivity to how humans interact with their physical and digital artifacts.
Two other interesting authors to explore the topic of cognitive artifacts are Andy Clark, philosopher, professor of cognitive science, and David Chalmers, philosopher and scholar of consciousness, who in 1998 published an article in which they proposed the concept of theextended mind. According to Clark and Chalmers, our mind is not separable, in its development and functioning, from the support of external cognitive artifacts, it is indeed “extended”. Not only complex artifacts such as books or the internet, but also numerous banal situations such as a post-it that reminds us of the shopping list by acting as auxiliary memory or a road sign that influences behavior in the car or the watch that allows us to manage time, etc.
If we accept the general concept of cognitive artifacts we realize that coevolution with technology is much more intimate and radical than we are usually led to think. There is a recent psychotherapeutic approach (ACT, Acceptance and Commitment Therapy) which attributes to the associative and combinatorial power of language, not only the ability to create much more sophisticated, complex behaviors, but also a risk of creating distortions and associations of dysfunctional beliefs and practices (according to Relational Frame Theory). There are several theories that relate the strengthening of associative and abstraction of language with some forms of mental distress. As in other areas, higher sophistication and potential sometimes also corresponds to higher fragility. It is difficult to keep clear the boundaries between us and cognitive artifacts. There are numerous studies on how the use of smartphones and social networks leads to changes in many mental processes, such as attention, identity, critical thinking, relational skills, frustration tolerance, etc.. Can we learn something from all this? Is the relationship with technology just something “external” to be managed materially, legally, economically or can it tell us something deeper about ourselves? Can it act as a mirror to us in some way?
Perhaps we can sketch the hypothesis that, ever since the spread of language, our artifacts have asked us to live up to their impact, not only material, political, but also psychological. Because in the end our mind is the director that interprets phenomena and guides individual and collective behaviors.
From this perspective we can consider each stage of our coevolution of humans and technology as a game of mirrors, where the new potential of the artifact also reflects a distant image (to be developed) of the type of mind and behaviors necessary to be more aware. In order not to suffer it, to use it wisely and constructively for everyone. Technology forces us to have much clearer ideas of what we want to be. There are some studies of the evolution of human societies that use the ability of communities to manage energy and information according to thermodynamic and ecological laws as an evaluation criterion. Likewise, we could consider the quality of individual and collective psychological coevolution with technology as another criterion (certainly not the only one) for measuring our development.
So what can we do to be psychologically and culturally up to our technological power?
Recently, artificial intelligence or autonomous weapons have been the subject of petitions, proposed by experts, in order to create international agreements for their management, until their development and diffusion slow down. Obviously slowing down, assuming it is feasible, certainly cannot be the only criterion for not making dramatic mistakes. The fact is that as humans we seem quick and brilliant in certain forms of third-person knowledge, of which science is the maximum expression. Science then allows the development of technology, which in turn enhances scientific knowledge in a virtuous circle. But as a species we are also on average slow, not very aware, not very accustomed to first-hand knowledge of ourselves, to managing emotions. How we behave, what habits and beliefs we tend to implicitly adopt, what we allow ourselves to be influenced by and how we often act automatically and uncritically in various distortions and biases. This set of introspective skills are defined in psychology as metacognitive. Very briefly, metacognition is the awareness not only of the contents present in our mind but also of the way in which we manage them and of the patterns of beliefs and behaviors that characterize us. We all understand how important it is not only to develop more powerful and useful technologies but also to be able to govern this complexity and power.
If at the beginning of this article I tried to show you how sometimes we feel more distant than we are from technology, in this second part I invite you to adopt a perspective that allows us not only to consider technology as an external challenge in the “world ” but also an “internal” challenge (opportunity) in our way of functioning mentally. Some technologies are increasingly suggesting that we cannot afford to be so unaware of ourselves.
In developed countries, among the fundamental skills that define an adult are basic reading and writing skills. Sometimes we take it for granted, but a few generations ago a large portion of the population was illiterate. I hope that for the new generations the list of skills that define an adult will have more basic metacognitive skills than in the past. A cultural change that transforms school, media management, parenting.
Coevolution will enter in the coming decades in a pervasive way within us (A.I., biotechnology, nanotechnology, etc.) and outside of us, simultaneously posing great opportunities and risks, asking us more and more loudly: Are you ready? Do you know what you are doing? Do you know what is best for the community? Do you just want to be more powerful than the other in an eternal struggle and exploitation between primates? What does it mean to be fully Sapiens in the coming decades?
In 2011 Kevin Kelly proposed (in the book What technology wants) an extreme interpretation of the technological phenomenon in general, so much so that he coined an ad hoc term Technium. Kelly sees technology as another parallel channel to biology, through which the drive to increase sentient complexity would be expressed in the universe. In his speculations the human being seems subordinate to the design of a larger increase of negentropic bubbles in an entropic universe. In my opinion Kelly exaggerates, but we have to recognize his courage in having proposed such a bold metaphysics of technology (even though the vision is too optimistic and “not very human”). We must ask ourselves, together with the philosophical, sociological and psychological experts, fundamental questions that impact the general culture.
Technology is still very far from equaling sentient life (and perhaps never will be) but it is much more efficient in certain specific tasks. For now, it looks more like an extension than the next level of evolution. We are not “for now”, as some transhumanists hope, the human caterpillar for the future cyborg butterfly. But technology is a necessary, inevitable and extremely close extension, just like language for our mind. It is not just a secondary accessory, an optional, just a sophisticated external tool. I believe that coevolution with technology is part of the evolution of sentient beingsin general, beyond a certain threshold of intelligence and self-awareness. There are several comparative ethology studies in this regard, as mentioned previously.
The challenge of technology to our metacognitive abilities is at the same time also an invitation, an opportunity for growth. Yuval Noah Harari in Homo Deus warns us that we are on average a species that is still too easily hackable. Not in the sense that a planetary conspiracy is being hatched, but the disproportion between the speed of technological evolution compared to our poor metacognition could make many of us slaves to our innate unconsciousness and conditionability. The increase in awareness and wisdom of us human beings is an ancient and wisdom theme which, however, technology is radically accelerating for a growing number of people. A bit like in the myth of the Platonic cave, the technological mirror leads us to ask ourselves: how can, at a certain point, someone, who has never given himself the possibility of being consciously free, unconsciously recognize himself as a prisoner? It depends on us whether to allow technology to be the cause of ever deeper alienation, exploitation or a vehicle of material, cultural, political, psychological and existential evolution. The risk of hubris, of arrogance, of excessive will to power, of the banality of evil, of unconsciousness, of insufficient metacognition is unavoidable, it is part of the challenge itself and at the same time an opportunity. What in ancient Greece they called the kairòs, a propitious but difficult time to live.
The next time we are faced with technological acceleration, let’s start looking inside and not just outside. Let us accept the invitation to also evolve psychically as individuals and communities to live up to the complexity that awaits us.
[IT]
Il film Oppenheimer di Nolan, pluripremiato all’Oscar, rappresenta l’inizio dell’ansia collettiva prodotta dalla difficile gestione della potenza tecnologica, che da allora sta costantemente accelerando. Hai mai provato a chiederti, quale sia la sfida non solo etica, politica ed economica ma anche psicologica che ci richiede questa accelerazione?
Quando emerge una nuova tecnologia dall’impatto significativo, prima o poi ci interroghiamo sull’effetto che avrà nel mercato, nella società e nella nostra vita quotidiana. Sappiamo i profondi cambiamenti che sono stati innescati da tecnologie come la stampa, il motore a vapore, la catena di montaggio, la bomba atomica, gli elettrodomestici, l’automobile, il computer, l’antibiotico, ecc.. L’elenco dei momenti salienti nel nostro percorso di coevoluzione con la tecnologia potrebbe essere molto lungo e andare molto in dietro nel tempo sino alle prime pietre scheggiate.
Il più delle volte però, di primo acchito, nella quotidianità consideriamo una relativa distanza emotiva tra noi e la tecnologia. Noi qui e lei là, un semplice utensile esterno, in grado di essere più o meno utile. Magari siamo affezionati ad uno specifico prodotto, vi agganciamo la nostra identità ma sono sempre in qualche modo oggetti, servizi, interfacce “esterne”. Alla lunga le abitudini producono una progressiva naturalizzazione dell’artefatto, facendoci tenere scontato il suo valore. Per esempio, uno spazzolino è un semplice un utensile, ma come sarebbe influenzata la nostra salute se non potessero più esistere gli spazzolini?
In tanti modi diversi, diretti e spesso indiretti, la tecnologia plasma la nostra vita come corpi, menti, cultura e relazioni sociali. Per quanto semplice, anche uno spazzolino è in generale una tecnologia, come l’uso di un bastoncino per mangiare le formiche da parte di alcuni primati. Da questa prospettiva, già prima di noi ominidi e specie Homo Sapiens, la tecnologia accompagna quella parte della di vita senziente che supera una certa soglia di intelligenza.
Metaforicamente tendiamo di solito ad avere con gli artefatti una interazione più simile ad una danza che ad una mutazione reciproca, dove ciascuno sta al proprio posto per quanto influenzandosi. Molto dipende dal tipo e semplicità della tecnologia in questione. La modalità specifica con cui impatta la nostra vita, le nostre prospettive. Ma credo che sia in parte anche una distanza che poniamo noi implicitamente al fine di considerare confini chiari tra la nostra identità e l’artefatto. Come il confine tra i concetti di naturale ed artificiale che, se poco indagato, può apparire più netto di quello che è in realtà. La mente tende a scegliere la via più breve, economica, più pratica e a volte (non sempre) anche la meno inquietante, la più rassicurante. Spesso ha senso e funziona.
Ci sono però frangenti in cui diventa evidente che la co-evoluzione è più simile ad una “ibridazione” e non ad un “solo” influenzarsi reciproco. Lasciamo un attimo da parte gli scenari cyborg transumani e post-umani, mi fermo prima di queste ipotesi così sbilanciate in avanti nel tempo e spesso cariche ideologicamente. Non serve fare salti pindarici per avere l’ebrezza del profondo cambiamento già in atto e mettere in discussione i nostri ordinari punti di vista.
Un piccolo scenario, tra i tanti possibili, proposto dal MIT Media Lab.
Le tecnologie sono estensioni potenziate delle nostre capacità, individuali e collettive. Ogni forma di potenza è da comprendere e gestire, come stiamo cercando di fare ultimamente con l’intelligenza artificiale. Spesso è una navigazione a vista perché non possiamo sapere sempre dove stiamo andando. Gli artefatti però non svolgono solo una funzione di supporto materiale, riducendo lo sforzo fisico e moltiplicandolo l’efficienza con l’automazione. Un ruolo da sempre molto importante l’hanno giocato quelli che possiamo chiamare artefatti cognitivi. Artefatti che hanno a che fare con l’estensione delle nostre capacità cognitive come la percezione, la comunicazione, la memoria, il calcolo, il riconoscimento di pattern. Chiariamo subito un quesito che sorge spontaneo. Le attuali intelligenze artificiali svolgono funzioni cognitive ma non sono coscienti. Il dibattito è aperto se mai potranno esserlo o meno. Non sappiamo ancora cosa sia il fenomeno cosciente di cui tutti noi facciamo quotidiana esperienza. Ma torniamo alla nostra coevoluzione con la tecnologia.
Vi invito a considerare non solo come artefatti cognitivi i computer e gli smartphone ma lo sono già carta e penna. Non si tratta solo dei supporti fisici ma i linguaggi stessi utilizzati giocano un ruolo centrale. Tra i primi artefatti cognitivi vi furono le pitture rupestri, come anche l’uso simbolico di oggetti e pigmenti per decorare il corpo, così via sino allo sviluppo del linguaggio parlato. Possiamo quindi comprendere che la coevoluzione con i nostri artefatti cognitivi non è iniziata solo tramite lo sviluppo di utensili finalizzati a funzioni materiali, ma anche con l’estensione e potenziamento di significati, simboli, contenuti della nostra mente. Alcune caverne hanno svolto la loro funzione di supporto del contenuto e memoria ausiliaria meglio di alcuni attuali memorie digitali.
Alcune teorie di come si sia sviluppato il linguaggio tendono a ipotizzare una transizione dal linguaggio del corpo a quello dei gesti combinato a vocalizzazioni sempre più complesse. Quindi, secondo questa prospettiva, il linguaggio stesso è un artefatto cognitivo, non solo i suoi supporti. Non è innato, anche se a noi sembra così naturale, lo si deve ogni volta apprendere alla nascita. Il linguaggio è l’artefatto cognitivo che ha maggiormente cambiato la nostra vita, il nostro agire pratico, la comunicazione, la possibilità di tramandare conoscenze, la capacità di organizzarci in comunità sempre più complesse e coordinate (a partire dalle strategie di caccia, raccolta e la difesa della tribù). Quando il linguaggio è poi diventato scritto la potenza di questa “tecnologia” si è accresciuta esponenzialmente.
Possiamo adesso provare a chiederci, quanto il linguaggio ha letteralmente cambiato e potenziato la nostra psiche personale e collettiva di specie? Basta studiare i rari casi di bambini cresciuti insieme ad un branco di lupi o primati. Gli studiosi faticavano ad intravedere una piena umanità di questi sfortunati soggetti. Quanto la “tecnologia linguaggio” definisce oggi quello che consiederiamo l’essere umani?
Il nostro cervello e la nostra mente sarebbero significativamente diversi nella capacità di riflessione, introspezione, analisi, simulazione ed astrazione senza linguaggio. Per non parlare della immensa capacità di conservare e trasmettere conoscenza alle nuove generazioni.
Di artefatti cognitivi aveva parlato in un suo articolo del 1991 l’amico Don Norman uno dei padri dello User Centered Design, dell’Interaction Design, della Usabilità, della Psicologia applicata al Design. Norman di formazione è un ingegnere elettronico ma anche uno psicologo e scienziato cognitivo con una spiccata sensibilità a come gli esseri umani interagiscono con i propri artefatti fisici e digitali.
Altri due autori interessanti per approfondire il tema artefatti cognitivi sono Andy Clark, filosofo professore di scienze cognitive e David Chalmers, filosofo studioso della coscienza, che nel 1998 pubblicarono un articolo in cui proponevano il concetto di mente estesa. Secondo Clark e Chalmers la nostra mente non è separabile, nel suo sviluppo e nel suo funzionamento, dal supporto di artefatti cognitivi esterni, è appunto “estesa”. Non solo artefatti complessi come i libri o internet, ma anche numerose situazioni banali come per esempio un post-it che ci ricorda la lista della spesa fungendo da memoria ausiliaria o un cartello stradale che influenza i comportamenti in automobile o l’orologio che ci permette di gestire il tempo, ecc..
Se accettiamo il generale concetto di artefatti cognitivi ci rendiamo conto che la co-evoluzione con la tecnologia è molto più intima e radicale di come solitamente siamo portati a pensare. C’è un recente approccio psicoterapeutico (l’ACT, Acceptance and Commitment Therapy) che imputa alla potenza associativa e combinatoria del linguaggio, non solo la capacità di creare comportamenti molto più sofisticati, complessi, ma anche un rischio di creare distorsioni ed associazioni di credenze e prassi disfunzionali (secondo la Relational Frame Theory). Ci sono diverse teorie che mettono in relazione il potenziamento associativo e di astrazione del linguaggio con alcune forme di disagio mentale. Insomma, come in altri ambiti, a maggiore sofisticatezza e potenzialità corrisponde a volte anche con maggiore fragilità. Difficile tenere chiari e netti i confini tra noi e gli artefatti cognitivi.
Sono numerosi gli studi di come l’uso degli smartphone e dei social network comporti delle modifiche in tanti processi mentali, come l’attenzione, l’identità, il pensiero critico, le capacità relazionali, la tolleranza della frustrazione, ecc.. Possiamo imparare qualcosa da tutto questo? La relazione con la tecnologia è solo un qualcosa di “esterno” da gestire materialmente, legalmente, economicamente o può dirci qualcosa di più profondo su di noi? Può farci in qualche modo da specchio?
Forse possiamo abbozzare l’ipotesi che, sin dai tempi della diffusione del linguaggio, i nostri artefatti ci chiedono di essere all’altezza del loro impatto, non solo materiale, politico, ma anche psicologico. Perché alla fine è la nostra mente il regista che interpreta i fenomeni e guida i comportamenti, individuali e collettivi.
Da questa prospettiva possiamo considerare ogni tappa della nostra coevoluzione umani e tecnologia come un gioco di specchi, dove le nuove potenzialità dell’artefatto riflettono anche un’immagine lontana (tutta da sviluppare), del tipo di mente e comportamenti necessari per essere più consapevoli. Per non subirla, per utilizzarla in modo saggio e costruttivo per tutti. La tecnologia ci costringe ad avere le idee molto più chiare di come vogliamo essere.
Ci sono alcuni studi dell’evoluzione delle società umane che usano come criterio di valutazione la capacità delle comunità di gestire al meglio l’energia e l’informazione secondo leggi della termodinamica ed ecologiche. Parimenti potremmo considerare la qualità della coevoluzione psicologica individuale e collettiva con la tecnologia un altro criterio (non di certo l’unico) per misurare il nostro sviluppo.
Ma quindi che fare per essere psicologicamente e culturalmente all’altezza della nostra potenza tecnologica?
Di recente l’intelligenza artificiale o le armi autonome sono state oggetto di petizioni, proposte da esperti, al fine di creare accordi internazionali per la loro gestione, sino al rallentamento del loro sviluppo e diffusione. Ovviamente il rallentamento, sempre che sia fattibile, non può di certo essere l’unico criterio per non sbagliare drammaticamente. Sta di fatto che come umani sembriamo veloci e brillanti in certe forme di conoscenza in terza persona, di cui la scienza ne è la massima espressione. La scienza permette poi lo sviluppo di tecnologia, che a sua volta potenzia la conoscenza scientifica in un circolo virtuoso. Ma come specie siamo anche mediamente lenti, poco consapevoli, poco avvezzi alla conoscenza in prima persona di noi stessi, alla gestione delle emozioni. Come ci comportiamo, che abitudini e credenze tendiamo ad adottare implicitamente, da cosa ci facciamo condizionare e come spesso agiamo in automatico ed in modo acritico diverse distorsioni e bias. Questo set di competenze introspettive vengono definite in psicologia metacognitive. Molto in sintesi la metacognizione è la consapevolezza non solo dei contenuti presenti nella nostra mente ma anche del modo in cui li gestiamo e dei pattern di credenze e comportamenti che ci caratterizzano. Tutti capiamo quanto sia importante non solo sviluppare più potenti ed utili tecnologie ma anche essere capaci di governare questa complessità e potenza.
Se all’inizio di questo articolo provavo a mostrarti come a volte ci sentiamo più distanti di quello che siamo dalla tecnologia, in questa seconda parte ti invito ad adottare una prospettiva che ci permetta non solo di considerare la tecnologia come una sfida esterna nel “mondo” ma anche una sfida (opportunità) “interna” nel nostro modo di funzionare mentalmente. Alcune tecnologie ci stanno sempre più suggerendo che non possiamo permetterci di essere così inconsapevoli di noi stessi.
Nei paesi sviluppati, tra le competenze fondamentali che definiscono un adulto vi sono le capacità base di lettura e scrittura. A volte lo teniamo scontato, ma poche generazione fa una larga fetta della popolazione era analfabeta. Auspico che per le nuove generazioni si allarghi la lista di competenze metacognitive base che definiscono un adulto. Un cambiamento culturale che trasformi la scuola, la gestione dei media, l’essere genitori.
La coevoluzione entrerà nei prossimi decenni in modo pervasivo dentro di noi (I.A., biotecnologie, nanotecnologie, ecc.) e fuori di noi, ponendo contemporaneamente grandi opportunità e rischi, chiedendoci sempre più a gran voce: Sei pronto? Sai cosa stai facendo? Sai chi sei e cosa vuoi? Sai cosa è meglio per la comunità? Vuoi solo essere più potente dell’altro in una eterna lotta e sfruttamento tra primati? Cosa vuole dire essere pienamente Sapiens nei prossimi decenni?
Nel 2011 Kevin Kelly propose (nel libro Quello che vuole la tecnologia) una interpretazione estrema del fenomeno tecnologico in generale, tanto da coniarne un termine ad hoc Technium. Kelly considera la tecnologia come un canale ulteriore e parallelo a quello biologico attraverso il quale si declinerebbe nell’universo la spinta ad incrementare complessità senziente. Nelle sue speculazioni l’essere umano sembra subalterno al disegno di un più ampio incremento di bolle di neghentropiche in un universo entropico. A mio parere Kelly a tratti esagera, ma non si può fare a meno di riconoscergli il coraggio di aver proposto una metafisica della tecnologia così ardita (per quanto la visione sia troppo ottimista e a tratti “poco umana”). Dobbiamo porci, insieme alla nicchia filosofica, sociologica e psicologica degli esperti, questioni di fondo che impattano la cultura generale.
La tecnologia è ancora lontanissima da eguagliare la vita senziente (e forse non la sarà mai) ma è molto più efficiente in certi compiti specifici. Per ora, si presenta più come un estensione che il livello successivo di evoluzione. Non siamo “per ora”, come sperano certi transumanisti, il bruco umano per la futura farfalla cyborg. Ma la tecnologia è estensione necessaria, inevitabile ed estremamente vicina, proprio come il linguaggio per la nostra mente. Non è solo un accessorio secondario, un optional, solo un sofisticato utensile esterno. Credo che la coevoluzione con la tecnologia è parte della evoluzione degli esseri senzienti in generale, superata una certa soglia di intelligenza ed auto-coscienza. Sono diversi gli studi di etologia comparata a riguardo, come accennato precedentemente.
La sfida della tecnologia alle nostre capacità metacognitive è allo stesso tempo anche un invito, un’opportunità di crescita. Yuval Noah Harari in Homo Deus ci avverte che siamo mediamente una specie ancora troppo facilmente hackerabile. Non nel senso che sia ordito un complotto planetario, ma la sproporzione tra la velocità della evoluzione tecnologica rispetto alla nostra scarsa metacognizione, potrà rendere molti di noi schiavi della nostra innata incoscienza e condizionabilità.
E’ un tema antico e sapienziale quello dell’incremento di consapevolezza e saggezza di noi esseri umani che però la tecnologia sta radicalmente accelerando per un numero crescente di persone. Un pò come nel mito della caverna platonica lo specchio tecnologico ci porta a chiederci: come può ad un certo punto riconoscersi inconsapevolmente prigioniero qualcuno che non si è mai dato la possibilità di essere coscientemente libero?
Dipende da noi se permettere alla tecnologia di essere causa di una sempre più profonda alienazione, sfruttamento o veicolo di evoluzione materiale, culturale, politica, psicologica ed esistenziale.
Il rischio di hybris, di tracotanza, di eccessiva volontà di potenza, di banalità del male, di incoscienza, di insufficiente metacognizione è ineliminabile, è parte della sfida stessa e allo stesso tempo opportunità. Quello che nell’antica Grecia chiamavano il kairòs un tempo propizio ma difficile da vivere.
La prossima volta che ci confrontiamo con l’accelerazione tecnologica, cominciamo a guardarci anche dentro e non solo fuori.
Cogliamo l’invito ad evolvere anche psichicamente come individui e comunità per essere all’altezza della complessità che ci attende.
For decades it has been evident, in all the most innovative fields and complex challenges, how often the solution emerges precisely in the “middle ground” between different disciplines, knowledge, viewpoints, languages, sensibilities, and cultures.
Aware of this need to enhance transdisciplinary talents and new leaders in 2007 I came up with the first idea of a Manifesto that could fulfill the dual function:
1. give an identity container to these “homeless” professionals (because they are creating a new one by combining existing ones);
2. to give a broader cultural foundation to the need for a transdisciplinary sensibility.
I began to call these kinds of professionals “hybrids.”
In 2012 together with Erin Casali , Gianluca Bocchi and Luisa Damiano we wrote the “Manifesto Ibridi” with the Italian word “Ibridi” (Hybrids) also in remembrance of the earliest forms of Western transdisciplinary talents of the Renaissance such as Leonardo da Vinci.
I decided to resurrect this Manifesto after the many positive feedbacks, on the concept of hybrid professions, triggered by a post of mine on a video by Don Norman (who had appreciated in 2012 the Manifesto).
I hope it can also be useful and relevant in 2024.
Here are the four exhortative principles.
Those who wish to have the full version of the Manifesto can contact me.
[IT]
Ho sempre avuto un’attitudine transdisciplinare.
Da decenni è evidente, in tutti i campi più innovativi e nelle sfide complesse, come spesso la soluzione emerga proprio nelle “terre di mezzo” tra diverse discipline, conoscenze, punti di vista, linguaggi, sensibilità, culture.
Consapevole di questa necessità di valorizzare talenti e nuovi leader transdisciplinari nel 2007 mi venne la prima idea di un Manifesto che potesse svolgere la doppia funzione:
1. dare un contenitore identitario a questi professionisti “senza casa” (perché ne stanno creando una nuova combinando quelle già esistenti);
2. dare un fondamento culturale più ampio alla necessità di una sensibilità transdisciplinare.
Cominciai a chiamare questo tipo di professionisti “ibridi”.
Nel 2012 insieme ad Erin Casali, Gianluca Bocchi e Luisa Damiano scrivemmo il Manifesto Ibridi con la parola italiana “Ibridi” anche nella versione inglese, in ricordo delle prime forme di talenti transdisciplinari Occidentali del Rinascimento come Leonardo da Vinci.
Ho deciso di riesumare questo Manifesto dopo i numerosi feedback positivi, sul concetto di professioniti ibridi, innescati da un mio post su un video di Don Norman (che aveva apprezzato nel 2012 il Manifesto).
Spero che possa essere utile e attuale anche nel 2024.
Ecco di seguito i quattro principi esortativi.
Chi desidera avere la versione completa del Manifesto può contattarmi.
E’ complessa la dialettica tra l’essere soggetti relazionali e l’essere individui. Ci possono essere eccessi su entrambi i fronti. Ciascuno tendere ad essere, in base alla sua storia, più sensibile ad uno dei due poli. Sta di fatto che fa parte del vivere cercare un migliore equilibrio tra l’essere se stesso/a e l’essere il figlio/a di, compagno/a di, genitore di, l’amico/a di, ecc.. Serve essere sufficientemente individuati per avere la consapevolezza necessaria a vivere pienamente, in modo costruttivo la relazione con l’altro. Allo stesso tempo, è proprio nella relazione con l’altro che conosciamo noi stessi e possiamo anche evolvere. Questa ricerca di equilibrio è il lavoro di una vita.
Tema super complesso che necessita tanti approfondimenti ma è solo uno spunto spero utile.
Se in un esperimento potessi creare da zero in un gruppo umano i processi, i ruoli, la struttara gerarchica, il sistema di incentivi, le regole di comunicazione, ecc., insomma “il razionale” dell’ipotetica azienda, quali fattori principali pensi plasmeranno di fatto la cultura organizzativa e lo stile di leadership?
Dalla mia esperienza è la personalità delle figure chiave che plasma le credenze, le euristiche e il modo di relazionarsi che poi si fanno collettive. Leaders espliciti ed impliciti.
Quindi di “razionale” come base umana da cui partire, per creare un gruppo (di “umani” non di “vulcaniani”) non c’è molto. In realtà, il più delle volte, c’è un senso positivo nella ricerca di felicità individuale da cui partire, ma è tutt’altro che semplice realizzarlo in modo costruttivo per se e per gli altri. Bisogna lavorarci su!
La razionalità, anche evolutivamente, viene dopo. Per esempio è spesso più forte l’essere tribali che razionali. Mediamente in un dialogo ci interessa più avere ragione che avvicinarci alla verità, ecc.. Come lavorare sulle nostre parti e non semplicemente agirle inconsapevolmente?
Sto semplificando molto altrimenti sarebbe troppo lunga per un post.
Anche gli inevitabili conflitti di interesse, le differenze di visione sono mediabili in base a fattori che spesso prescindono dal ragionare razionale e dipendono più da identità, credenze, gestione delle emozioni, sistema motivazionale e modo di comunicare.
Per questo lavorare sulla cultura organizzativa e sullo stile di leadership sono sfide che vanno oltre la singola consulenza.
Quanto è difficile cambiare prospettiva e modo di essere individualmente e collettivamente? Quanto siamo consapevoli di quello che scegliamo? Quanto il sapere teoricamente come funziona la mente umana e le relazioni ti aiuta a riconoscere e gestire le tue emozioni in atto? Ecc., ecc..
P.s. se la breve riflessione che ho scritto ha senso, diventa chiaro quanto sia importante il compito di selezione dei professionisti da parte dei colleghi dell’HR, ruolo spesso sottovalutato.
Ci sono almeno quattro nascite nella vita. 1. La prima è quella biologica. 2. La seconda è quella sociale in cui sviluppiamo sufficienti capacità per essere riconosciuti come adulti e contribuire alla comunità. 3. La terza è quella psicologica, in cui riusciamo a conoscere sufficientemente noi stessi, le nostre parti ferite, bloccate e riusciamo a comprendere la nostra unicità e proviamo a realizzarla. 4. La quarta è quella esistenziale per dirla in modo laico, spirituale per dirla in modo più tradizionale, che non necessita di essere religiosa e dogmatica.
Nota: A. Generalmente ci si ferma alla nascita sociale, collettiva, tribale, all’adattamento. B. Le nuove generazioni nei paesi sviluppati necessitano in modo crescente della nascita psicologica, individuativa. C. La nascita esistenziale è spesso uno spiritual-bypass o una distorsione integralista con a fondamento una non risolta nascita psicologica. D. Quanto è più interessante la vita se non ci si accontenta solo delle prime due nascite e non si confonde la quarta con la terza.
Scusa la sintesi. Sono temi complessi è solo uno spunto.
Da una decina d’anni mi interesso agli sviluppi della Psicologia Evoluzionistica, delle possibili ricadute applicative nella psicoterapia e più in generale per lo sviluppo della persona adulta.
La Psicologia Evoluzionistica è la scienza che studia lo sviluppo filogenetico della mente umana integrando la paleontologia, l’etologia, le neuroscienze, la genetica e molto altro. Sin dai tempi di Freud ci si è interrogati suo ruolo dello sviluppo ontogenetico della mente nella salute psichica, come si caratterizzi lo sviluppo della mente dall’infanzia sino alla età adulta, soprattutto in relazione con le figure di riferimento (caregivers).
Solo negli ultimi vent’anni circa abbiamo accumulato un numero sufficiente di conoscere e strumenti di indagine transdisciplinare per cominciare a chiederci cosa vuol dire avere una mente Homo Sapiens. Non possiamo confrontarci con altri ominidi evoluti ed inevitabilmente molti dei nostri tratti di specie vanno sullo sfondo, si fanno cultura, vengono tenuti scontati anche se non lo sono. Essere Homo Sapiens è essere psichicamente in un certo modo, all’interno del quale è poi presente una varietà immensa di differenze psicologiche individuali.
Come puoi capire possono sorgere domande molto interessanti. Per esempio, quali caratteristiche generali cognitive e di sistemi motivazionali nella nostra specie possono essere causa di distorsioni (bias) individuali e collettive? Quali strutture cognitive, comportamentali, motivazionali sono universali nelle specie senzienti auto-coscienti di livello approssimabile all’umano e quali no? In cosa e come i Neanderthal erano mediamente più dotati mentalmente di noi e in cosa meno? Le domande possono essere molte altre.
Ritengo il campo della Psicologia Evoluzionistica applicata uno dei gli ambiti più promettenti in ambito psichiatrico, psicoterapeutico, pedagogico e culturale in generale. Sicuramente è anche un ambito di fervente dibattito politico e in certi frangenti da usare con saggezza e cautela.
Abbiamo la fortuna di avere in Italia uno dei ricercatori più brillanti in questo campo Marco Del Giudice che si occupa proprio delle ricadute in ambito psicoterapeutico della Psicologia Evoluzionistica.
Riporto un suo intervento ad un evento Sitcc (Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva) in cui, partendo dai Sistemi Motivazionali di Liotti, mostra quanto la ricerca stia ampliando la complessità e potenzialità teoriche del modello dei sistemi motivazionali.
Per chi volesse approfondire Marco suggerisce di leggere questi suoi due articoli (1, 2) per esplorare ipotesi di nuove modellizzazione dei sistemi motivazionali in relazione con le emozioni e la personalità.
Come avrò modo di approfondire in altri articoli, la mia ipotesi generale è che sia necessario indagare due livelli di distorsione psicologica e la loro interazione: quello personale biografico con le tendenze cognitive e motivazionali tipiche della nostra specie. Alcuni autori stanno provando a vedere le correlazioni in ambito psichiatrico come il testo di Nesse tradotto in italiano “Buone ragioni per stare male“. Altro esempio è il rapporto tra come le pratiche di mindfulness che (a mio parere lavorano per una buona parte su tendenze cognitive generiche della mente di specie) possono essere utilizzate in ambito educativo, di crescita personale o anche in ambito clinico come diversi approcci di psicoterapia cognitivista di terza ondata propongono da qualche anno.
Non basta vivere la vita per conoscere se stessi, servono prassi e conoscenze specifiche per andare sotto la superficie e ne vale la pena. Niente di complicato ed oggi abbiamo tutto quello che serve per iniziare.
A volte si può iniziare diventando più esperti e consapevoli (in prima persona, non basta leggere i libri) di come funzioniamo cognitivamente, emotivamente e nel comportamento in quanto esseri umani. Parlo genericamente di esseri umani perché mi riferisco al modo generale di funzionare della mente come per esempio la difficoltà a stare nel qui ed ora, la predisposizione a vedere tutto da una prospettiva egocentrata o ad essere sempre proiettati sull’esterno e non su come noi interpretiamo le situazioni, ecc.. Questo lo si può considerare un primo livello di incremento della metacognizione. Raggiungibile per esempio con un percorso individuale di mindfulness condotto da uno/a psicologo/a e/o un percorso di sostegno psicologico o coaching sempre svolto da uno psicologo/a.
Ma la cosa più interessante è che se si percorre a sufficienza questa prima tappa ad un certo punto si incappa in quelli che possiamo chiamare schemi (approfondirò il concetto di schemi in un altro post). Arrivati qui serve un lavoro e competenze più approfondite di psicoterapia. So già che l’uso di questo termine mette in allarme quasi tutti. Cerco di risolvere l’inghippo linguistico.
Non intendo dire che tutti abbiamo qualche psicopatologia, tutt’altro, proprio il contrario. Purtroppo questo passaggio netto ad un linguaggio clinico (a volte psichiatrico) della nostra attuale cultura, allontana la grande parte delle persone dal usare le prassi necessarie per la conoscenza di sé, che è uno degli investimenti più importanti da poter fare nella vita. In realtà è una cosa molto più normale, semplice e pacifica, basta capirsi. Tutti, in misura diversa, abbiamo degli schemi più o meno disfunzionali che, associati alla nostra personalità, condizionano come siamo, come vediamo noi stessi e le relazioni con gli altri, che scala di valori abbiamo, come e dove lavoriamo, gestiamo le nostre scelte di vita, le relazioni significative, ecc.. Non servono sofferenza e “sintomi” particolari (non farti bloccare dal linguaggio clinico), è proprio nello sviluppo delle psiche di tutti si creano degli schemi, che di base hanno la funzione di prevedere il rapporto con le persone e situazioni significative. Capisci la portata enorme di entrare in contatto in modo consapevole con queste parti di noi. Non è una via per la perfezione e l’invincibilità, anzi si impara a relazionarsi anche con le parti più fragili di noi. Un passare dal solo giocare al meglio il gioco in cui ci troviamo gettati, al chiedersi a che gioco stiamo giocando.
Il lavoro sui propri schemi può influenzare significativamente la qualità della nostra vita perché è attraverso questi filtri che interpretiamo noi stessi, gli altri, le situazioni, le scelte di come e con chi vogliamo vivere.
[EN]
It is not enough to live life to know yourself, it takes specific practices and knowledge to go below the surface and it is worth it. Nothing complicated and today we have everything we need to get started.
Sometimes you can start by becoming more experienced and aware (firsthand, not just reading books) of how we function cognitively, emotionally and in behavior as human beings. I speak generically of human beings because I am referring to the general way the mind functions such as for example, the difficulty of being in the here and now, the predisposition to see everything from a self-centered perspective or always being projected on the outside and not on how we interpret situations, etc.. This can be considered a first level of increasing metacognition. Achievable, for example, with an individual mindfulness course conducted by a psychologist and/or a psychological support or coaching course also conducted by a psychologist.
But the most interesting thing is that if you sufficiently go through this first stage at some point you run into what we can call patterns (I will elaborate on the concept of patterns in another post). Getting here requires deeper psychotherapy work and skills. I already know that the use of this term alarms almost everyone. I am trying to resolve the linguistic catch.
I do not mean that we all have some psychopathology, far from it, just the opposite. Unfortunately, this sharp shift to a clinical (sometimes psychiatric) language in our current culture moves the vast majority of people away from using the practices necessary for self-knowledge, which is one of the most important investments we can make in life. It is actually a much more normal, simple and peaceful thing, just by understanding each other. We all, to varying degrees, have more or less dysfunctional patterns that, associated with our personality, condition how we are, how we see ourselves and our relationships with others, what scale of values we have, how and where we work, manage our life choices, meaningful relationships, etc.. You don’t need particular suffering and “symptoms” (don’t get stuck with clinical language), it’s just in the development of everyone’s psyches that patterns are created, which basically have the function of predicting relationships with significant people and situations. Understand the enormous scope of consciously getting in touch with these parts of us. It is not a path to perfection and invincibility, rather we learn to relate to even the most fragile parts of us. A shift from just playing the game we are thrown into as best we can, to asking ourselves what game we are playing.
Working on our own schemas can significantly influence the quality of our lives because it is through these filters that we interpret ourselves, others, situations, and choices of how and with whom we want to live.
E’ un concetto ripreso dalla filosofia e adattato alla psicologia da parte del noto psichiatra svizzero C.G. Jung. In parole semplici è la necessità di capire chi sono e cosa voglio. La mia specificità individuale, la mia unicità, cosa sono venuto a fare con i miei particolari talenti, modi di essere, sensibilità e interessi. Scoprire il proprio daimon direbbe James Hillman (allievo di Jung), riprendendo una certa antica tradizione greca.
Hai per caso notato anche tu un graduale trend di crescita della domanda di individuazione nei giovani dei paesi occidentali più sviluppati? Direi dalla generazione x in poi.
Probabilmente la complessità del diventare adulti oggi e la più ampia libertà espressiva sono una sfida interiore non indifferente per i giovani, a cui vanno a sommarsi le pressioni materiali e sociali, che mediamente occupavano completamente lo spazio d’azione delle generazioni precedenti. So che per essere sintetico mi trovo costretto ad iper-semplificare temi ampi e complessi di natura anche storica, economica, sociale, culturale.
Si crea un “choice overload bias” quando lo sguardo è rivolto solo all’esterno delle mille possibilità e non si impara a contattare il proprio sentire emotivo. L’individuazione ha più a che fare con il scoprire la propria natura che con l’essere tutto ciò che vuoi. Oggi farsi carico della libertà di chiedersi chi sono veramente, indipendentemente da quello che vuole la famiglia ed il collettivo è una grande sfida ed opportunità, ridotta nelle generazioni passate. Ma aggiungo che è sempre più una necessità.
Non mi riferisco ad un individualismo narcisistico indifferente agli altri ed alla propria responsabilità sociale e collettiva. L’individuazione sottende una più sincera presa in carico morale del proprio ruolo collettivo e di supporto alla comunità. Individuazione è un processo diverso dall’individualismo egocentrico.
Tra i vari fattori che ci aiutano a dare un senso alla vita (anche quando non va tutto bene) è proprio il sapere chi si é e l’aver provato a coltivarlo, a realizzarlo ed esprimerlo. Non sono rare le crisi di mezza età di persone che si sono brillantemente adattate materialmente, socialmente ma non considerando la loro specifica individuazione si sentono spaesate, insoddisfatte, alienate in un personaggio che non sentono più loro.
Già Jung indicava che l’adattamento materiale, sociale ed affettivo sono necessari ma non sufficienti presupposti. Le parti più sviluppate e libere dei paesi occidentali sono ancora lente ad integrare un modello di adulto nel quale l’individuazione e la conoscenza di sé (metacognizione) siano obiettivi e competenze minime di default.
Questo è un ambito di cui mi occupo da decenni personalmente, professionalmente, come studio e lavoro con clienti e pazienti.
L’individuazione è un passaggio fondamentale nella vita, tu cosa ne pensi? Che impressioni ed esperienze hai a riguardo?
P.s. Nella prima metà della vita l’individuazione è più psicologica, adattativa, personale, mentre nella seconda parte della vita tende ad essere (a vari gradi) più esistenziale e transpersonale. In questo post mi riferisco ai giovani, quindi solo alla prima fase dell’individuazione in cui cerco di diventare me stesso come individuo psicologicamente e nel mondo.
[EN]
Have you ever heard of individuation?
It is a concept taken from philosophy and adapted to psychology by the well-known Swiss psychiatrist C.G. Jung. In simple words it is the need to understand who I am and what I want. My individual specificity, my uniqueness, what I came to do with my particular talents, ways of being, sensitivities and interests. James Hillman (Jung’s student) would say discovering one’s daimon, taking up a certain ancient Greek tradition.
Have you by any chance noticed a gradual growth trend in the demand for individuation among young people in the most developed Western countries? I would say from generation X onwards.
Probably the complexity of becoming an adult today and the wider freedom of expression are a significant internal challenge for young people, to which are added the material and social pressures, that on average completely occupied the space for action of previous generations. I know that to be concise I find myself forced to over-simplify large and complex issues of a historical, economic, social and cultural nature.
A “choice overload bias” is created when the gaze is only turned towards the outside of the thousand possibilities and one does not learn to contact one’s own emotional feelings. Individuation has more to do with discovering your nature than being everything you want. Today, taking on the freedom to ask ourselves who I really am, regardless of what the family and the collective wants is a great challenge and opportunity, reduced in past generations. But I would add that it is increasingly a necessity.
I am not referring to a narcissistic individualism indifferent to others and to one’s own social and collective responsibility. Individuation implies a more sincere moral acceptance of one’s collective role and support for the community. Individuation is a different process from egocentric individualism.
Among the various factors that help us give meaning to life (even when everything is not going well) is knowing who we are and having tried to cultivate it, realize it and express it. Mid-life crises are not uncommon among people who have brilliantly adapted materially and socially but without considering their specific individuation they feel disoriented, dissatisfied, alienated in a character that they no longer feel is theirs.
Jung already indicated that material, social and emotional adaptation are necessary but not sufficient prerequisites. The most developed and free parts of Western countries are still slow to integrate an adult model in which identification and self-knowledge (metacognition) are objectives and minimum default skills.
This is an area that I have been dealing with for decades personally, professionally, as I study and work with clients and patients.
Individuation is a fundamental step in life, what do you think? What impressions and experiences do you have about it?
P.s. In the first half of life individuation is more psychological, adaptive, personal, while in the second half of life it tends to be (to varying degrees) more existential and transpersonal. In this post I am referring to young people, therefore only to the first phase of identification in which I try to become myself as an individual psychologically and in the world.