
Immagine by Jon Tyson
Per raggiungere e mantenere una certa serenità e soddisfazione nella vita abbiamo bisogno che ci siano alcuni punti di riferimento nel nostro contesto materiale e sociale: sufficientemente validi, sicuri, buoni, costanti ed affidabili. Cito nuovamente la nota piramide di Maslow. Poche storie, mediamente il nostro essere bisognanti e desideranti ci rende di base contesto dipendenti (oltre che intrinsecamente frustrabili e quindi sulla difensiva). Siamo sistemi complessi interdipendenti su più fronti.
Lo sappiamo. Lasciando perdere idealizzazioni introspettiviste o spiritualiste, senza un contesto sufficientemente adeguato la vita biologica, psichica e culturale non si sviluppa, punto!
Ma ti invito a farti questa domande con me: in che contesto mi trovo io? E’ così degradato materialmente, socialmente e relazionalmente o sono sufficientemente fortunata/o?
Non è che la nostra storia evolutiva (contesto dipendente) ci predispone a rimanere eccessivamente proiettati in un atteggiamento estroverso, concentrato a manipolare il mondo esterno (materiale, sociale, relazionale, tecnologico, economico, ecc.) anche quando è già sufficientemente buono, mentre ci sono altri i piani cruciali e impattanti su cui crescere? Tipo quelli che hanno a che fare con come noi limitano e distorciamo (tramite il nostro modo di essere, di comportarci, i nostri punti di vista e credenze) inconsciamente il nostro fiorire, la nostra serenità?
Come si intuisce dalla domanda, dipende appunto da quanto è degradato materialmente, socialmente e relazionalmente il contesto in cui siamo cresciuti ed inseriti. Più è messa in crisi la sopravvivenza (anche psichica) più ha senso essere proiettati a soluzioni inizialmente all’esterne. Più il contesto è sufficientemente sicuro, civile, empatico, ecc. più la sfida è psichica.
Lo so, lo messa giù troppo semplice, ma se vuoi scendere più nel dettaglio scrivi nei commenti.
Una delle particolarità della nostra complessa specie è quella di avere una infanzia lunghissima, in cui dipendiamo in tutto per molti anni dagli adulti intorno a noi. Pregi e difetti, potenza e fragilità dell’essere Specie Homo Sapiens. Abbiamo bisogni di sicurezza, di beni e servizi materiali, di affettività, di relazionali costruttive, di stimoli culturali (pensiamo anche solo l’apprendimento del linguaggio), di libertà, ecc..
La mia impressione è che mediamente la nostra mente è molto proiettata al perseguimento di questa fascia di sicurezza, benessere e affettività principalmente all’esterno (non solo sul piano materiale ma anche relazionale), rimanendo poi bloccati in questa inflazione di estroversione, inconsapevoli del enorme ruolo del nostro mondo interno psicologico. Infatti, moltissimo della propria realizzazione e felicità dipende da come funzioniamo noi psichicamente in contesti non troppo degradati, nel senso della sopravvivenza.
Per esempio, proviamo a porci anche questa domanda: cos’è la felicità per me? Come la perseguo? Già con queste domande si apre un mondo tutto da vivere e coltivare, per nulla riducibile SOLO a fattori oggettivi esterni contestuali. Spero si capisca cosa intendo.
Non vi scrivo l’infinito elenco di comportamenti che mettiamo in atto verso l’esterno (legato ad oggetti, luoghi, piaceri sensoriali, intrattenimenti, sostanze, relazioni, ecc.) per evitare le paure, angosce, tristezze, noie, insicurezze, confusioni che ci abitano e che fuggiamo rendendoci ancora più rigidi, insicuri e dipendenti dall’esterno. Si, proprio dipendenti in senso stretto, vedi il sistema ricompensa per approfondire come la ricerca della felicità, se lasciata a se stessa, può diventare una trappola come le dipendenze.
Due esempi tra i tanti oggi? La diffusione incontrollata di acquisto senza competenza e consapevolezza di animali domestici oppure l’eccessiva attenzione al mondo dei ristoranti e del cibo. Ma si potrebbero fare tantissimi esempi in questa società dei consumi.
Due esempi più difficili da digerire ma ancora più importanti? Per esempio l’uso compensatorio del rapporto con i figli o l’eccessiva ricerca di status. Qui il gioco si fa duro ma molto più vero profondo: quindi sano, liberatorio, individuativo per ciascuno di noi e chi ci circonda.
Se non hai già smesso di leggere per noia o irritazione (poi mi elaboro le mie proiezioni) e trovi sensato quello che scrivo, finisco di descriverti la mia idea.
A mio parere, nei paesi sviluppati (esclusi i contesi più degradati), conta molto di più per la propria felicità e sana maturazione:
– come interpretiamo le situazioni (lo dicevano già gli stoici);
– che ricchezza di strategie cognitive, emotive, relazionali, abbiamo sviluppato negli anni;
– quanto e come sappiamo mettere in discussione i nostri punti di vista e credenze, senza essere eccessivamente insicuri o all’opposto rigidi;
– quanto e come riusciamo ad essere consapevoli, creativi, costruttivi anche quando le cose non vanno bene;
– quanto e come siamo consapevoli del nostro modo di funzionare emotivo, relazionale per non agirlo solo in modo automatico, inconscio (metacognizione, mentalizzazione);
– quanto e come integriamo le nostre parti rimosse (se non a volte scisse) permettendoci di aprirci e comprendere empaticamente (non solo cognitivamente) l’altro (teoria della mente);
– quanto e come riusciamo a discernere tra il disagio oggettivo contestuale/situazionale, quello nostro psichico e quello esistenziale.
Se tutti questi punti sembrano un po’ astrusi, complessi già sul piano concettuale, ma soprattutto non rimandano (almeno in parte) a concrete esperienze personali vissute, incarnate, allora FORSE sei troppo sbilanciata/o sull’esterno. O semplicemente troppo giovane. FORSE hai spostato il tuo locus of control eccessivamente all’esterno, credendo inconsciamente di essere molto più priva/o di risorse di quelle che hai.
Ripeto FORSE, perché ogni vita, ogni persona è una biografia unica da comprendere nella sua specificità. Il mio è un discorso inevitabilmente generale e sintetico.
Sicuramente il contesto consumistico e materialista in cui viviamo non aiuta. Non aiuta nemmeno il senso di incertezza e complessità dei tempi politici ed economici che viviamo. Ma la vita è la tua e se aspetti di chiedere il permesso al mondo, agli altri per darti tempo e modo di farti carico di te stessa/o… buona fortuna.
La vita già complessa e sfidante di per sé, diventa ancora più difficile, pesante, confusa se non siamo in grado di discernere sufficientemente tra fattori esterni ed interni.
Il rischio di proiettare i nostri complessi, schemi e credenze disfunzionali su situazioni già oggettivamente stressanti è una certezza. Così tutto diventa molto più insopportabile, apocalittico e riduciamo la capacità di contattare e sviluppare le nostre risorse vitali e creative.
Allora la strategia disfunzionale diviene quella di accelerare ancora di più, di spingere ancora di più, ma senza la bussola possiamo avere i motori della barca più potenti ma ci faranno solo girare più velocemente in tondo non allontanandoci dal porto.
Ha senso per te questo discorso? Se si, cosa stai facendo per coltivare una sana, realistica e costruttiva dialettica tra l’abitare il mondo esterno e l’abitare il tuo essere psichico?