Una delle questioni più ostiche del disagio esistenziale, oltre ai fondamentali:
1. MORTALITÀ
2. LIMITE/IMPOTENZA
3. GETTATEZZA
4. SOLITUDINE
5. DIFFICOLTÀ A DARE SENSO
è la INSODDISFAZIONE.
Qualsiasi sforzo facciamo per inseguire la soddisfazione completa, definitiva, stabile essa di sposta, come illudersi che correndo più forte potremo raggiungere l’orizzonte.
Non si sta negando in modo disfattista, alla Schopenhauer, quanto obiettivamente si possa e sia necessario fare per incrementare la qualità della nostra vita su più fronti. Si può e si deve fare molto con una sana attitudine pragmatica.
NOTA il disagio esistenziale non è il disagio psichico, come per esempio la depressione; cercare di ridurre tutto a psicopatologia, non discernendo tra i due tipi di disagio, è un riduzionismo difensivo.
Il punto è l’intrinseca impermanenza di tutti i fenomeni, la loro incompletezza rispetto ad un nostro essere costantemente identificati con l’essere bisognanti e desideranti.
Che ce ne rendiamo conto o meno fuggiamo la noia e altre declinazioni della insoddisfazione come la peste. È così insopportabile e pervasiva che spesso non ci accorgiamo quanto, affianco alla intrinseca gioia di vivere, di amare, di essere se stessi, sia presente anche il costante tentativo di fuggirla o tenerla a bada con i nostri quotidiani mille progetti, impegni, legami, piaceri, intrattenimenti e dipendenze.
Possiamo passare un’intera vita fuggendola illudendoci di averla risolta, mentre è il carburante inconscio della nostra continua corsa.
Come forse si sarà capito, il problema non è l’impermanenza dei fenomeni ma la nostra mente. Serve una intro-versione, a ritroso di quello sguardo bisognante che automaticamente serviamo, identificati con esso, arrabbiati con il mondo, con gli altri o parti di noi perché non sono come vorremmo.
Ripeto, non nego la fondamentale necessità di mettersi in gioco e migliorare se stessi, non si tratta di un passivo subire la vita ma capirete che ci sono più piani in gioco.
Ad un certo punto potrebbe far capolino uno stato più ampio che include anche il nostro ego bisognante ma che non si riduce ad esso. A quel punto viene meno la richiesta al mondo, agli altri, a parti di noi stessi, sino al momento presente di essere altro da quello che è, così com’è qui ed ora. Non si tratta di arrendersi ma di smetterla di chiedere al mondo di darci quella soddisfazione definitiva che non le appartiene e che invece è uno stato interiore a monte, impersonale e che quindi l’io bisognante, identitario, del problem solving non può comprendere.
Non è una qualcosa che l’io possa fare, raggiungere, costruire o capire perché avviene proprio quando l’io si aquieta e si sposta dall’illusine inconscia di essere al centro di tutto.
Tanto si può e si deve fare in questa realtà spazio temporale ma attenti alle illusioni create dalla nostra mente: non è che se sfreghiamo più forte un mattone diventa un diamante.
