
Nel Fedone Platone descrive la prassi della filosofia come la via dell’imparare a morire (meletē thanatou). Potremmo anche dire che la filosofia è l’imparare a fare i conti con la nostra condizione di mortali, che è già presente ora: solo i viventi possono essere mortali.
Non c’è da un lato la vita (il bene) e dall’altro la morte (il male), separati, ma sono due facce della stessa medaglia. So che la nostra parte mammifera, viscerale si terrorizza, non riesce a comprendere e tollerare tutto ciò. Al massimo lo capiamo solo su di un piano intellettuale, dissociandoci, ma fuggiamo dal realizzarlo interiormente, emotivamente, intuitivamente.
La morte è vissuta come l’implosione del modo in cui quotidianamente diamo senso al nostro vivere e questo innesca profonde rimozioni individuali e collettive.
Ajahn Chah, maestro buddhista Theravada, usava dire “il bicchiere è già rotto“, dinnanzi ad automatiche attitudini di attaccamento.
CULTURALE
Nelle difficoltà a fare i conti con la condizione di mortali subentrano diversi fattori culturali come per esempio lo sbilanciamento verso la conoscenza in terza persona a scapito di prassi in prima persona, il materialismo, l’individualismo, certi modelli di adulto e di felicità.
PSICHICO
Dal punto di vista psicologico, tutte le parti di noi rimaste infantili, non risolte, congelate, nevrotiche o traumatizzate non hanno la capacità di tollerare la relativizzazione dell’Io, perché sono ancora bloccate nel riuscire ad integrarsi in una personalità più matura e individuata. L’intuizione di C.G. Jung sul rapporto tra l’individuazione personale e quella transpersonale (dall’Io al Sé).
ESISTENZIALE
L’egoicità (prospettiva biologica, prima ancora che psichica) implicitamente centro del mondo, indiscussa e subita modalità predatoria ed angosciata del dare senso.
Lo sguardo dualista che mette in risalto la separazione, la differenza più che la comunione e l’interdipendenza (inter-essere come la definisce Thich Nhat Hanh).
Il nichilismo che riduce ad un vuoto di senso l’apparente indifferenza dell’universo e la venuta meno della necessità di un dio metafisico (in quanto concetto e credenza). Un vuoto inteso come semplice nulla. In realtà quel “Vuoto” è la misteriosa sorgente continua del Tutto. La soglia da cui inizia e non finisce il tentativo di rapportarsi con il Mistero dell’esserci (che non è un semplice enigma risolto in un tragico nulla di senso).
Ma il nostro modo base di dare senso, evoluto per la fitness biologica per la soppravvivenza, vuol la risposta, vuole la soluzione altrimenti si sente impotente e smette di interrogarsi. Ecco il percorso inizia da quel senso di impotenza dell’ego bisognante e desiderante con il quale siamo identificati.
Non è una questione intellettuale o tribale: religione vs scienza, teismo vs ateismo. Ma bensì filosofica (Hadot), sapienziale e mistica (Bergonzi), in senso laico (Màdera). L’interrogazione esistenziale profonda è una condizione intrinseca all’essere viventi umani autocoscienti. Non è un tema per persone troppo intellettuali e poco concrete riducibile al dibattito filosofico accedemico, religioso, ideologico. Non è un tema, è “il tema” dell’essere vivo e dell’esserne cosciente, adesso, nelle viscere, nel cuore che batte. Tutto il desiderabile benessere, ricchezza, libertà e potenza tecnologia non lo possono sostituire o spegnere (come ci siamo illusi nella postmodernità del dopo guerra).
La cultura in cui siamo immersi non facilita l’avvicinarsi al piano esistenziale e molti non ce la fanno ad attraversare con sufficiente profondità e consapevolezza questi tre livelli di ostacoli. Lottano fuggendo da se stessi, non realizzando la possibilità di conciliare la mortalità con l’intensità dell’essere vivi, lo psichico con l’esistenziale.
Per vari fattori storici e culturali, che non ho qui il tempo di sintetizzare, il piano esistenziale sta tornando a farsi sentire consciamente e inconsciamente nella vita di molte persone. Per questo ritengo fondamentale per le/gli psicoterapeute/i darsi la possibilità di integrare questo piano di conoscenze e consapevolezza. Sia per se stessi che per i pazienti, che portano sempre più questi temi ed il saper discernere diventa essenziale (per non cadere nel riduzionismo psicologico o nello spiritual-bypass).
Sono questioni che già autori classici come Jung, Frankl e i più recenti Wilber, Yalom e molti altri (come gli italiani Romano Màdera e Mauro Bergonzi), in modi diversi, hanno cercato di affrontare.
GRUPPO
Sto gestendo un gruppo con colleghe/i dedicato all’approfondimento del rapporto tra il piano psichico e quello esistenziale, che non sono riducibili l’uno all’altro, ma in relazione di influenza molto stretta.
Le/i colleghe/i interessate/i che ritengono personalmente, collettivamente e professionalmente importanti questi temi, possono contattarmi.