Intervista per Il foglio Psichiatrico con Raffaele Avico

Grazie a Raffaele Avico ho avuto la possibilità di parlare del mio piccolo progetto culturale su YouTube: Being Sapiens. È stata anche un pò l’occasione di parlare di alcune mie esperienze e punti di vista, culturali, scientifici e nell’ambito della psicoterapia. Sono emersi tanti spunti da approdondire, non solo per colleghi psicoterapeuti ma per chi è interessato alla natura e comportamento umano in generale.
Qui il post su Il Foglio psichiatrico.

Edgar Morin su Isaac Asimov per donarci saggezza

“Rileggiamo Fondazione di Isaac Asimov, magnifica opera di fantascienza. I saggi di un formidabile impero intergalattico in decomposizione creano sul Pianeta Terminus una Fondazione per salvaguardare enciclopedicamente tutte le conquiste scientifche e tecniche della loro civiltà, al fine di sfuggire al declino e alla morte. Tuttavia, il declino prosegue, ma, nel momento in cui pare irrimediabile, i superstiti vengono a conoscenza di un messaggio ologrammatico del defunto creatore della Fondazione. Esso rivela che questa era un pretesto per dissimulare la creazione di un’altra Fondazione, destinata a sviluppare unicamente i poteri spirituali, i soli validi, i soli benefici, i soli capaci di tavorire un buon vivere. Questa Fondazione vivrà.
Le due fondazioni di Asimov esprimono le due avventure disgiunte della mente umana. L’una cerca all’esterno di svelare, e perfino di possedere, i segreti del mondo fisico, della vita, della societa. e ha sviluppato una scienza capace di conoscere tutto, ma incapace di conoscersi e che oggi produce non solo elucidazioni benefiche, ma accecamenti malefici e poteri terrificanti. L’altra avventura cerca, all’interno di sé, di conoscersi, di meditare su ciò che sappiamo e su ciò che non sappiamo, di nutrirsi di poesia vitale, di sentire il commovente, il bello, il mirabile. La prima è l’avventura conquistatrice della trinità scienza/tecnica/economia. La seconda è l’avventura della filosofia, della poesia, della comprensione, della compassione.”

(Edgar Morin, Conoscenza ignoranza, mistero, 2018, Raffaello Cortina Editore, pag. 128-129)

Natura e contemplazione

La bellezza della natura può conciliare stati di contemplazione.
Se ci si lascia sprofondare dalla carezza di questi stimoli sensoriali, a volte possiamo scoprire che in realtà non sono loro a placarci, ma che la pace era già lì, celata dentro di noi.
Non c’è stimolo sensoriale o piacere che può donarci la pace che è già in noi.
Certo, può facilitare ma può anche illudere che la pace sia lì fuori.
Quando l’io bisognante è desiderante si placa emerge l’intuizione impersonale di essere già a casa.

Conflitti tra psicoterapeuti

Colgo l’occasione della dibattuta risposta di Vittorio Lingiardi alle critiche sulla psicoanalisi come vetusta per fare un ragionamento più generale.

Lingiardi ha ben risposto che le psicoterapie psicodinamiche hanno fatto enormi passi avanti negli ultimi 30 anni e molti ambiti di ricerca, filoni applicativi non sono solo transdisciplinari e scientificamente aggiornati ma rappresentano concrete avanguardie in questo campo.

Psicoterapeuti seri, che mettono al centro il paziente, anche se vengono da approcci diversi, dialogano ed integrano da tempo. Il difficile è mantenere il giusto equilibrio e dialettica tra conoscenza in terza persona (evidence based scientifica) e l’esperienza clinica fenomenologica in prima persona. Tra la teoria, la tecnica e l’embodiment, il continuo lavoro su di sé e in relazione.
Il tutto con un razionale minimo condiviso eziopatogenetico e di processi terapeutici su cui ragionare insieme.
Gruppi di intervisione con psicoterapeuti di diversa formazione non sono così rari. Si veda per esempio il SPR-Italia per quanto riguarda la ricerca.

Quindi rilassiamoci.
La strada è ancora lunga.
Lo sviluppo delle psicoterapie e della conoscenza del complessissimo e affascinante sistema corpo-mente-relazione-soggettività è ancora molto lunga.

Conflitti inutili sono dovuti principalmente a:
– dinamiche di potere;
– forme di integralismo identitario, ideologico (spesso frutto di disagio esistenziale non affrontato);
– narcisismo e superiorità di varie fogge (bastasse una psicoterapia personale fatta bene… da lì si inizia non si finisce).

Una certa dose di rumore, di entropia fa parte del gioco.

Relazione terapeutica per Carl Gustav Jung

“Nel corso di una psicoterapia, il fatto stesso che il paziente abbia delle emozioni influisce sul medico, anche se questi è completamente distaccato dai contenuti emotivi del paziente. E se il medico pensa di poterne restare immune, compie un grosso errore. Non può far altro che prendere consapevolezza del fatto di esserne influenzato, altrimenti diventa troppo distante e fa interventi inappropriati. Inoltre è suo dovere accettare le emozioni del paziente e rispecchiarle. È per questo motivo che mi rifiuto di far sdraiare il paziente sul lettino e di sedermi dietro di lui. Io lo faccio sedere davanti a me e gli parlo in modo naturale, così come un essere umano parla a un altro essere umano, mi espongo completamente e reagisco senza alcuna renitenza.”

L’analista risponde a una «traslazione» con una «controtraslazione» quando la traslazione proietta un contenuto che è inconscio al medico stesso, ma tuttavia presente in lui. La controtraslazione è quindi opportuna e significativa o d’ostacolo, come la traslazione del paziente, nella misura in cui mira a stabilire quel rapporto migliore che è indispensabile ai fini della realizzazione di determinati contenuti inconsci.”

“Il contagio attraverso uno stato reciproco di incoscienza si verifica di norma quando l’analista ha una carenza nell’adattamento analoga a quella del paziente; in altri termini, quando è nevrotico. Proprio perché è nevrotico […] l’analista ha una ferita aperta, e in lui vi è da qualche parte un varco che sfugge al suo controllo, e se il paziente vi penetrerà, l’analista sarà contagiato. Perciò è un presupposto essenziale che egli conosca se stesso il più possibile.”

Invecchiare come surfare

Il periodo della fase anziana può essere interpretato come una un’onda da surfare.
C’è chi la perde perché purtroppo muore prima. C’è chi le nuota contro, venendone travolto, vivendo come se avesse sempre quarant’anni. Il mio è un discorso di massima, generico che mediamente vale per i più. Poi ogni vita ha una unicità essenziale da riconoscere e provare a realizzare.

C’è poi una terza categoria di persone che accetta (non confonderlo con arrendersi) questa fase della vita e ne gode, coltiva i lati peculiari, per quello che riesce e gli è concesso.

Questi provano a surfare l’onda, con più o meno abilità, sperando di avere la grazia di fare un bel tunnel nell’onda.
Non si tratta di essere passivi ma di affrontare la mortalità e l’erosione di forze, salute e capacità cognitive come la grande occasione di ridimensionare, di relativizzare la posizione ego-centrata che ordinariamente abbiamo avuto per gran parte della vita. Ovviamente meglio iniziare gradualmente e progressivamente dalla crisi di mezza età non a settant’anni. Ma ciascuno fa quello che riesce.

Intuire, senza l’ingenuità di avere la spiegazione ultima, che siamo parte di qualcosa di più grande. Non serve una chiave di lettura religiosa, basta una più laica posizione esistenziale (si veda a proposito l’ultimo libro di Romano Màdera: Spiritualità laica).

Una integrazione della prospettiva interiore, intro-versa. Non è un invito di fuga dal mondo o a smettere di goderne i momenti piacevoli (vissuti in realtà come ancora più preziosi) o non essere attivi e impegnati. Ma il suggerimento di osservare i nostri tanti attaccamenti e l’implicita illusione estro-versa che dipenda tutto dal quel “fuori” fatto di oggetti, situazioni, contenuti, relazioni, status, piaceri, protezioni, ecc. inconsapevoli del ruolo dello sguardo che interpreta e comprende il mondo.

Per questo diviene così importante un atteggiamento aperto e contemplativo che vada a ritroso della nostra intenzione, del nostro sguardo implicitamente bisognante e desiderante. Senza tenerlo scontato, alla sorgente del Mistero dell’esserci e dell’essere consapevole impersonale.

In un koan zen, di cui non ricordo la fonte, si chiede:
CHI sta meditando?

Buona surfata per chi ha avuto la possibilità di essere anziano e buona preparazione all’ultima grande onda a chi ha superato i quarant’anni.

Sviluppare una coscienza sul nostro destino di specie

Mi rivolgo in particolare ai nati dopo il 2000, provando a fare la mia piccola parte nel suscitare la capacità di mettersi in gioco e innescare l’entusiasmo per sfide senza precedenti.

Negli ultimi anni sta tornando a salire, non senza fondamenti, una certa angoscia collettiva per il destino dell’umanità. La si può interpretare pessimisticamente in modo passivo o, in modo più costruttivo, come una spinta evolutiva. Il nostro ruolo inizia da subito, se ci diamo la possibilità di osservare e non tenere scontata l’immediata reazione che sorge in noi, nel indagare certi accadimenti.

Magari un senso di impotenza che scivola nel lamento o nella fuga in qualcosa di più rassicurante o nella miopia della propria impellente quotidianità che tutto avvinghia. Sin da principio siamo ingaggiati con il nostro modo d’essere, i nostri schemi e interpretazioni, il più delle volte stereotipate, automatiche e in parte inconsce. Questo è un primo passo per non essere passivi, quanto meno rispetto a noi stessi.

Spesso questo sentire diffuso finisce per riflettersi nell’immaginario che ispira film, serie televisive e romanzi. Per esempio, dagli anni ’80 si è avviata una crescente rielaborazione della metafora dello zombie. Inizialmente veniva rappresentata l’inquietudine verso la massa incosciente e manipolabile delle società consumistiche, caratterizzate da una atavica ingordigia, famelica avidità, senza limiti, distruttiva, cannibale. Lo zombie era anche espressione di una rimozione culturale della mortalità, tipica della postmodernità. Originariamente lo scenario di lotta con gli zombie era non a caso un centro commerciale, come nel film “L’alba dei morti viventi” del 2004 diretto da Zack Snyder, remake del classico film “Zombi” di George Romero del 1978.

Dopo il 2000 la metafora dello zombie si è spostata dal consumismo verso il rischio che l’ignavia etica, psichica e politica possa essere causa di futuri globali apocalittici come negli scenari del film “28 giorni dopo” di Danny Boyle o della nota serie “The walking dead” ideata da Frank Darabont.

Più di recente crescono le preoccupazioni sulla capacità collettiva di mantenere e far evolvere i sistemi democratici. Nel 2024 è uscito “Civil War” di Alex Garland, che immagina un futuro prossimo con una seconda guerra civile americana. Lascio a te valutare lo stato di salute delle democrazie occidentali.

Nel 2023 il film “Oppenheimer” di Christopher Nolan, cerca di sensibilizzare eticamente e politicamente la collettività, narrando la storia di uno dei protagonisti nell’invenzione della prima bomba atomica.

Alla recente Biennale di Venezia sono stati positivi i commenti su “A House of Dynamite” di Kathryn Bigelow. Film sul rischio di uno scenario nucleare che spezza l’illusione di aver superato per sempre, dopo il crollo del muro di Berlino, il rischio di autodistruzione della nostra specie. Metto qui di seguito il suggestivo trailer, cadenzato da uno dei sempre evocativi speech di Carl Sagan.

Credo che sarà destinata negli anni a crescere la sensazione di avvicinarci sempre più ad un bivio, ad una biforcazione (come si dice nello studio dei sistemi complessi).

In copertina ho accostato due classici cinematografici estremi di bivio futuro: il post-apocalittico Mad Max da un lato e l’ideale Star Trek dall’altro. Si lo so, non sono proprio contenuti avvezzi ai nati dopo il 2000, sono della generazione x. Non sto nemmeno dicendo che il bivio sarà sicuramente così estremo, ma volevo sottolineare la capacità di conciliare il rischio con l’opportunità che corrono paralleli, richiedendo continuo processo di ascolto, discernimento e scelta.

Non amo drammatizzare o essere pessimista ma valutare i rischi potenziali concreti. Ho fiducia nelle nostre capacità di saggezza e compassione umane. Nel mio piccolo cerco di alimentare l’entusiasmo del sentirsi parte di uno sviluppo, di una evoluzione di specie, ben più grande delle nostre sole singole vite o comunità nazionali. A questo sto dedicando da tempo la scrittura di un libro, che spero di pubblicare l’anno prossimo.

Un passaggio fondamentale è comprendere che il cambiamento nasce, non solo da sagge azioni politiche e innovazioni tecnologiche, ma anche dallo sviluppo psichico, esistenziale ed etico di tanti singoli nella loro interiorità (in una sinergia tra individuale e collettivo, psicologico e sociale). È la società che plasma il cittadino o la somma delle caratteristiche individuali dei suoi membri che ne fa emergere le caratteristiche particolari di comunità? Questo è un dualismo fuorviante da superare, oltre gli abituali riduzionismi e specialismi.

Siamo parte di qualcosa di più grande, un Misterioso processo chiamato vita dell’universo (non “nel”), di cui noi Homo Sapiens non siamo che una delle possibili espressioni e forme. Ora noi umani ci troviamo all’interno di un passaggio senza precedenti per la nostra specie, forse uno dei possibili grandi filtri.

Scottati dai fallimenti delle religioni e delle ideologie politiche, la postmodernità porta con sé una desensibilizzazione a questo piano esistenziale più ampio, che dobbiamo risvegliare e rinnovare perché è il carburante che alimenta i cambiamenti culturali che si fanno poi politici.

Il presente richiede, al meno dal dopo guerra, una coscienza ed etica di specie e planetaria. Ma da almeno due decenni sono evidenti i segnali di impotenza e mancanza di modelli da parte di grosse fette della popolazione nei paesi sviluppati, che si rifugiano in movimenti regressivi, più o meno integralisti, etnici, ideologici, tribal-nazionalisti, di stampo reazionario. Spero di sbagliare, ma credo sia solo l’inizio. Tribalismo e capro espiatorio sono meccanismi atavici di collettività insicure, confuse e insoddisfatte.

Allora guardiamo in faccia i rischi senza negare che esistano o che possano peggiorare (combinandosi tra loro), ma nemmeno dando per certo che non sapremo trovare soluzioni ed essere all’altezza dell’evoluzione interiore e collettiva che ci è richiesta:

  • surriscaldamento globale;
  • varie forme di inquinamento;
  • l’erosione delle risorse e dell’ecosistema senza precedenti;
  • sovrappopolazione (è dal 1972 che siamo consapevoli dei Limiti dello sviluppo);
  • insufficiente investimento nella scuola ed educazione nei pesi sviluppati;
  • arretratezza psicologica, esistenziale e culturale (analfabetismo funzionale) rispetto alla complessità crescente;
  • mal gestione di equilibrio ed equità nella scala sociale ed economica;
  • crisi delle democrazie e movimenti reazionari;
  • debito degli stati nazionali e la coperta corta della produttività a lungo termine;
  • intere culture gettate nella contemporaneità ipertecnologica e postmoderna, senza aver maturato collettivamente una loro consapevolezza almeno moderna;
  • biotecnologie sempre più potenti (per esempio, l’eugenetica è di fatto tecnicamente possibile);
  • intelligenza artificiale, robotica e nanotecnologie in accelerazione (con scenari cyber a tendere);
  • armi di distruzione di massa.

La tecnologia non è il male, è una straordinaria e inevitabile componente della nostra evoluzione (o per meglio dire co-evoluzione). Il driver storico di ogni cambiamento materiale, sociale nella co-evoluzione cognitiva e culturale. Noi siamo una specie nativamente tecnologica, è un processo spontaneo dei sistemi viventi, superato un certo livello di capacità cognitive e coscienti.

Il vero problema è la sproporzione tra la lentezza, la fatica (individuale e collettiva) di sviluppo etico, psicologico, esistenziale e culturale (che si fa poi sociale e politico), in proporzione alla velocità di accelerazione della potenza tecnologica, spinta dal vantaggio competitivo che momentaneamente crea.

Urge consapevolezza di specie insieme a quella individuale, culturale e sociale

Siamo mediamente ancora troppo inconsapevoli, non solo dei nostri condizionamenti psicologici individuali e culturali, ma anche delle nostre tendenze di specie, che a tratti rivelano un sistema motivazionale e cognitivo poco superiore ad un cacciatore raccoglitore con il linguaggio scritto, lo smart-phone e la bomba atomica.

Scrive Edgar Morin nel 2021, (Svegliamoci!, 2022, Mimesis Edizioni):

Tutta la filosofia transumanista maschera il vero problema dell’umanità, che non consiste nell’aumento quantitativo dei suoi poteri ma nel miglioramento qualitativo delle condizioni di vita e delle relazioni fra gli uomini. La vera sfida non è cambiare la natura umana ma inibirne il peggio e favorirne il meglio. Il transumanesimo elude la necessità primaria di rigenerare l’umanesimo. pag. 20

Civilizzare la Terra, trasformare la specie umana in umanità, diviene l’obiettivo fondamentale e globale di qualunque politica che aspiri non solo al progresso ma alla sopravvivenza dell’umanità. […] Tutto ciò che si gioca nell’ambito dell’economia, della politica, dell’azione, della società si gioca fondamentalmente e preliminarmente nella mente umana1. La mente umana ha ipersviluppato i suoi poteri sul mondo fisico e su quello vivente, ma li ha sottosviluppati su tutto ciò che è umano. Crediamo di possedere la ricetta dello sviluppo quando invece siamo posseduti da un mito tecno-economico. Inseguiamo un sogno di dominio mentre, come diceva Michel Serres, ora si tratta di dominare il dominio. […] La potenza senza coscienza fa di noi degli impotenti. La potenza senza coscienza è solo la rovina dell’anima. pag. 30

Spesso profondi cambiamenti positivi avvengono dopo che la collettività (mediamente predisposta a sceglier le vie più facili e istintive) ha reiterato per troppo tempo certi errori e si toccato il fondo. La paura oggi è che le potenze in gioco producano una caduta così profonda da non riuscire a risalire. Più potenza porta con sé più rischio, così come più opportunità, dobbiamo farci l’abitudine.

Serve una rivoluzione metacognitiva, nella quale agli auspicabili cambiamenti sociali e politici top-down vengano alimentati dal parallelo sviluppo bottom-up di consapevolezza e nuova etica.

Abbiamo competenze, conoscenze e prassi senza precedenti, in parte riprendendo il concetto di tecnologie del Sé, come le aveva definite Michel Foucault. Non siamo impotenti, non siamo inadeguati, ci manca consapevolezza su come funzioniamo.

Serve saperlo, fare esperienza diretta, serve una visione e cominciare e integrare un rinnovato modello di adulto e cittadinanza più capace e consapevole. Facciamo troppa teoria (spesso solo in terza persona), senza incarnare, almeno in parte, quello a cui tendiamo.

Scriveva Eric Neumann nel 1949 (Psicologia del profondo e nuova etica, 2005, Moretti e Vitali Editori):

Dove si può collocare, in una panoramica mondiale di questo tipo, la ridicola questione morale e l’ancor più ridicola risposta: “Tutto dipende dall’individuo”? [..] Una coscienza storica che tenga conto dell’evoluzione dell’umanità non può non riconoscere che il più alto compito della specie umana è sempre stato quello di creare un nuovo individuo. [..] Ciò che è piccolo viene (quasi) sempre annientato da ciò che è grande, e tuttavia sopravvive sempre, e ogni volta è Davide ad avere la meglio su Golia. Ciò che è piccolo porta in sé il miracolo, perché è proprio l’individuo creativo a consentire all’umanità di seguire il proprio corso nella storia. pag. 25-26

Nel trailer di “A House of Dynamite”, che ho ripotato sopra, hanno utilizzato le parole di Carl Sagan per alimentare inquietudine, coerentemente con l’obiettivo del film. In realtà per anni, questo brillante astronomo, divulgatore scientifico e autore di fantascienza, si era impegnato ad entusiasmare e ad incoraggiare una visione più ampia, più elevata, che ispirava un’etica di specie carica di fiducia e speranza. Per chi ha avuto l’interesse e la capacità di arrivare sino alla fine di questo articolo, puoi ascoltare le parole di Sagan in uno dei suoi più emozionanti video online cliccando qui.

Per aspera ad astra!

In ricordo di Pier Luigi Luisi

Il 26 Agosto 2025 ci ha lasciato Pier Luigi Luisi. Un uomo profondo e generoso.

Ricordo ancora quando molti anni fa lo contattai per aver un feedback per la mia tesi di laurea. Lo contattai come esperto di epistemologia e biologia dei sistemi complessi, oltre che per la sua diretta conoscenza di Humberto Maturana e Francisco Varela. Mi stupì che, nonostante l’importanza della sua carriera accademica e culturale, a breve giro mi rispose. Anche se non ero uno dei suoi studenti o dottorandi. Con gli anni imparai che non era scontata quella disponibilità, superato un certo livello di carriera.

Luigi era così, una di quelle rare persone veramente appassionate, mosse da una sincera vocazione alla comprensione profonda, e una spontanea philia verso l’altro, che non lo ha mai abbandonato. Ha saputo, negli anni, tenere vivo il lato creativo, curioso, esploratore, ludico del puer concigliandolo con la saggezza del senex.

Per diverso tempo abbiamo condiviso intensi momenti di incontro e dialogo, insieme ad altri amici ed amiche. Erano annuali incontri sopra Bologna (soprannominanti Kairòs), nei quali ci interrogavamo, in modo transdisciplinare, sulle direzioni culturali, psicologiche ed esistenziali collettive. Luigi era sempre protagonista con i suoi racconti, riflessioni e domande. Tutti sono sempre stati colpiti dalla sua apertura, affabilità, dalla ricchezza di conoscenze e dalla genuina voglia di dialogare e capire insieme.

Questa sua attitudine e vocazione si concretizzo nella creazione delle Cortona Week dove per molti anni ha aiutato tanti giovani adulti nel coltivare una visione profonda (psicologicamente, spiritualmente) ed estessa da un pensiero sistemio ed una attitudine transdisciplinare. Il suo intento era incrementare lo sviluppo di una leadership saggia.

Qualche anno fa scrisse insieme all’amico Fritjof Capra un bellissimo libro che coniugava la loro visione complessa, sistemica e autopoietica della vita: Vita e natura.

Grazie Luigi.

Non siamo ancora pronti alla AGI

Video di grande impatto di 80.000 Hours sui rischi dello sviluppo dell’intelligenza artificiale generale (AGI) ispirato al progetto https://ai-2027.com/

Solo un breve commento.

Siamo come dei primitivi che hanno scoperto il fuoco ma non sanno ancora come gestirlo e rischiano di bruciare l’intera foresta che fornisce loro protezione e cibo.

Dobbiamo diventare pienamente sapiens prima di procedere.

La tecnologia ci rispecchia, chiedendoci costantemente: “Sei all’altezza del potere che stai abilitando?”. Ho scritto un articolo sull’argomento qualche tempo fa.

Un pò di storia della psicoterapia

Un pò di storia della psicoterapia per sapere da dove veniamo e non reinventare la ruota.

Uno dei meriti delle psicoterapie psicodinamiche è l’aver sottolineato e affinato la centralità della gestione del transfert e controtransfert. Non solo fondata su di una conoscenza tecnica ma anche sull’essenziale lavoro personale del terapeuta (analisi personale, supervisioni, ecc.) che viene emotivamente coinvolto nella relazione terapeutica.
Anche altre tradizioni come certo cognitivismo hanno con il tempo riconosciuto la centralità della formazione terapeutica su di sé dello psicoterapeuta (si veda per esempio Liotti, ma non solo).

Quindi, a chi il merito?
Chi fu storicamente il primo a riconoscere il coinvolgimento psichico profondo del terapeuta e quindi della necessità di una (o più, nel corso ella vita) terapia personale per essere in grado di discernere tra le proprie dinamiche psichiche, quelle del paziente e la loro interazione?

Lasciamolo dire proprio a Sigmund Freud:
“tra i molti meriti della scuola analitica zurighese annovero quello di aver stabilito l’obbligo per chi voglia compiere l’analisi su altri di sottoporsi preliminarmente ad un’analisi presso un esperto. Se si vuole fare sul serio questo lavoro bisogna scegliere questa via, che promette più di un vantaggio…” (da Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico, del 1912, p.537).

Fu proposto da Carl Gustav Jung.