UX Conference 2010

Yesterday, it was a beautiful day in Lugano, at the UX Conference 2010.
It’s a conference of and for designers, with some companies interested in UXD.
Luca Mascaro, owner of Sketchin is the father of this event. Luca gives vitality to the UXD in Switzerland and north Italy with this conference and the UXMagazine.
These kind of meeting moments are important to open the mind to the new scenarios in such a fast professional field.

These were the slides of my speech.

New Ibridazioni

As you can see, Ibridazioni changes again.

It isn’t only the minimalist graphic (thanks Foll) but the language too. This change is an expression of the evolution of the contents, my points of view, models and experiences.

In the next weeks I’ll finish all the changes and adjustments and as soon as possible I’ll post some news about my model of psychology applied to interaction design, stay tuned.

BCI, a little psychodinamic question of user experience

The Emotiv device is a famous brain-computer interface. Recently the co-founder of the Emotiv Systems, Tan Le, showed the potentiality of her prototype at the TED.

I want to do a little question about the user experience of this kind of interface.
For example, moving objects with a touch screen, like the iphone, has a great affordance, because our natural interaction with the material world pass through movement and manipulation objects.

So, try to imagine the level of affordance if we just think a movement.
If in a touch screen we are in a user experience of interaction like manipulating a material object, with a brain-computer interfaces the experience is closer to move an arm.

The cognitive and psychodynamic effect on the users are not trivial.

There is a strong relation between emotions, motivations, desires and action.
If your presence in action (see the embodied cognition theory) can be in the same time material and digital, how could it change the relations between imagination and perception?

http://video.ted.com/assets/player/swf/EmbedPlayer.swf

Ibridi e la ricerca della via di mezzo tra conoscere e fare

Il famoso Clay Shirky, di cui vi suggerisco il testo “Uno per uno, tutti per tutti” (tradotto dal buon Federico) ci spiega il concetto di surplus cognitivo (titolo del suo nuovo libro) come potete vedere in questo suo ultimo speech al TED. Ennesima conferma sull’importanza degli incentivi intrinseci come dinamica motivazionale alla base dei comportamenti bottom-up in rete. Bene, ulteriore supporto a favore della mia prospettiva. Però l’impressione è che Shirky citi troppo spesso la generosità per sedurre e parli di masse in modo troppo ampio. Molti dei concetti e riflessioni che esprime sono condivisibili ma il suo stile sembra ogni tanto scivolare nell’ideologico.

Vi devo avvertire che potreste trovare la logia del post un pò meno lineare del solito ma ho preferito riportare parte del flusso di associazioni che, dal video di Shirky, mi hanno portato verso una riflessione più ampia sui professionisti ibridi, per esprimere non solo nei contenuti ma anche con la forma il divenire di una riflessione aperta in cui vorrei coinvolgervi.

Ho grande rispetto per Shirky, che ritengo fuor di dubbio bravo, devo però onestamente dire che sono in generale un pò stanco di questi punti di vista descrittivi, narrativi come anche, all’opposto, di quelli solo tecnici, verticali. Io come molti altri che si occupiamo in modo non convenzionale, di web, social networking, IxD, Ux, virtuale, interazione mediata, enterprise 2.0, ecc. siamo frequentemente impegnati nella sfida operativa di unire competenze verticali e orizzontali quando non facciamo solo ricerca eo la vogliamo applicare. Ma anche l’inverso, quando come consulenti eo imprenditori vogliamo utilizzare, per essere innovativi e competitivi, conoscenze di ricerca ed esperti d’alto livello. Per di più molte delle tematiche e sfide più importanti necessitano di soluzioni, competenze e team transdisciplinari quindi la complessità fa molto presto ad esplodere.

Per esempio, quando un network muta in luogo sociale dove gli utenti diventano “persone” che esprimono e co-costruiscono con gli altri la loro identità e presenza non bastano le sole competenze tecnologiche, di design, di architettura della informazione e nemmeno quelle di usabilità. Quali competenze, modelli, strumenti operativi usare e spesso “creare” per analizzare e progettare intorno ad utenti diventati ormai sistemi psicologici e sociali, in un artefatto non più solo cognitivo ma anche motivazionale, simbolico, sociale, ecc.? Questo è uno scenario complesso, ibrido non solo da capire, descrivere, rappresentare, ma anche in cui operare, applicare, scegliere, anticipare, investire.

Quindi va benissimo seguire quello che dice Shirky o le interessanti descrizioni di Danah Boyd ma se poi dalle riflessioni, dalle descrizioni, bisogna far nascere un progetto, delle prassi, degli strumenti operativi, una strategia ci vuole anche altro. Non sto criticando in generale necessità di avere punti di vista ampi, descrittivi, che aiutino a farsi un quadro di complessi scenari nuovi e in divenire ma fenomeni come il web e come certa ict (che stanno cambiando profondamente e a grande velocità la nostra quotidianità personale e professionale) necessitano di persone capaci di essere tanto teorici, quanto pratici, scienziati, quanto imprenditori, designer quanto ricercatori. Lo richiede proprio la complessità, la transdisciplinarietà e velocità del cambiamento.

Credo che il design come disciplina pratica che deve muoversi tra tanti saperi sia oggi potenzialmente molto fertile come prassi, punti di vista, talenti ma deve avere il coraggio e la capacità di saper integrare competenze più complesse, scientifiche e non accontentarsi di spiluccare qui e la o di nascondersi dietro i soliti guru. Sicuramente il design deve stare attento a non farsi intrappolare da discutibili determinismi di certe prospettive scientifico sperimentali che pensano di poter ingabbiare la realtà in un modello (vedi i limiti di certa psicologia sperimentale nella HCI). Ma il determinismo di certi contesti scientifici non può essere l’alibi per molti designer di non cercare un dialogo con saperi scientifici più dialogici e sensibili alla complessità dei fenomeni.

Sul versante ricerca invece c’è un parte di ricercatori, sempre nei campi web, ict, ecc. chiusi nel far paper per far paper. Ora, che sia chiaro, i paper sono strumenti fondamentali, imprescindibili della ricerca (in certi campi l’unico prodotto finale possibile) ma spesso da mezzi diventano fini e questo è un peccato oltre che a volte un vero ostacolo alla innovazione.

Non voglio proporre un integralismo dei professionisti ibridi, sono importanti i professionisti iperspecializzati, il punto è che sempre più spesso non basta più. Una volta era sufficiente una buona pianificazione, una struttura gerarchica, una serie di incentivi estrinseci, di vincoli e una catena di montaggio di tante specializzazioni. Oggi la società della conoscenza riattualizza la sfida della complessità e certe logiche a compartimenti stagni possono voler dire perdita di denaro e opportunità nel business, perdita di conoscenza e scoperte in certi settori della ricerca.

Per esempio, se pensiamo al nuovo settore consulenziale dell’enterprise 2.0, cambia il rapporto col cliente perché cambia quello che si sta offrendo. Non è “solo” tecnologia eo design ma è una lenta, progressiva, controllata sandbox per l’evoluzione della cultura organizzativa. Grande opportunità che però richiede che si sappia relazionarsi col cliente secondo alcune logiche del change management e della psicologia delle organizzazioni, non “solo” saper offrire software e design.

Capite che il salto di complessità che porta certa tecnologia nella cultura, nelle prassi, necessita di un salto di paradigma non di semplici aggiustamenti.

Chi mi segue da un po’ sa che questo creare ponti tra discipline e ambiti diversi, unito alla ricerca di equilibrio tra conoscere e fare le metto in pratica nella consulenza, nella modellizzazione con Davide e nella ricerca. Il senso di questo post è di apertura della questione, apertura al confronto in quanto il profondo cambiamento in atto tocca il modo di vivere e lavorare di tanti professionisti, team e contesti dove innovare è una necessità.

Sono benvenute riflessioni e segnalazioni di chi avverte (in azienda, consulenza, design, ricerca) la necessità di affrontare la sfida della società della conoscenza in equilibrio tra discipline diverse, tra il conoscere e il fare.

Un esempio di prassi per innovare by Adaptive Path

Chi lavora in contesti dove la competizione è caratterizzata da una costante necessità di innovare non smette mai di trovare nuove idee ma anche di migliorare le prassi per far emergere ed elaborare le idee stesse. E’ un circolo virtuoso, in quanto il focus non è solo sulla produzione di idee che possono avere un valore ma sulle prassi di produzione stessa. Un punto di vista “meta” che rappresenta spesso il differenziale tra chi innova e chi insegue l’innovazione. Questa è una tra le varie cartine tornasole per fotografare le capacità di una cultura organizzativa di evolvere e innovare.

Detto questo sul blog di Adaptive Path ho trovato questo post e il relativo video che riporto di seguito. E’ un ottimo esempio di prassi per la fissazione, elaborazione e revisione di idee di valore. Si può esempre migliorare ma la scelta dei termini (che sono anche immagini, simboli, metafore che aiutano la riflessione) e il minimalismo del processo (che deve essere breve, leggero per ritagliarsi uno spazio tra le mille priorità e impellenze quotidiane di una vita professionale) lo rendono un ottimo esempio.

Queste le tre fasi della prassi:

  1. Spark (scintilla) rappresenta perfettamente l’idea come luce esplosiva piccola ma che può essere innesco di un sistema complesso più ampio, un effetto a catena.
  2. Fire come dare forma e sostanza alla scintilla in modo tale che da semplice idea diventi un agente materiale nel mondo anche solo per esempio con un post.
  3. Impact è il primo loop, la prima chiusura del cerchio, il primo filtro, il primo feedback per capire se l’idea era fertile o il modo in cui è stata materializzata e comunicata, base per un successivo loop.

Prima del Web 2.0 – LEGO

Suggerisco sempre a chi si chiede cosa ha anticipato i fenomeni di auto-organizzazione delle comunità del Web 2.0 il blog, i lavori e i progetti di Massimo che da tempo studia il fenomeno del metadesign nel open source. Un caso classico lo traggo proprio da un suo post. Il video dove viene sintetizzato lo speech di Eric Von Hippel su LEGO Mindstorms uno dei casi storici del coinvolgimento di consumatori e appassionati per sviluppare dal basso idee e prodotti; co-design.

http://fora.tv/embedded_player

iPhone 4 e la pervasività degli artefatti cognitivi

Sin dalla prima versione, gli addetti ai lavori ed esperti parlavano della rivoluzione messa in atto dall’iPhone, ma credo che oggi con l’iPhone 4 ormai sia tangibile per chiunque. La maturazione dell’hardware (nel senso anche dell’oggetto) e del software rendono palese anche ai più critici come si possa parlare di una era del mobile pre iphone e post iphone.

Forse non è un caso che avvenga proprio alla quarta evoluzione del device, infatti, 4 è simbolicamente la chiusura del cerchio …. la transizione si è completata.

Sarà ora interessante seguire la co-evoluzione tra device e utenti (sia come utilizzatori che come sviluppatori di apps).

Le caratteristiche del iPhone hanno condizionato tutta la concorrenza e questo effetto domino sta naturalizzando nella massa il maggiore ruolo dello smartphone nelle abitudini, prassi, comportamenti di quotidiano personal knowledge management.

Il costante arricchimento, potenziamento e affinamento delle funzionalità abbinata la diffusione e naturalizzazione di device del genere concretizzano il tema della pervasività degli artefatti cognitivi che sempre più diventano non solo estensione-espressione della nostra mente ma anche della nostra psiche con il suo carico di emozioni, simboli, desideri, immagini e dinamiche relazionali ed inconsce. Un esempio?

Beh, pensate al ruolo che ebbe (o che ha) il vostro diario personale durante l’adolescenza: memorizzava, permetteva di avere feedback (magari rileggendo certe parti dopo un pò di tempo), di avere uno spazio in cui riflettere, esprimersi, tirare fuori emozioni, desideri, dare forma ad una identità, poi ogni tanto si facevano leggere alcune pagine a persone fidate, si incollavano foto e biglietti di concerti, viaggi, ecc, ecc, ecc? Quanto quei artefatti cognitivi con supporto cartaceo detti diari hanno avuto un ruolo nel vostro vissuto a tutto tondo?

Ok, spero sia ora più chiaro cosa intendo con pervasività degli artefatti cognitivi, e non possiamo negare che rispetto ai buoni vecchi diari un iPhone 4 è un pochino più ricco e potente come artefatto cognitivo, no? 😉

P.s. Mi faceva notare un amico che forse non sono stato chiaro. La rivoluzione e il cambiamento l’iPhone l’ha innescato sin dalla sua prima versione e quindi buona parte del mie attuali riflessioni erano valide anche nel 2007. Semplicemente la massa critica di aggiornamenti e ampliamenti, che ovviamente continuerà nel tempo (e chiassà quali imprevedibili fattori e attori entreranno in gioco), ha raggiunto con la versione 4 una completezza e ricchezza notevole. In questo senso la chiusura del cerchio voleva rappresentare la maturazione di un processo in divenire non una fine.

Roberto Bonzio – Dobbiamo tutto agli Hippie – Frontiers2010

Roberto Bonzio è tra i maggiori costruttori di narrazioni intorno al mondo della innovazione italiano. A Frontiers 2010 ha proposto questa interessante riflessione su come il processo personale di innovazione sia un cambiamento molto più profondo, psicologico e culturale di quello che spesso si sia in grado di capire e sostenere, in quanto innovare è rivoluzionare.

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L’Italia sta sprecando o perdendo all’estero i suoi talenti e tra qualche anno, senza inversioni di rotta, questi individui si sentiranno sempre più cittadini del mondo e sempre meno italiani. Ci interessa?

Social Usability Workshop at Frontiers of Interaction 2010

Ecco le slide del nostro workshop a Frontiers 2010

L’ho ideato e sviluppato con Davide ma per questioni di salute non sono poi potuto andare a Roma con condurlo insieme a lui. Da quello che ho potuto cogliere seguendolo in remoto non escludo che ci saranno altre occasioni di rifarlo e magari ampliarlo 🙂

Prototipare per affrontare la complessità

In questo breve video di 6 min circa Tom Wujec ci mostra come, attraverso un semplice esercizio di team-building, un gruppo di bambini può funzionare meglio di un gruppo di studenti di economia. Tra i vari spunti emersi dallo speech trovo interessante che difronte ad uno scenario nuovo, ricco di imprevisti per un gruppo di lavoro è meglio adottare una strategia di “navigazione a vista” rispetto ad una eccessiva pianificazione.

Non si tratta di perdere coordinazione e prospettiva ma di organizzare il gruppo in modo da adottare una prassi pragmatica dove soluzione e simulazione convergono mediante l’uso di cicli di prototipi (loop di feedback e azione).

Spesso in scenari complessi ad elevata imprevedibilità non c’è il tempo di accumulare una sufficiente conoscenza per poter “determinare” con la desiderata sicurezza gli eventi. Meglio innescare pratiche di continua beta, dove l’errore è necessario, un valore e non un rischio per il gruppo e il progetto.

Essere in continua beta (o come lo si vuole chiamare) non vuol dire rimandare continuamente un definitivo ma inserirlo in un ciclo di costante evoluzione del prodotto e del team. Sempre più spesso si lavora in contesti, scenari e a progetti simili a complessi ecosistemi in continua evoluzione, diventa quindi vantaggioso abbandonare logiche e metafore più meccanicistiche e lente. Ovviamente emergono nuove competenze, figure professionali, strategie, prassi, strumenti e modi di gestire il ciclo di vita di progetti, comunicazione, prodotti, ecc..

Un conto è lavorare sulle emergenze come espressione di rigidità e lentezza, altra cosa è passare da una logica deterministica della pianificazione meccanica e lineare ad una logica del fluire con gli eventi imprevedibili, veloci e numerosi. C’è insomma un “navigare a vista” subìto ed uno scelto che portano a risultati diversi.

Come si passa dal manipolare al fluire?

Domanda complessa che merita un post a parte.  Non è tanto il frequente ritardo nel capire il contesto in veloce evoluzione che frena il cambiamento, quello è più un sintomo che una delle cause.  Più a fondo c’è una diffusa mancanza di strumenti e prassi nei team per essere consapevoli del proprio ordine, logiche, scale di valori, limiti, forze e abitudini interne.

La complessità è sfidante e come uno specchio costringe a rivolgere lo sguardo verso l’interno per poter tornare a ricostruire un mondo.

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