Preambolo: sono questioni super complesse e sistemiche, mi sto solo interrogando su un tema circoscritto, consono allo spazio di un post.
L’automazione di certi processi cognitivi nel lavoro potrebbe enfatizzare culturalmente l’importanza di competenze psicologiche nella popolazione in generale?
Faccio un esempio.
Sappiamo che tra non molto tempo la diagnosi e prescrizione medica (ma così in molte altre professioni) sarà affidata in buona parte ad AI specializzate. Sempre più affidabili e capaci di consultare database immensi di conoscenze mediche (creati da umani esperti, ricercatori e AI).
Che fine farà il classico medico?
Non credo che rimarrà come professione solo per questioni legali e di supervisione dell’AI. Ma di sicuro cambierà. Nel giro di 10-20 anni.
Sarà più importante la relazione con il paziente.
Sparirà il medico impersonale che fa un lavoro meccanico sintomo-diagnosi-farmaco. Meno male per i pazienti e per i medici stessi.
Forse la capacità di seguire il paziente sarà estesa oltre la visita con device e scambio di dati e comunicazioni h24. Si pagherà la relazione con il medico supportato da AI, non la meccanica diagnosi e prescrizione. Sarà naturale la presenza dell’AI come potenziamento del medico e delle conoscenze del paziente (anche se ci saranno errori come con “Dottor Google”).
La “presenza incarnata cosciente” di un medico umano in relazione con noi diverrà sempre più importante. La relazione verrà “cucita” intorno ai bisogni, non solo di salute e pratici del paziente, ma emotivi e di personalità. Non basterà la classica formazione universitaria, servirà una formazione esperienziale psicologica dei futuri medici.
Quali competenze relazionali, comunicative, psicologiche dovranno (finalmente) divenire patrimonio di tantissime professioni?
Questo impatterà (speriamo) sul modello culturale di adulto, di cittadino, di professionista mettendo al centro le competenze psicologiche metacognitive, di mentalizzazione, relazionali?
Sono troppo positivo?
La tecnologia ci fa da specchio come scrissi in un articolo, sta a noi fare i conti con ciò che l’immagine riflette e distorce.
P.s. Di recente ho scoperto che simili metafore e prospettive sono proposte anche da Shannon Vallor di cui riporto il libro (purtroppo non ancora tradotto in italiano).
