
Negli ultimi anni sono uscite diverse ricerche sulla crescente domanda di psicoterapia, nei paesi occidentali. In particolare, da parte delle nuove generazioni sino ai giovani adulti (20-28 anni). Un testo interessante a riguardo, con anche delle proposte pragmatiche a livello di sistema sanitario, è: Il potere della psicoterapia psicologia (di R. Layard e D.M. Clark).
Per quanto riguarda le statistiche in Italia possiamo avere alcuni riferimenti per approfondire nell’articolo “Salute mentale in Italia: una crisi invisibile” della rivista online State of Mind.
Da qualche anno mi è capitato di riflettere su questi temi con diverse persone e colleghi. Il mio campione non è di certo rappresentativo di tutte le visioni ma, per quello che ho notato sino ad ora, possiamo così raggruppare le prospettive più diffuse:
- i giovani di oggi sono fragili;
- c’è una cultura del vittimismo;
- i genitori sono troppo infantili;
- troppa psicoterapia patologizza eccessivamente;
- difficile diventare adulti in un mondo così complesso e incerto;
- i social network stanno rovinando i giovani.
Probabilmente non ho considerato altri punti di vista. Se vuoi aggiungerli nei commenti ti ringrazio.
Di primo acchito intravedo, in proporzioni diverse, una quota di verità in ciascuno di questi argomenti ma da disambiguare. Quello che propongo è una chiave di lettura ampia che cerca di intercettare la coevolzuione tra le dinamiche collettive della società e le psicologie individuali che la compongono. Uno scenario interpretativo che necessita di approfondire ricerche sociologiche e statistiche.
Prima di vedere punto per punto, è però importante chiarire che il mio discorso è assolutamente generale, complessivo, sui grandi numeri. Gran parte delle riflessioni psicologiche devono poi nel concreto calarsi nella specificità di ciascun individuo. Non è un caso che parte del processo psicoterapeutico sia permettere al paziente di scoprire e coltivare la propria unicità e specificità. Quindi non è per nulla detto che quello che ipotizzerò in senso generale possa valere per uno specifico adolescente o giovane adulto che tu conosci.
1. I giovani di oggi sono fragili
La mia impressione è che:
dalla generazione x in poi, sia gradualmente cresciuta la domanda di individuazione dei giovani. La domanda “chi sono veramente e cosa voglio” non è più considerata il lusso di una minoranza, ma una necessità psicologica ed esistenziale sempre più diffusa per dare senso al proprio progetto di vita.
Le sfide di realizzazione economica, sociale ed affettiva rimangono le principali, ma le si affronta con una maggiore attenzione alla propria specificità di valori, sensibilità, talenti, vocazioni, meno secondo criteri collettivi di puro adattamento. Appunto c’è una maggiore necessità di individuarsi non basta funzionare, non basta adattarsi. Se quello che scrivo, per quanto incompleto e generale, è una ipotesi sufficientemente sensata:
l’apparente fragilità di molti giovani è in realtà una richiesta di verità psicologica e di senso esistenziale maggiore, che l’attuale società e comunità adulta media non sa riconoscere e accogliere adeguatamente.
Quindi spesso noi adulti proiettiamo un senso di impotenza sui più giovani perché ci fanno da specchio rispetto alle nostre parti rimosse, negate, non coltivate che proiettiamo su di loro come fragilità, immaturità, mancanza di realismo.
Ma quello che chiedono i giovani non è solo un realismo economico e sociale ma un realismo psichico ed esistenziale, che se non sapremo raccogliere e sviluppare potrà prendere in certi frangenti una forma distruttiva.
2. C’è una cultura del vittimismo
La sensazione è che sia in atto tra i giovani una specie di biforcazione (come si usa dire nei sistemi complessi), nella quale chi riesce a cavalcare la complessità dei tempi fiorisce con una ricchezza di capacità nettamente superiori alle generazioni passate. Chi invece rimane schiacciato dalla incertezza e complessità cade in uno stato di alienazione e spaesamento maggiore che in passato, quando la società (nel suo essere maggiormente normativa, collettivizzante, gerarchica, con più chiari confini e distinzioni) era quanto meno più contenitiva dal punto di vista esistenziale e identitario.
Maggiore libertà e possibilità concerne anche una maggiore angoscia e responsabilità nel progettare se stessi, rispetto ad un passato in cui il limite e la coercizione ci permetteva di avere un nemico esterno chiaro su cui proiettare tutta la nostra rabbia e desiderio.
La tentazione di rimanere eterni adolescenti non è iniziata adesso ma già con la generazione x. Questo è uno dei motivi per cui è ancora così difficile integrare autorità con autorevolezza nell’essere genitori. Un tempo bastava l’autorità, ma non ha senso tornare indietro.
3. I genitori sono troppo infantili
Divenire adulti oggi è molto più complesso. Il modello stesso di adulto come colui che sa vivere all’interno delle regole comuni, lavorare, farsi una famiglia, leggere e scrivere non basta più. Servono delle competenze anche di introspezione, emotive e relazionali che un tempo potevano essere più blande. La maggiore capacità di metacognizione che richiedono le nuove generazioni è spesso mancante nei genitori che sono cresciuti in una terra di mezzo culturale tra il mondo dei baby-boomer, tutto proiettato all’esterno (all’adattamento materiale e sociale), e la sfida collettiva psicologica dei nati dopo il 2000. Suggerisco il libro di Matteo Lancini dall’esplicativo titolo: “Abbiamo bisogno di genitori autorevoli“.
Essendosi ridotto il confine chiaro tra adulto e giovane (un tempo segnato da un principio culturale di gerarchia e autorità), nel tentativo di essere autorevoli i genitori delle ultime generazioni sono ingaggiati nella loro totalità psichica, scoprendosi più facilmente non risolti nelle loro nevrosi infantili che proiettano sui figli.
La sfida di essere adulto, genitore, professionista, cittadino psicologicamente maturo e consapevole non è non più aggirabile per i nati dopo il 2000 ma una necessità anche per i loro genitori.
4. Troppa psicoterapia patologizza eccessivamente
Per le nuove generazioni, il crescere ed essere all’altezza del complesso mondo attuale, necessita di una maggiore integrazione del processo di adattamento e individuazione. Il saper stare al mondo tanto quanto il sapere chi si è e cosa si vuole. Per questo non possiamo pensare che integrare un lavoro su di sé psicologico nel percorso di crescita e vita sia sbagliato. Anzi, a mio avviso, è parte proprio del nuovo modello di adulto con maggior competenze metacognitive.
Ma visto che sono cambiamenti culturali lenti, la percentuale di genitori e istituzioni educative capaci di farsi carico di questa maturazione psicologica e relazionale è ancora insufficiente. Per questo si rende necessario in questi anni una crescente domanda di psicoterapia.
Uno dei rischi è che la crescita psicologica diventi medicalizzata. Un riparare invece che un fiorire. Dovrebbe a tendere invece essere parte del percorso di crescita, come imparare a leggere e scrivere. Un’altro rischio è che se la/o psicoterapeuta non ha sufficiente esperienza, la capacità di discernimento tra il disagio psicopatologico ed il disagio esistenziale può essere mancante, creando una visione tecnicista fuorviante. Il rischio di medicalizzare, può portare alla tentazione di nascondersi dietro una etichetta diagnostica per non maturare.
Quindi la sfida consiste nel cambiare culturalmente il modello di adulto, renderlo nei decenni patrimonio della comunità media degli adulti, dei genitori, del modello di scuola e nel mentre sperare di incontrare la/o psicoterapeuta giusto che sopperisca al lento sviluppo collettivo.
5. Difficile diventare adulti in un mondo così complesso e incerto
Nei paesi sviluppati le nuove generazioni mediamente hanno una quantità di opportunità e comodità inimmaginabili rispetto a cinquant’anni fa, ma la probabilità di migliorare il proprio stile di vita rispetto alle generazioni precedenti si è eroso. Questo produce uno stallo, una mancanza di fiducia nel futuro, un rimandare, una incertezza cronica. Allo stesso tempo la competizione è aumentata. L’inflazione del potere della laurea, la competizione globale e quindi l’asticella si è alzata. Essere laureato negli anni ’70 non è come essere laureato nel 2025. Siamo in un ciclo economico e geopolitico di fragilità dell’egemonia occidentale, dopo il boom del dopo guerra.
Se sommiamo le sfide psicologiche, culturali, esistenziali, economiche, geopolitiche, di accelerazione tecnologica, ecologiche è comprensibile che i giovani siano spaventati.
Dovremo tornare ad essere coraggiosi, ma serve una visione, un ideale, dei valori in cui credere senza ricadere negli errori passati dell’integralismo e delle ideologie.
Questo è lo stallo esistenziale post-moderno in cui ci troviamo da decenni e la soluzione non è smettere di non raccogliere la radicale domanda di senso che soggiace dentro noi umani, illudendoci che il benessere materiale e la libertà sociale ne riduca l’urgenza.
Serve qualcosa in cui credere per resistere ai periodi più duri, oltre ad una rete sociale e leadership diffusa più evoluta. Non la tentazione salvifica del leader ma la giusta cultura di leadership come scrive giustamente Alessandro Cravera nel suo libro “Essere leader in un mondo complesso“.
6. I social network stanno rovinando i giovani
Questo è forse il punto più facile da constatare e sul quale essere d’accordo. La coevoluzione con i nostri artefatti cognitivi ci fanno da specchio sul nostro livello di consapevolezza psicologica ed etica individuale e collettiva. Meno siamo resilienti, consapevoli e magari viviamo in un contesto degradato culturalmente e relazionalmente più i social network e in generale internet saranno un’occasione di alienazione e un fuorviante condizionamento. Suggerisco tra i tanti testi di approfondimento suggerisco il recente: “Generazione ansiosa” di J. Haidt.
Etichettarli solo come fragili è una fuga da se stessi, come genitori, parenti, adulti, insegnati, cittadini, ecc.. Una difesa miope cha a volte risuona come certo qualunquismo narcisista anni ’80. I nostri figli, nipoti, studenti non vengono fuori dal nulla.
Cosa possiamo fare per le nuove generazioni? Che opportunità di conoscere meglio noi stessi e il mondo ci offrono proprio con le loro fragilità?