Sviluppare una coscienza sul nostro destino di specie

Mi rivolgo in particolare ai nati dopo il 2000, provando a fare la mia piccola parte nel suscitare la capacità di mettersi in gioco e innescare l’entusiasmo per sfide senza precedenti.

Negli ultimi anni sta tornando a salire, non senza fondamenti, una certa angoscia collettiva per il destino dell’umanità. La si può interpretare pessimisticamente in modo passivo o, in modo più costruttivo, come una spinta evolutiva. Il nostro ruolo inizia da subito, se ci diamo la possibilità di osservare e non tenere scontata l’immediata reazione che sorge in noi, nel indagare certi accadimenti.

Magari un senso di impotenza che scivola nel lamento o nella fuga in qualcosa di più rassicurante o nella miopia della propria impellente quotidianità che tutto avvinghia. Sin da principio siamo ingaggiati con il nostro modo d’essere, i nostri schemi e interpretazioni, il più delle volte stereotipate, automatiche e in parte inconsce. Questo è un primo passo per non essere passivi, quanto meno rispetto a noi stessi.

Spesso questo sentire diffuso finisce per riflettersi nell’immaginario che ispira film, serie televisive e romanzi. Per esempio, dagli anni ’80 si è avviata una crescente rielaborazione della metafora dello zombie. Inizialmente veniva rappresentata l’inquietudine verso la massa incosciente e manipolabile delle società consumistiche, caratterizzate da una atavica ingordigia, famelica avidità, senza limiti, distruttiva, cannibale. Lo zombie era anche espressione di una rimozione culturale della mortalità, tipica della postmodernità. Originariamente lo scenario di lotta con gli zombie era non a caso un centro commerciale, come nel film “L’alba dei morti viventi” del 2004 diretto da Zack Snyder, remake del classico film “Zombi” di George Romero del 1978.

Dopo il 2000 la metafora dello zombie si è spostata dal consumismo verso il rischio che l’ignavia etica, psichica e politica possa essere causa di futuri globali apocalittici come negli scenari del film “28 giorni dopo” di Danny Boyle o della nota serie “The walking dead” ideata da Frank Darabont.

Più di recente crescono le preoccupazioni sulla capacità collettiva di mantenere e far evolvere i sistemi democratici. Nel 2024 è uscito “Civil War” di Alex Garland, che immagina un futuro prossimo con una seconda guerra civile americana. Lascio a te valutare lo stato di salute delle democrazie occidentali.

Nel 2023 il film “Oppenheimer” di Christopher Nolan, cerca di sensibilizzare eticamente e politicamente la collettività, narrando la storia di uno dei protagonisti nell’invenzione della prima bomba atomica.

Alla recente Biennale di Venezia sono stati positivi i commenti su “A House of Dynamite” di Kathryn Bigelow. Film sul rischio di uno scenario nucleare che spezza l’illusione di aver superato per sempre, dopo il crollo del muro di Berlino, il rischio di autodistruzione della nostra specie. Metto qui di seguito il suggestivo trailer, cadenzato da uno dei sempre evocativi speech di Carl Sagan.

Credo che sarà destinata negli anni a crescere la sensazione di avvicinarci sempre più ad un bivio, ad una biforcazione (come si dice nello studio dei sistemi complessi).

In copertina ho accostato due classici cinematografici estremi di bivio futuro: il post-apocalittico Mad Max da un lato e l’ideale Star Trek dall’altro. Si lo so, non sono proprio contenuti avvezzi ai nati dopo il 2000, sono della generazione x. Non sto nemmeno dicendo che il bivio sarà sicuramente così estremo, ma volevo sottolineare la capacità di conciliare il rischio con l’opportunità che corrono paralleli, richiedendo continuo processo di ascolto, discernimento e scelta.

Non amo drammatizzare o essere pessimista ma valutare i rischi potenziali concreti. Ho fiducia nelle nostre capacità di saggezza e compassione umane. Nel mio piccolo cerco di alimentare l’entusiasmo del sentirsi parte di uno sviluppo, di una evoluzione di specie, ben più grande delle nostre sole singole vite o comunità nazionali. A questo sto dedicando da tempo la scrittura di un libro, che spero di pubblicare l’anno prossimo.

Un passaggio fondamentale è comprendere che il cambiamento nasce, non solo da sagge azioni politiche e innovazioni tecnologiche, ma anche dallo sviluppo psichico, esistenziale ed etico di tanti singoli nella loro interiorità (in una sinergia tra individuale e collettivo, psicologico e sociale). È la società che plasma il cittadino o la somma delle caratteristiche individuali dei suoi membri che ne fa emergere le caratteristiche particolari di comunità? Questo è un dualismo fuorviante da superare, oltre gli abituali riduzionismi e specialismi.

Siamo parte di qualcosa di più grande, un Misterioso processo chiamato vita dell’universo (non “nel”), di cui noi Homo Sapiens non siamo che una delle possibili espressioni e forme. Ora noi umani ci troviamo all’interno di un passaggio senza precedenti per la nostra specie, forse uno dei possibili grandi filtri.

Scottati dai fallimenti delle religioni e delle ideologie politiche, la postmodernità porta con sé una desensibilizzazione a questo piano esistenziale più ampio, che dobbiamo risvegliare e rinnovare perché è il carburante che alimenta i cambiamenti culturali che si fanno poi politici.

Il presente richiede, al meno dal dopo guerra, una coscienza ed etica di specie e planetaria. Ma da almeno due decenni sono evidenti i segnali di impotenza e mancanza di modelli da parte di grosse fette della popolazione nei paesi sviluppati, che si rifugiano in movimenti regressivi, più o meno integralisti, etnici, ideologici, tribal-nazionalisti, di stampo reazionario. Spero di sbagliare, ma credo sia solo l’inizio. Tribalismo e capro espiatorio sono meccanismi atavici di collettività insicure, confuse e insoddisfatte.

Allora guardiamo in faccia i rischi senza negare che esistano o che possano peggiorare (combinandosi tra loro), ma nemmeno dando per certo che non sapremo trovare soluzioni ed essere all’altezza dell’evoluzione interiore e collettiva che ci è richiesta:

  • surriscaldamento globale;
  • varie forme di inquinamento;
  • l’erosione delle risorse e dell’ecosistema senza precedenti;
  • sovrappopolazione (è dal 1972 che siamo consapevoli dei Limiti dello sviluppo);
  • insufficiente investimento nella scuola ed educazione nei pesi sviluppati;
  • arretratezza psicologica, esistenziale e culturale (analfabetismo funzionale) rispetto alla complessità crescente;
  • mal gestione di equilibrio ed equità nella scala sociale ed economica;
  • crisi delle democrazie e movimenti reazionari;
  • debito degli stati nazionali e la coperta corta della produttività a lungo termine;
  • intere culture gettate nella contemporaneità ipertecnologica e postmoderna, senza aver maturato collettivamente una loro consapevolezza almeno moderna;
  • biotecnologie sempre più potenti (per esempio, l’eugenetica è di fatto tecnicamente possibile);
  • intelligenza artificiale, robotica e nanotecnologie in accelerazione (con scenari cyber a tendere);
  • armi di distruzione di massa.

La tecnologia non è il male, è una straordinaria e inevitabile componente della nostra evoluzione (o per meglio dire co-evoluzione). Il driver storico di ogni cambiamento materiale, sociale nella co-evoluzione cognitiva e culturale. Noi siamo una specie nativamente tecnologica, è un processo spontaneo dei sistemi viventi, superato un certo livello di capacità cognitive e coscienti.

Il vero problema è la sproporzione tra la lentezza, la fatica (individuale e collettiva) di sviluppo etico, psicologico, esistenziale e culturale (che si fa poi sociale e politico), in proporzione alla velocità di accelerazione della potenza tecnologica, spinta dal vantaggio competitivo che momentaneamente crea.

Urge consapevolezza di specie insieme a quella individuale, culturale e sociale

Siamo mediamente ancora troppo inconsapevoli, non solo dei nostri condizionamenti psicologici individuali e culturali, ma anche delle nostre tendenze di specie, che a tratti rivelano un sistema motivazionale e cognitivo poco superiore ad un cacciatore raccoglitore con il linguaggio scritto, lo smart-phone e la bomba atomica.

Scrive Edgar Morin nel 2021, (Svegliamoci!, 2022, Mimesis Edizioni):

Tutta la filosofia transumanista maschera il vero problema dell’umanità, che non consiste nell’aumento quantitativo dei suoi poteri ma nel miglioramento qualitativo delle condizioni di vita e delle relazioni fra gli uomini. La vera sfida non è cambiare la natura umana ma inibirne il peggio e favorirne il meglio. Il transumanesimo elude la necessità primaria di rigenerare l’umanesimo. pag. 20

Civilizzare la Terra, trasformare la specie umana in umanità, diviene l’obiettivo fondamentale e globale di qualunque politica che aspiri non solo al progresso ma alla sopravvivenza dell’umanità. […] Tutto ciò che si gioca nell’ambito dell’economia, della politica, dell’azione, della società si gioca fondamentalmente e preliminarmente nella mente umana1. La mente umana ha ipersviluppato i suoi poteri sul mondo fisico e su quello vivente, ma li ha sottosviluppati su tutto ciò che è umano. Crediamo di possedere la ricetta dello sviluppo quando invece siamo posseduti da un mito tecno-economico. Inseguiamo un sogno di dominio mentre, come diceva Michel Serres, ora si tratta di dominare il dominio. […] La potenza senza coscienza fa di noi degli impotenti. La potenza senza coscienza è solo la rovina dell’anima. pag. 30

Spesso profondi cambiamenti positivi avvengono dopo che la collettività (mediamente predisposta a sceglier le vie più facili e istintive) ha reiterato per troppo tempo certi errori e si toccato il fondo. La paura oggi è che le potenze in gioco producano una caduta così profonda da non riuscire a risalire. Più potenza porta con sé più rischio, così come più opportunità, dobbiamo farci l’abitudine.

Serve una rivoluzione metacognitiva, nella quale agli auspicabili cambiamenti sociali e politici top-down vengano alimentati dal parallelo sviluppo bottom-up di consapevolezza e nuova etica.

Abbiamo competenze, conoscenze e prassi senza precedenti, in parte riprendendo il concetto di tecnologie del Sé, come le aveva definite Michel Foucault. Non siamo impotenti, non siamo inadeguati, ci manca consapevolezza su come funzioniamo.

Serve saperlo, fare esperienza diretta, serve una visione e cominciare e integrare un rinnovato modello di adulto e cittadinanza più capace e consapevole. Facciamo troppa teoria (spesso solo in terza persona), senza incarnare, almeno in parte, quello a cui tendiamo.

Scriveva Eric Neumann nel 1949 (Psicologia del profondo e nuova etica, 2005, Moretti e Vitali Editori):

Dove si può collocare, in una panoramica mondiale di questo tipo, la ridicola questione morale e l’ancor più ridicola risposta: “Tutto dipende dall’individuo”? [..] Una coscienza storica che tenga conto dell’evoluzione dell’umanità non può non riconoscere che il più alto compito della specie umana è sempre stato quello di creare un nuovo individuo. [..] Ciò che è piccolo viene (quasi) sempre annientato da ciò che è grande, e tuttavia sopravvive sempre, e ogni volta è Davide ad avere la meglio su Golia. Ciò che è piccolo porta in sé il miracolo, perché è proprio l’individuo creativo a consentire all’umanità di seguire il proprio corso nella storia. pag. 25-26

Nel trailer di “A House of Dynamite”, che ho ripotato sopra, hanno utilizzato le parole di Carl Sagan per alimentare inquietudine, coerentemente con l’obiettivo del film. In realtà per anni, questo brillante astronomo, divulgatore scientifico e autore di fantascienza, si era impegnato ad entusiasmare e ad incoraggiare una visione più ampia, più elevata, che ispirava un’etica di specie carica di fiducia e speranza. Per chi ha avuto l’interesse e la capacità di arrivare sino alla fine di questo articolo, puoi ascoltare le parole di Sagan in uno dei suoi più emozionanti video online cliccando qui.

Per aspera ad astra!

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