
The Denial of Death is Ernest Becker’s book, winner of the Pulitzer prize in 1974.
Sappiamo che tra fine ‘800 e la prima metà del secolo scorso, per la psiche individuale e collettiva occidentale, la grande rimossa era la sessualità e in generale la vita istintiva, emotiva, pulsionale che usciva dagli schemi della morale vigente. Si veda lo sviluppo della psicoterapia negli ultimi 150 anni con questi due testi:
La scoperta dell’inconscio (Ellenberger)
Storia critica della psicoterapia (Foschi, Innamorati)
Ma qual’è la grande rimossa oggi?
Propendo per la mortalità, che si riflette nella quotidiana esperienza del limite, dell’impotenza, della gettatezza e delle varie forme di dolore fisico ed emotivo. Non che il rapporto con la mortalità fosse meno sfidante in passato ma la morte era più palese, quotidiana e le religioni svolgevano mediamente un fattore ansiolitico esistenziale che oggi per tanti motivi (spesso sani) non c’è più. Per dirla in breve, oggi il discernimento tra disagio psichico e disagio esistenziale è molto più importante per la vita di tutti noi.
Tema che mi appassiona e su cui lavoro da molto tempo (non solo teoricamente), che sto approfondendo con un gruppo di colleghe e con esperti da cui non smetto mai di imparare come Mauro Bergonzi, Stephen Batchelor e molti altri.
In questa fase di stallo nichilista fa acqua da tutte le parti l’illusione consumistica di poter evitare la domanda di senso esistenziale con il solo benessere materiale, sociale e lo sviluppo tecnologico (per quanto necessari e preziosi). La domanda di senso è costitutiva dell’essere umano, dell’essere autocoscienti e non è riducibile al quotidiano processo di senso che sottende le nostre pratiche decisioni. Applicare al Tutto l’ordinario modo di dare senso agli eventi e scelte produce una implosione del senso stesso (non ho tempo di approfondire in questo breve scritto). L’implosione più forte di ogni senso ordinario e quotidiano è proprio la morte. Quando si arriva a quel punto, spesso costretti da un lutto o altri eventi impattanti, la tentazione di fermarci lì annichiliti dal senso di impotenza è molto elevata. Spesso ci convinciamo che siamo dinnanzi alla tragica scoperta che non c’è senso ma in realtà è solo l’inizio del percorso, per chi non desiste. Spesso si torna a rifugiarsi nei mille impegni quotidiani ma sotto la domanda arde e gli anni continuano a passare.
Anche un certo uso riduzionista della psicoterapia può essere una fuga dall’esistenziale. Diversi colleghi non hanno chiaro come interagiscono, come si distinguono e che logiche diverse richiedono il disagio esistenziale e quello psicologico. L’alternativa non è diventare tuttologi, come in passato fecero alcuni psicoterapeuti transpersonali.
La psicoterapia non è un percorso spirituale ma che piaccia o meno è profondamente esistenziale (in senso laico) ed oggi lo è molto più di prima.
Bisogna poi capire caso per caso, spesso il piano esistenziale non viene toccato più di tanto in certi percorsi psicoterapeutici ed ha assolutamente senso che non venga approfondito per non rischiare di inficiare il lavoro psicologico ed il ruolo psicoterapeutico. Ma che lo psicoterapeuta comunque sviluppi e incarni questo discernimento è fondamentale.
Suggerisco di leggere quello che già scriveva fine anni ’70 il buon I.D. Yalom nel suo Psicoterapia esistenziale.
Non devo approfondire il rischio opposto della fuga dal disagio psichico con lo spiritual bypass vero?
Tutto quello che dentro di noi viene rimosso non sparisce, ma cova regredendo e inflazionandosi dentro di noi, aumentando una inconscia ansia che ci prenderà prima o poi alle spalle. Carl Gustav Jung aveva suggerito che spesso la prima parte della psicoterapia è l’integrazione dell’Ombra. Questo vale tanto individualmente quanto collettivamente. Ma possiamo oggi permetterci arcaiche e collettive valvole di sfogo con capri espiatori (come ci avvertiva durante la seconda guerra mondiale Eric Neumann nel suo libro Psicologia del profondo e nuova etica, prima del più noto Girard) e guerre?
Chi pensa di poter rinunciare ad una sempre più stretta coevoluzione tra coscienza individuale e collettiva nel 2025 è fuori dal tempo. L’assunzione di responsabilità rispetto alla propria natura psicologica ed esistenziale non è solo una opportunità privata ma sempre più una necessità personale e collettiva. Scriveva Neumann nel 1948:
Su noi tutti incombe il lato d’Ombra dell’umanità, che ci offusca il cielo con le sue emanazioni mortifere e con le bombe atomiche. Ciò che è piccolo viene (quasi) sempre annientato da ciò che è grande, e tuttavia sopravvive sempre, e ogni volta è Davide ad avere la meglio su Golia. Ciò che è piccolo porta in sé il miracolo, perché è proprio l’individuo creativo a consentire all’umanità di seguire il proprio corso nella storia.