Jung e la ricerca di senso


Romano Màdera ci propone la sua interpretazione del rapporto tra Carl Gustav Jung e la filosofia antica, intesa come prassi non solo intellettuale. Facendo riferimento ad autori come Pierre Hadot, ma non solo.
Si coglie chiaramente dalle parole di Romano perché Jung possa legittimamente essere considerato uno dei padri della psicologia transpersonale. In quanto ha saputo mettere in relazione la parte della prassi psicoterapeutica più profonda con la possibilità che a volte (non sempre) diventi la migliore propedeutica ad una indagine esistenziale, senza ridurre l’una all’altra.
La difficoltà di Jung fu la sua capacità di essere tra i primi a non farlo in modo ingenuto rispetto a possibili spiritual bypass, intellettualizzazioni filosofiche e riduzionismi psicologici.
A mio parere queste ed altre intuizioni di Jung stanno incontrando un tempo di consapevolezza collettiva, culturale e scientifica generale per essere riscoperte, sviluppate ulteriormente (anche in modo critico) e vissute.

Io e Sé nell’individuazione

“Il processo di individuazione è un fenomeno limite della psiche e richiede condizioni particolarissime per diventare cosciente. Si tratta forse della fase iniziale di uno sviluppo di cui un’umanità futura imboccherà la via, ma che, come deviazione patologica, ha portato intanto l’Europa alla catastrofe. Sembrerà forse superfluo illustrare una volta ancora la differenza — chiarita ormai da tempo — tra il divenire cosciente e la realizzazione del Sé (individuazione). Continuo a vedere però che il processo di individuazione è confuso con il divenire cosciente dell’io, e quindi l’Io viene identificato col Sé, con l’ovvia conseguenza di una irrimediabile confusione. Perché in tal modo l’individuazione diventa semplice egocentrismo e autoerotismo. Invece il Sé racchiude infinitamente di più che un Io soltanto, come dimostra da tempo immemorabile la simbologia: esso è l’altro o gli altri esattamente come l’Io. L’individuazione non esclude, ma include il mondo.”

Carl Gustav Jung, Considerazioni sull’essenza della psiche

Insoddisfazione

Una delle questioni più ostiche del disagio esistenziale, oltre ai fondamentali:

1. MORTALITÀ

2. LIMITE/IMPOTENZA

3. GETTATEZZA

4. SOLITUDINE

5. DIFFICOLTÀ A DARE SENSO

è la INSODDISFAZIONE.

Qualsiasi sforzo facciamo per inseguire la soddisfazione completa, definitiva, stabile essa di sposta, come illudersi che correndo più forte potremo raggiungere l’orizzonte.

Non si sta negando in modo disfattista, alla Schopenhauer, quanto obiettivamente si possa e sia necessario fare per incrementare la qualità della nostra vita su più fronti. Si può e si deve fare molto con una sana attitudine pragmatica. 

NOTA il disagio esistenziale non è il disagio psichico, come per esempio la depressione; cercare di ridurre tutto a psicopatologia, non discernendo tra i due tipi di disagio, è un riduzionismo difensivo.

Il punto è l’intrinseca impermanenza di tutti i fenomeni, la loro incompletezza rispetto ad un nostro essere costantemente identificati con l’essere bisognanti e desideranti.

Che ce ne rendiamo conto o meno fuggiamo la noia e altre declinazioni della insoddisfazione come la peste. È così insopportabile e pervasiva che spesso non ci accorgiamo quanto, affianco alla intrinseca gioia di vivere, di amare, di essere se stessi, sia presente anche il costante tentativo di fuggirla o tenerla a bada con i nostri quotidiani mille progetti, impegni, legami, piaceri, intrattenimenti e dipendenze.

Possiamo passare un’intera vita fuggendola illudendoci di averla risolta, mentre è il carburante inconscio della nostra continua corsa.

Come forse si sarà capito, il problema non è l’impermanenza dei fenomeni ma la nostra mente. Serve una intro-versione, a ritroso di quello sguardo bisognante che automaticamente serviamo, identificati con esso, arrabbiati con il mondo, con gli altri o parti di noi perché non sono come vorremmo.

Ripeto, non nego la fondamentale necessità di mettersi in gioco e migliorare se stessi, non si tratta di un passivo subire la vita ma capirete che ci sono più piani in gioco.

Ad un certo punto potrebbe far capolino uno stato più ampio che include anche il nostro ego bisognante ma che non si riduce ad esso. A quel punto viene meno la richiesta al mondo, agli altri, a parti di noi stessi, sino al momento presente di essere altro da quello che è, così com’è qui ed ora. Non si tratta di arrendersi ma di smetterla di chiedere al mondo di darci quella soddisfazione definitiva che non le appartiene e che invece è uno stato interiore a monte, impersonale e che quindi l’io bisognante, identitario, del problem solving non può comprendere.

Non è una qualcosa che l’io possa fare, raggiungere, costruire o capire perché avviene proprio quando l’io si aquieta e si sposta dall’illusine inconscia di essere al centro di tutto.

Tanto si può e si deve fare in questa realtà spazio temporale ma attenti alle illusioni create dalla nostra mente: non è che se sfreghiamo più forte un mattone diventa un diamante.

Sensi di colpa

Potresti scoprire molto del tuo modo di funzionare, delle tue credenze, del tuo contesto relazionale.
Francesco Gazzillo (fondatore e presidente del Control-Mastery Theory – Italian Group) ci spiega come mai alcuni sensi di colpa sono tra i meccanismi chiave che sottendono gran parte della sofferenza psichica. Lo fa in modo rigoroso ma comprensibile anche per non addetti ai lavori.

  • Perché giocano un ruolo così centrale nella sclerotizzazione delle credenze patogene, sviluppate nell’alleanza disfunzionale con le figure genitoriali o significative?
  • Quali sono i principali sensi di colpa che sottendono i nostri schemi maladattivi?
  • Come agiamo inconsciamente certi sensi di colpa nelle relazioni significative e nella relazione terapeutica?

Guardando il video scoprirai che il contributo di Francesco non è prezioso solo per altri psicoterapeuti ma per chiunque voglia capire meglio se stesso/a.
Se pensi come me che non ci siano in giro molti video così validi, ti invito a diffonderlo a tutti coloro che credi potrebbero averne giovamento, anche come atto culturale verso una maggiore consapevolezza del nostro essere psichici e relazionali.

Lo sciame borderline

LO SCIAME BORDERLINE – Nicolò Terminio

– UNA POSIZIONE ETICA è sempre una posizione analitica: un desiderio senza domanda.
– Non chiedere nulla al paziente ma testimoniare il nostro desiderio: il paziente borderline vuole vedere l’altro in faccia.
– Il paziente borderline vuole vedere come abitiamo la distanza tra quello che siamo e l’ideale che pensiamo dovremmo avere.
– Se per caso il paziente borderline percepisce che siamo in qualche modo orientati dal nostro ideale farà di tutto per far emergere la nostra differenza rispetto a quel ideale.
– La prima cosa è regolare il ritmo: È PIÙ IMPORTANTE ESSERE UNA FIACCOLA CHE CAMMINA AFFIANCO AL PAZIENTE BORDERLINE CHE UN FARO FERMO.
– Per istituire la possibilità del discorso bisogna prima poter regolare il ritmo del godimento. l’interazione con noi deve produrre una regolazione del ritmo.
– Per regolare il ritmo dobbiamo partire dalla fiducia: senza fiducia ogni parola sarà una parola vuota.
– La fiducia la esprimiamo con la nostra testimonianza del nostro desiderio di curanti non del nostro desiderio di curarlo.
– Diamo testimonianza anzi tutto di non essere traumatici: di non fare del paziente un nostro oggetto e questo lo possiamo fare avendo degli OBIETTIVI TERAPEUTICI INCOMPLETI.
– Obiettivi comportamentali: UNA CLINICA DELL’AGITO NON DEL MESSAGGIO DA CODIFICARE.
– Dando delle possibili letture della funzione dell’agito, perché il paziente borderline non si sente letto dall’altro, un altro che può dare senso e struttura.
– È una clinica che nasce senza l’altro: quindi è importante che ci presentiamo come un ALTRO REGOLATO DAL DESIDERIO DELL’ANALISTA, CHE NON HA TIMORE DELLA VIBRAZIONE EMOTIVA, CHE HA PASSIONE NELL’INCONTRARE L’ALTRO.
– Le regole del setting devono generarsi all’interno della relazione a partire dalla specificità del paziente e dell’incontro, questo vuol dire vedere l’altro in faccia: VEDERE COME L’ALTRO GENERA IL TERZO CHE TRA ME E LUI ISTITUISCE LA NOSTRA DIMENSIONE SIMBOLICA, È QUESTO IL PASSAGGIO DALLO SCIAME ALLA STRUTTURA.

Partendo dai casi che segue, con vera passione clinica, Nicolò ha integrare altre prospettive (dialetti) psicoterapeutiche, mettendo al centro il paziente, per rivisitare la psicoterapia di matrice lacaniana del paziente Borderline, nel suo testo “Lo sciame borderline”, che suggerisco.


La grande rimossa

The Denial of Death is Ernest Becker’s book, winner of the Pulitzer prize in 1974.

Sappiamo che tra fine ‘800 e la prima metà del secolo scorso, per la psiche individuale e collettiva occidentale, la grande rimossa era la sessualità e in generale la vita istintiva, emotiva, pulsionale che usciva dagli schemi della morale vigente. Si veda lo sviluppo della psicoterapia negli ultimi 150 anni con questi due testi:

La scoperta dell’inconscio (Ellenberger)

Storia critica della psicoterapia (Foschi, Innamorati)

Ma qual’è la grande rimossa oggi?

Propendo per la mortalità, che si riflette nella quotidiana esperienza del limite, dell’impotenza, della gettatezza e delle varie forme di dolore fisico ed emotivo. Non che il rapporto con la mortalità fosse meno sfidante in passato ma la morte era più palese, quotidiana e le religioni svolgevano mediamente un fattore ansiolitico esistenziale che oggi per tanti motivi (spesso sani) non c’è più. Per dirla in breve, oggi il discernimento tra disagio psichico e disagio esistenziale è molto più importante per la vita di tutti noi.

Tema che mi appassiona e su cui lavoro da molto tempo (non solo teoricamente), che sto approfondendo con un gruppo di colleghe e con esperti da cui non smetto mai di imparare come Mauro Bergonzi, Stephen Batchelor e molti altri.

In questa fase di stallo nichilista fa acqua da tutte le parti l’illusione consumistica di poter evitare la domanda di senso esistenziale con il solo benessere materiale, sociale e lo sviluppo tecnologico (per quanto necessari e preziosi). La domanda di senso è costitutiva dell’essere umano, dell’essere autocoscienti e non è riducibile al quotidiano processo di senso che sottende le nostre pratiche decisioni. Applicare al Tutto l’ordinario modo di dare senso agli eventi e scelte produce una implosione del senso stesso (non ho tempo di approfondire in questo breve scritto). L’implosione più forte di ogni senso ordinario e quotidiano è proprio la morte. Quando si arriva a quel punto, spesso costretti da un lutto o altri eventi impattanti, la tentazione di fermarci lì annichiliti dal senso di impotenza è molto elevata. Spesso ci convinciamo che siamo dinnanzi alla tragica scoperta che non c’è senso ma in realtà è solo l’inizio del percorso, per chi non desiste. Spesso si torna a rifugiarsi nei mille impegni quotidiani ma sotto la domanda arde e gli anni continuano a passare.

Anche un certo uso riduzionista della psicoterapia può essere una fuga dall’esistenziale. Diversi colleghi non hanno chiaro come interagiscono, come si distinguono e che logiche diverse richiedono il disagio esistenziale e quello psicologico. L’alternativa non è diventare tuttologi, come in passato fecero alcuni psicoterapeuti transpersonali.

La psicoterapia non è un percorso spirituale ma che piaccia o meno è profondamente esistenziale (in senso laico) ed oggi lo è molto più di prima.

Bisogna poi capire caso per caso, spesso il piano esistenziale non viene toccato più di tanto in certi percorsi psicoterapeutici ed ha assolutamente senso che non venga approfondito per non rischiare di inficiare il lavoro psicologico ed il ruolo psicoterapeutico. Ma che lo psicoterapeuta comunque sviluppi e incarni questo discernimento è fondamentale.

Suggerisco di leggere quello che già scriveva fine anni ’70 il buon I.D. Yalom nel suo Psicoterapia esistenziale.

Non devo approfondire il rischio opposto della fuga dal disagio psichico con lo spiritual bypass vero?

Tutto quello che dentro di noi viene rimosso non sparisce, ma cova regredendo e inflazionandosi dentro di noi, aumentando una inconscia ansia che ci prenderà prima o poi alle spalle. Carl Gustav Jung aveva suggerito che spesso la prima parte della psicoterapia è l’integrazione dell’Ombra. Questo vale tanto individualmente quanto collettivamente. Ma possiamo oggi permetterci arcaiche e collettive valvole di sfogo con capri espiatori (come ci avvertiva durante la seconda guerra mondiale Eric Neumann nel suo libro Psicologia del profondo e nuova etica, prima del più noto Girard) e guerre?

Chi pensa di poter rinunciare ad una sempre più stretta coevoluzione tra coscienza individuale e collettiva nel 2025 è fuori dal tempo. L’assunzione di responsabilità rispetto alla propria natura psicologica ed esistenziale non è solo una opportunità privata ma sempre più una necessità personale e collettiva. Scriveva Neumann nel 1948:

Su noi tutti incombe il lato d’Ombra dell’umanità, che ci offusca il cielo con le sue emanazioni mortifere e con le bombe atomiche. Ciò che è piccolo viene (quasi) sempre annientato da ciò che è grande, e tuttavia sopravvive sempre, e ogni volta è Davide ad avere la meglio su Golia. Ciò che è piccolo porta in sé il miracolo, perché è proprio l’individuo creativo a consentire all’umanità di seguire il proprio corso nella storia.

Siamo troppo sbilanciati verso l’esterno?

Immagine by Jon Tyson

Per raggiungere e mantenere una certa serenità e soddisfazione nella vita abbiamo bisogno che ci siano alcuni punti di riferimento nel nostro contesto materiale e sociale: sufficientemente validi, sicuri, buoni, costanti ed affidabili. Cito nuovamente la nota piramide di Maslow. Poche storie, mediamente il nostro essere bisognanti e desideranti ci rende di base contesto dipendenti (oltre che intrinsecamente frustrabili e quindi sulla difensiva). Siamo sistemi complessi interdipendenti su più fronti.

Lo sappiamo. Lasciando perdere idealizzazioni introspettiviste o spiritualiste, senza un contesto sufficientemente adeguato la vita biologica, psichica e culturale non si sviluppa, punto!

Ma ti invito a farti questa domande con me: in che contesto mi trovo io? E’ così degradato materialmente, socialmente e relazionalmente o sono sufficientemente fortunata/o?

Non è che la nostra storia evolutiva (contesto dipendente) ci predispone a rimanere eccessivamente proiettati in un atteggiamento estroverso, concentrato a manipolare il mondo esterno (materiale, sociale, relazionale, tecnologico, economico, ecc.) anche quando è già sufficientemente buono, mentre ci sono altri i piani cruciali e impattanti su cui crescere? Tipo quelli che hanno a che fare con come noi limitano e distorciamo (tramite il nostro modo di essere, di comportarci, i nostri punti di vista e credenze) inconsciamente il nostro fiorire, la nostra serenità?

Come si intuisce dalla domanda, dipende appunto da quanto è degradato materialmente, socialmente e relazionalmente il contesto in cui siamo cresciuti ed inseriti. Più è messa in crisi la sopravvivenza (anche psichica) più ha senso essere proiettati a soluzioni inizialmente all’esterne. Più il contesto è sufficientemente sicuro, civile, empatico, ecc. più la sfida è psichica.

Lo so, lo messa giù troppo semplice, ma se vuoi scendere più nel dettaglio scrivi nei commenti.

Una delle particolarità della nostra complessa specie è quella di avere una infanzia lunghissima, in cui dipendiamo in tutto per molti anni dagli adulti intorno a noi. Pregi e difetti, potenza e fragilità dell’essere Specie Homo Sapiens. Abbiamo bisogni di sicurezza, di beni e servizi materiali, di affettività, di relazionali costruttive, di stimoli culturali (pensiamo anche solo l’apprendimento del linguaggio), di libertà, ecc..

La mia impressione è che mediamente la nostra mente è molto proiettata al perseguimento di questa fascia di sicurezza, benessere e affettività principalmente all’esterno (non solo sul piano materiale ma anche relazionale), rimanendo poi bloccati in questa inflazione di estroversione, inconsapevoli del enorme ruolo del nostro mondo interno psicologico. Infatti, moltissimo della propria realizzazione e felicità dipende da come funzioniamo noi psichicamente in contesti non troppo degradati, nel senso della sopravvivenza.

Per esempio, proviamo a porci anche questa domanda: cos’è la felicità per me? Come la perseguo? Già con queste domande si apre un mondo tutto da vivere e coltivare, per nulla riducibile SOLO a fattori oggettivi esterni contestuali. Spero si capisca cosa intendo.

Non vi scrivo l’infinito elenco di comportamenti che mettiamo in atto verso l’esterno (legato ad oggetti, luoghi, piaceri sensoriali, intrattenimenti, sostanze, relazioni, ecc.) per evitare le paure, angosce, tristezze, noie, insicurezze, confusioni che ci abitano e che fuggiamo rendendoci ancora più rigidi, insicuri e dipendenti dall’esterno. Si, proprio dipendenti in senso stretto, vedi il sistema ricompensa per approfondire come la ricerca della felicità, se lasciata a se stessa, può diventare una trappola come le dipendenze.

Due esempi tra i tanti oggi? La diffusione incontrollata di acquisto senza competenza e consapevolezza di animali domestici oppure l’eccessiva attenzione al mondo dei ristoranti e del cibo. Ma si potrebbero fare tantissimi esempi in questa società dei consumi.

Due esempi più difficili da digerire ma ancora più importanti? Per esempio l’uso compensatorio del rapporto con i figli o l’eccessiva ricerca di status. Qui il gioco si fa duro ma molto più vero profondo: quindi sano, liberatorio, individuativo per ciascuno di noi e chi ci circonda.

Se non hai già smesso di leggere per noia o irritazione (poi mi elaboro le mie proiezioni) e trovi sensato quello che scrivo, finisco di descriverti la mia idea.

A mio parere, nei paesi sviluppati (esclusi i contesi più degradati), conta molto di più per la propria felicità e sana maturazione:

– come interpretiamo le situazioni (lo dicevano già gli stoici);

– che ricchezza di strategie cognitive, emotive, relazionali, abbiamo sviluppato negli anni;

– quanto e come sappiamo mettere in discussione i nostri punti di vista e credenze, senza essere eccessivamente insicuri o all’opposto rigidi;

– quanto e come riusciamo ad essere consapevoli, creativi, costruttivi anche quando le cose non vanno bene;

– quanto e come siamo consapevoli del nostro modo di funzionare emotivo, relazionale per non agirlo solo in modo automatico, inconscio (metacognizione, mentalizzazione);

– quanto e come integriamo le nostre parti rimosse (se non a volte scisse) permettendoci di aprirci e comprendere empaticamente (non solo cognitivamente) l’altro (teoria della mente);

– quanto e come riusciamo a discernere tra il disagio oggettivo contestuale/situazionale, quello nostro psichico e quello esistenziale.

Se tutti questi punti sembrano un po’ astrusi, complessi già sul piano concettuale, ma soprattutto non rimandano (almeno in parte) a concrete esperienze personali vissute, incarnate, allora FORSE sei troppo sbilanciata/o sull’esterno. O semplicemente troppo giovane. FORSE hai spostato il tuo locus of control eccessivamente all’esterno, credendo inconsciamente di essere molto più priva/o di risorse di quelle che hai.

Ripeto FORSE, perché ogni vita, ogni persona è una biografia unica da comprendere nella sua specificità. Il mio è un discorso inevitabilmente generale e sintetico.

Sicuramente il contesto consumistico e materialista in cui viviamo non aiuta. Non aiuta nemmeno il senso di incertezza e complessità dei tempi politici ed economici che viviamo. Ma la vita è la tua e se aspetti di chiedere il permesso al mondo, agli altri per darti tempo e modo di farti carico di te stessa/o… buona fortuna.

La vita già complessa e sfidante di per sé, diventa ancora più difficile, pesante, confusa se non siamo in grado di discernere sufficientemente tra fattori esterni ed interni.

Il rischio di proiettare i nostri complessi, schemi e credenze disfunzionali su situazioni già oggettivamente stressanti è una certezza. Così tutto diventa molto più insopportabile, apocalittico e riduciamo la capacità di contattare e sviluppare le nostre risorse vitali e creative.

Allora la strategia disfunzionale diviene quella di accelerare ancora di più, di spingere ancora di più, ma senza la bussola possiamo avere i motori della barca più potenti ma ci faranno solo girare più velocemente in tondo non allontanandoci dal porto.

Ha senso per te questo discorso? Se si, cosa stai facendo per coltivare una sana, realistica e costruttiva dialettica tra l’abitare il mondo esterno e l’abitare il tuo essere psichico?

Adolescence

Spunti per la collettiva riflessione suscitata dalla serie Adolescence su Netflix.

KATHARSIS E CINEMA

Finalmente si torna ad un cinema sensatamente lento per consentire allo spettarore di identificarsi e immergersi nel contesto emotivo e relazionale rappresentato. Il cinema è un’arte potente quando non è solo intrattenimento e business. La catarsi (katharsis) nata nella tradizione rituale e teatrale dell’antica grecia.

SENSO DI IMPOTENZA

Quando ci sentiamo impotenti davanti a situazioni molto complesse, piene di incertezza, imprevedibilità ed emotivamente pesanti cerchiamo spesso un capro espiatorio per avere un senso di controllo. Quindi, tutta colpa dei genitori?

Sicuramente sono gli adulti che possono assumersi le responsabilità, non di certo i minori. Ma ricordiamoci che la responsabilità non coincide sempre con colpa. I giovani sono fragili, ma con le giuste relazioni e stimoli, hanno maggiori probabilità di cambiare, di apprendere rispetto ad un quarantenne. Cerchiamo definizioni nette, precise, assolute per ridurre l’ambiguità ma la realtà è intrinsecamente complessa. Se vogliamo ipersemplificare possiamo dire che il diventare adulti è un processo di sviluppo al 50% epigenetico (contesto famigliare, sociale, gruppo dei pari, cultura, oltre che le esperienze specifiche di quella persona) e l’altra metà predisposizione genetica temperamentale e cognitiva innata. La regolazione emotiva, la capacità di tollerare la frustrazione, l’empatia, la mentalizzazione e la metacognizione sono tutte capacità che non possono svilupparsi fuori da un contesto affettivo e relazionale sufficientemente buono, affidabile e articolato, ma i figli non sono tabula rasa. Il ruolo dei genitori conta soprattutto i primi anni e gradualmente sempre meno addentrandosi nell’adolescenza. Inoltre, le predisposizioni (in parte genetiche) dei figli influenzano in modo considerevole il comportamento dei genitori nei loro confronti. Ne parlavo con Marco Del Giudice che mi suggeriva questi riferimenti scientifici per approfondire:

  • Plomin, R. (2019). L’impronta genetica. Come il DNA ci rende quelli che siamo. Cortina. Link
  • Briley, D. A., & Tucker‐Drob, E. M. (2017). Comparing the developmental genetics of cognition and personality over the life span. Journal of personality, 85(1), 51-64. Link
  • Plomin, R. (2011). Commentary: Why are children in the same family so different? Non-shared environment three decades later. International Journal of Epidemiology, 40(3), 582-592. Link
  • Ayoub, M., Briley, D. A., Grotzinger, A., Patterson, M. W., Engelhardt, L. E., Tackett, J. L., … & Tucker-Drob, E. M. (2019). Genetic and environmental associations between child personality and parenting. Social Psychological and Personality Science, 10(6), 711-721. Link
  • Kretschmer, T. (2023). Parenting is genetically influenced: What does that mean for research into child and adolescent social development?. Social Development, 32(1), 3-16. Link

IDEALIZZAZIONE DELLA FAMIGLIA

La capacità di comprendere, empatizzare e relazionarsi con gli altri (compresi i figli) è proporzionale alla capacità di conoscere se stessi e gestire le proprie emozioni, senza congelarle o esserne sommerso. Riconoscere che siamo portatori di schemi rigidi, inconsci, automatici di credenze, stili relazionali originati in buona parte nella nostra infanzia e giovinezza. Una catena di limiti, distorsioni e rigidità transgenerazionale che, se non eleborata, si trasmette senza interruzione alle nuove generazioni. In particolare, i figli suscitano nei genitori le proprie ferite infantili rimosse o dissociate, diventando lo schermo prediletto sui quali proiettare inconsciamente. Come la vita così la famiglia è un sistema complesso sull’orlo del caos dal quale possono emergere grandi storie di affetto e sana fioritura psicologica, quanto i maggiori traumi che condizionano lo sviluppo della persona per il resto della vita. Usciamo un pò dalla idealizzazione della famiglia e cerchiamo di capire a che gioco stiamo giocando. Per esempio, quali sono i principali contesti, nei paesi sviluppati, in cui matura il disagio psichico e l’eziopatogenesi delle psicopatologie? Semplice, basta aprire qualsiasi testo scientifico a riguardo, la famiglia.

LA SFIDA OGGI È PSICHICA

Questo ci porta a comprendere che essere genitorie e diventare adulto per le nuove generazioni, oltre ad una sfida sociale ed economica, è prima di tutto una sfida individuativa, identitaria e relazionale. In altre parole psichica. Come affrontiamo le sfide della vita, come ci relazionamo con gli altri, le credenze politiche, filosofiche, spirituali, come viviamo la vita di coppia, la genitorialità, il lavoro e la cittadinanza sono profondamente influenzati dalla nostra personalità, dalla fioritura o blocco di parti del nostro sviluppo psicologico e dalle nostre predispozioni individuali e di specie. Per esempio, ci sono studi scientifici che mostrano come lo stile di attaccamento dei genitori influenzerà la vita di coppia dei figli (anche se, come in altri casi, i contributi della genetica aumentano durante la crescita).

  • Mikulincer, M., & Shaver, P. R. (2016). Attachment in adulthood: Structure, dynamics, and change (2nd ed.) Guilford Publications. Link
  • Haydon, K. C., Collins, W. A., Salvatore, J. E., Simpson, J. A., & Roisman, G. I. (2012). Shared and distinctive origins and correlates of adult attachment representations: The developmental organization of romantic functioning. Child Development, 83(5), 1689-1702. Link
  • Barbaro, N., Boutwell, B. B., Barnes, J. C., & Shackelford, T. K. (2017). Rethinking the transmission gap: What behavioral genetics and evolutionary psychology mean for attachment theory: A comment on Verhage et al. (2016). Psychological Bulletin, 143(1), 107–113. Link
  • Fraley, R. C., & Roisman, G. I. (2019). The development of adult attachment styles: four lessons. Current opinion in psychology, 25, 26-30. Link

Ovviamente ci sono anche fattori culturali e sociali. Per esempio, mettere su famiglia in India non è uguale a farlo in Svezia, ma a parità di fattori culturali, sociali ed economici il resto del gioco è psichico. In particolare, nei paesi sviluppati (in cui la ricchezza è più diffusa, insieme alla libertà sociale e culturale), diventa più rilevante il fattore psichico individuale e collettivo.

Se vivo in un contesto in cui le sfide principali sono la soppravvivenza, la struttura sociale è fortemente gerarchica, le vite sono brevi tra pestilenze e guerre, i matrimoni sono combinati, ecc. il fattore psicologico individuale sfuma sullo sfondo di identità collettive e arcaiche.

Non è un caso che la psicoterapia sia nata a fine ‘800 in Europa dopo 500 anni di modernità.

MODELLO DI ADULTO

Non mi sembra sensato alimentare una polemica degli schieramenti (che tanto attira una parte della popolazione) che riduce tutto a: i giovani sono fragili oppure a i genitori sono inadeguati. Se l’ipotesi che siamo inseriti all’interno di una svolta collettiva in cui il modello di adulto sta faticosamente evolvendo verso una integrazione di competenze metacognitive e relazionali prima secondarie, siamo tutti sulla stessa barca. I giovani con i loro malesseri indicano la rotta e gli adulti navigano a vista.

La caratterizzazione dei due adulti maschi principali della serie è interessante. Il poliziotto ed il papà del protagonista incarcerato sembrano una variante di boomer più muscolosa, che con fatica cerca di incarnare una genitorialità meno autoritaria a quella da loro subita da figli e più autorevole. Ma in cosa noi adulti dobbiamo essere più autorevoli? Nel accompagnare i giovani nell’impresa della realizzazione sociale e materiale? Certo, ma non basta più. C’è fame di come gestire le relazioni, le emozioni e di individuazione. Riusciamo ad incarnare una maggiore consapevolezza emotiva, relazionale, metacognitiva o siamo solo boomer 2.0 che al massimo fanno teoria ma non incarnano, non lavorano su di sé, non danno l’esempio? Che modello incarniamo rispetto al disagio esistenziale?

Troppe sfide per il genitore medio occidentale? Bene e i figli non potranno fare a meno di sembrare più sofferenti psicologicamente, non si scapa.

TENDENZE REAZIONARIE

Una digressione finale per aiutare a capire che il nostro essere sistemi psichici non è un problema solo privato individuale ma impatta sulla comunità. Sono evidenti i segnali collettivi che una buona fetta delle società Occidentali stia facendo forte resistenza ad un salto evolutivo culturale, psicologico e spiritualmente. Sono per me evidenti. La crescita di populismi, nazionalismi, integralismi, protezionismi e polarizzazioni sono alcuni dei segnali di una regressione reazionaria per una grande fetta della popolazione incapace di essere all’altezza delle sfide di oggi. Le difficoltà dei giovani e dei genitori sono solo uno dei segnali di una fase di decadenza più ampia se non cresce il numero di persone che si metto in gioco, trasformando i problemi in opportunità di crescita psicologica, culturale e spirituale.

L’AMOR CHE MOVE IL SOLE E L’ALTRE STELLE

https://www.raiplay.it/video/2025/03/Il-Sogno-934482dc-d556-4191-a973-634d1756a1cc.html?wt_mc=2.www.cpy.raiplay_vid_IlSogno.

Un sentito grazie all’impegno di Roberto Benigni nel cercare di risvegliare in noi la capacità di tornare a pensare in grande: IL SOGNO.

– L’orgoglio, la gioia ed il miracolo di sentirci fratelli e sorelle europei, dopo migliaia di anni a farci la guerra.
– La differenza tra patriotismo e nazionalismo.
– Uno spirito pacifico che non sia pacifinto e fuori dalla realtà attuale.
– Il non confondere i problemi dell’Unione Europea, da migliorare, con il mal riposto tentativo di disgregarla e non concludere il processo federale.
– Ricordare e lasciarci ispirare dai piccoli e grandi eroi che hanno tenuta viva la speranza per un mondo più libero, giusto e solidale.
– Il miracolo della democrazia, della società di diritto, della libertà e di molti principi fragili ma preziosi da coltivare e proteggere ogni giorno.

Spero sarà presto sottotitolato anche in altre lingue.
La conosciamo tutti l’inerzia costante alla dissoluzione, alla frammentazione, alla dissipazione, all’entropia, che porta all’impotenza, alla delusa sfiducia. La vita è aggregazione, coordinazione, incontro, sistema, “L’amor che move il sole e l’altre stelle” disse il Poeta. Un’auto-organizzazione per surfare l’entropia e continuare a fiorire.
In cuor nostro sappiamo cosa sia il bene, anche se il nostro cuore, in misura diversa, è ferito e congelato; fa parte del percorso se non ci arrendiamo. La via più facile e breve è quella che ci porta in dietro alla lunga, ci irrigidisce, ci fa regredire, ci rende opportunisti, insensibili e a volte stolti. La banalità del male è una sfida per ciascuno di noi.

Da vedere con i figli ed i nipoti, in modo che siano pronti per essere coraggiosi e giusti.

Le nuove generazioni sono più fragili?

Negli ultimi anni sono uscite diverse ricerche sulla crescente domanda di psicoterapia, nei paesi occidentali. In particolare, da parte delle nuove generazioni sino ai giovani adulti (20-28 anni). Un testo interessante a riguardo, con anche delle proposte pragmatiche a livello di sistema sanitario, è: Il potere della psicoterapia psicologia (di R. Layard e D.M. Clark).

Per quanto riguarda le statistiche in Italia possiamo avere alcuni riferimenti per approfondire nell’articolo “Salute mentale in Italia: una crisi invisibile” della rivista online State of Mind.

Da qualche anno mi è capitato di riflettere su questi temi con diverse persone e colleghi. Il mio campione non è di certo rappresentativo di tutte le visioni ma, per quello che ho notato sino ad ora, possiamo così raggruppare le prospettive più diffuse:

  1. i giovani di oggi sono fragili;
  2. c’è una cultura del vittimismo;
  3. i genitori sono troppo infantili;
  4. troppa psicoterapia patologizza eccessivamente;
  5. difficile diventare adulti in un mondo così complesso e incerto;
  6. i social network stanno rovinando i giovani.

Probabilmente non ho considerato altri punti di vista. Se vuoi aggiungerli nei commenti ti ringrazio.

Di primo acchito intravedo, in proporzioni diverse, una quota di verità in ciascuno di questi argomenti ma da disambiguare. Quello che propongo è una chiave di lettura ampia che cerca di intercettare la coevolzuione tra le dinamiche collettive della società e le psicologie individuali che la compongono. Uno scenario interpretativo che necessita di approfondire ricerche sociologiche e statistiche.

Prima di vedere punto per punto, è però importante chiarire che il mio discorso è assolutamente generale, complessivo, sui grandi numeri. Gran parte delle riflessioni psicologiche devono poi nel concreto calarsi nella specificità di ciascun individuo. Non è un caso che parte del processo psicoterapeutico sia permettere al paziente di scoprire e coltivare la propria unicità e specificità. Quindi non è per nulla detto che quello che ipotizzerò in senso generale possa valere per uno specifico adolescente o giovane adulto che tu conosci.

1. I giovani di oggi sono fragili

La mia impressione è che:

dalla generazione x in poi, sia gradualmente cresciuta la domanda di individuazione dei giovani. La domanda “chi sono veramente e cosa voglio” non è più considerata il lusso di una minoranza, ma una necessità psicologica ed esistenziale sempre più diffusa per dare senso al proprio progetto di vita.

Le sfide di realizzazione economica, sociale ed affettiva rimangono le principali, ma le si affronta con una maggiore attenzione alla propria specificità di valori, sensibilità, talenti, vocazioni, meno secondo criteri collettivi di puro adattamento. Appunto c’è una maggiore necessità di individuarsi non basta funzionare, non basta adattarsi. Se quello che scrivo, per quanto incompleto e generale, è una ipotesi sufficientemente sensata:

l’apparente fragilità di molti giovani è in realtà una richiesta di verità psicologica e di senso esistenziale maggiore, che l’attuale società e comunità adulta media non sa riconoscere e accogliere adeguatamente.

Quindi spesso noi adulti proiettiamo un senso di impotenza sui più giovani perché ci fanno da specchio rispetto alle nostre parti rimosse, negate, non coltivate che proiettiamo su di loro come fragilità, immaturità, mancanza di realismo.

Ma quello che chiedono i giovani non è solo un realismo economico e sociale ma un realismo psichico ed esistenziale, che se non sapremo raccogliere e sviluppare potrà prendere in certi frangenti una forma distruttiva.

2. C’è una cultura del vittimismo

La sensazione è che sia in atto tra i giovani una specie di biforcazione (come si usa dire nei sistemi complessi), nella quale chi riesce a cavalcare la complessità dei tempi fiorisce con una ricchezza di capacità nettamente superiori alle generazioni passate. Chi invece rimane schiacciato dalla incertezza e complessità cade in uno stato di alienazione e spaesamento maggiore che in passato, quando la società (nel suo essere maggiormente normativa, collettivizzante, gerarchica, con più chiari confini e distinzioni) era quanto meno più contenitiva dal punto di vista esistenziale e identitario.

Maggiore libertà e possibilità concerne anche una maggiore angoscia e responsabilità nel progettare se stessi, rispetto ad un passato in cui il limite e la coercizione ci permetteva di avere un nemico esterno chiaro su cui proiettare tutta la nostra rabbia e desiderio.

La tentazione di rimanere eterni adolescenti non è iniziata adesso ma già con la generazione x. Questo è uno dei motivi per cui è ancora così difficile integrare autorità con autorevolezza nell’essere genitori. Un tempo bastava l’autorità, ma non ha senso tornare indietro.

3. I genitori sono troppo infantili

Divenire adulti oggi è molto più complesso. Il modello stesso di adulto come colui che sa vivere all’interno delle regole comuni, lavorare, farsi una famiglia, leggere e scrivere non basta più. Servono delle competenze anche di introspezione, emotive e relazionali che un tempo potevano essere più blande. La maggiore capacità di metacognizione che richiedono le nuove generazioni è spesso mancante nei genitori che sono cresciuti in una terra di mezzo culturale tra il mondo dei baby-boomer, tutto proiettato all’esterno (all’adattamento materiale e sociale), e la sfida collettiva psicologica dei nati dopo il 2000. Suggerisco il libro di Matteo Lancini dall’esplicativo titolo: “Abbiamo bisogno di genitori autorevoli“.

Essendosi ridotto il confine chiaro tra adulto e giovane (un tempo segnato da un principio culturale di gerarchia e autorità), nel tentativo di essere autorevoli i genitori delle ultime generazioni sono ingaggiati nella loro totalità psichica, scoprendosi più facilmente non risolti nelle loro nevrosi infantili che proiettano sui figli.

La sfida di essere adulto, genitore, professionista, cittadino psicologicamente maturo e consapevole non è non più aggirabile per i nati dopo il 2000 ma una necessità anche per i loro genitori.

4. Troppa psicoterapia patologizza eccessivamente

Per le nuove generazioni, il crescere ed essere all’altezza del complesso mondo attuale, necessita di una maggiore integrazione del processo di adattamento e individuazione. Il saper stare al mondo tanto quanto il sapere chi si è e cosa si vuole. Per questo non possiamo pensare che integrare un lavoro su di sé psicologico nel percorso di crescita e vita sia sbagliato. Anzi, a mio avviso, è parte proprio del nuovo modello di adulto con maggior competenze metacognitive.

Ma visto che sono cambiamenti culturali lenti, la percentuale di genitori e istituzioni educative capaci di farsi carico di questa maturazione psicologica e relazionale è ancora insufficiente. Per questo si rende necessario in questi anni una crescente domanda di psicoterapia.

Uno dei rischi è che la crescita psicologica diventi medicalizzata. Un riparare invece che un fiorire. Dovrebbe a tendere invece essere parte del percorso di crescita, come imparare a leggere e scrivere. Un’altro rischio è che se la/o psicoterapeuta non ha sufficiente esperienza, la capacità di discernimento tra il disagio psicopatologico ed il disagio esistenziale può essere mancante, creando una visione tecnicista fuorviante. Il rischio di medicalizzare, può portare alla tentazione di nascondersi dietro una etichetta diagnostica per non maturare.

Quindi la sfida consiste nel cambiare culturalmente il modello di adulto, renderlo nei decenni patrimonio della comunità media degli adulti, dei genitori, del modello di scuola e nel mentre sperare di incontrare la/o psicoterapeuta giusto che sopperisca al lento sviluppo collettivo.

5. Difficile diventare adulti in un mondo così complesso e incerto

Nei paesi sviluppati le nuove generazioni mediamente hanno una quantità di opportunità e comodità inimmaginabili rispetto a cinquant’anni fa, ma la probabilità di migliorare il proprio stile di vita rispetto alle generazioni precedenti si è eroso. Questo produce uno stallo, una mancanza di fiducia nel futuro, un rimandare, una incertezza cronica. Allo stesso tempo la competizione è aumentata. L’inflazione del potere della laurea, la competizione globale e quindi l’asticella si è alzata. Essere laureato negli anni ’70 non è come essere laureato nel 2025. Siamo in un ciclo economico e geopolitico di fragilità dell’egemonia occidentale, dopo il boom del dopo guerra.

Se sommiamo le sfide psicologiche, culturali, esistenziali, economiche, geopolitiche, di accelerazione tecnologica, ecologiche è comprensibile che i giovani siano spaventati.

Dovremo tornare ad essere coraggiosi, ma serve una visione, un ideale, dei valori in cui credere senza ricadere negli errori passati dell’integralismo e delle ideologie.

Questo è lo stallo esistenziale post-moderno in cui ci troviamo da decenni e la soluzione non è smettere di non raccogliere la radicale domanda di senso che soggiace dentro noi umani, illudendoci che il benessere materiale e la libertà sociale ne riduca l’urgenza.

Serve qualcosa in cui credere per resistere ai periodi più duri, oltre ad una rete sociale e leadership diffusa più evoluta. Non la tentazione salvifica del leader ma la giusta cultura di leadership come scrive giustamente Alessandro Cravera nel suo libro “Essere leader in un mondo complesso“.

6. I social network stanno rovinando i giovani

Questo è forse il punto più facile da constatare e sul quale essere d’accordo. La coevoluzione con i nostri artefatti cognitivi ci fanno da specchio sul nostro livello di consapevolezza psicologica ed etica individuale e collettiva. Meno siamo resilienti, consapevoli e magari viviamo in un contesto degradato culturalmente e relazionalmente più i social network e in generale internet saranno un’occasione di alienazione e un fuorviante condizionamento. Suggerisco tra i tanti testi di approfondimento suggerisco il recente: “Generazione ansiosa” di J. Haidt.


Etichettarli solo come fragili è una fuga da se stessi, come genitori, parenti, adulti, insegnati, cittadini, ecc.. Una difesa miope cha a volte risuona come certo qualunquismo narcisista anni ’80. I nostri figli, nipoti, studenti non vengono fuori dal nulla.

Cosa possiamo fare per le nuove generazioni? Che opportunità di conoscere meglio noi stessi e il mondo ci offrono proprio con le loro fragilità?