Pillola rossa o pillola blu?

Collaborare a lavoro e la complessità delle relazioni umane

Pochi giorni fa scrivevo ad un imprenditore e CEO con il quale ci conosciamo da diversi anni. Un professionista che stimo per la sua intelligenza, a cui piace teorizzare ma per poi essere pragmatico sul campo. Ha una forte abilità di analisi e problem solving, che spesso si esprime nello sviluppo di modelli, strategie e prassi. A suo modo un innovatore. Non mancano nel suo repertorio anche pratici elenchi di consigli su come collaborare e gestire le persone.

Con l’auspicio di integrare le sue già ampie prospettive gli suggerivo di notare come i suoi corretti elenchi di consigli avessero in sé una implicita antropologia illuministica. Come se considerasse di fondo gli esseri umani dei soggetti razionali, coerenti e perfettamente consapevoli di sé a cui basta dare delle indicazioni chiare, operative per incrementare la loro capacità di crescere nel team e professionalmente. I consigli erano per lo più corretti, infatti il punto non era il contenuto proposto ma l’implicita speranza che bastasse spiegare il modello più valido per risolvere tante difficoltà.

Il mio suggerimento non era sulla teoria corretta, ma sulla prassi. Come ci trasformiamo, come possiamo evolvere psicologicamente e relazionalmente in quanto persone e in quanto professionisti? Cosa serve per cambiare non solo in superficie?

Non siamo soggetti chiari a noi stessi, coerenti, consapevoli quanto vorremmo. A vari gradi fanno parte della nostra vita psichica conflitti tra parti interne, di cui il più delle volte siamo inconsapevoli ma profondamente condizionati. Conflitti che finiamo spesso per inconsciamente proiettare all’esterno sugli altri. Per esempio parti di noi che temiamo o svalutiamo ci attirano inconsciamente l’attenzione e la reattività quando sembrano incarnate dall’atteggiamento di qualcun altro. Oppure un collega ricorda un parente che ci faceva sentire in soggezione e noi ci mettiamo sulla difensiva, ci irrigidiamo non dando la possibilità all’altro (e a noi stessi) di comprendersi. Altro esempio, siamo così bisognosi di contrastare un inconscia paura di non valere che ci identifichiamo con una maschera di grandiosità narcisista esplicita o vulnerabile.

Questi rapidi, e per nulla esaustivi, accenni possono aiutare a far intravedere la complessità della collaborazione, senza ancora dover mettere in gioco gli inevitabili conflitti di interessi che avvengono nella vita e nel lavoro.

Suggerimento: ascolta se una parte di te dice una cosa tipo:

“Ma no, non mi riguarda. Ho tanta esperienza. Io conosco me stesso a sufficienza e capisco gli altri. Non ho tempo da perdere, devo concentrarmi sugli obiettivi esterni. Mi basta l’esperienza fatta sul campo a lavoro. Questo post forse è per i più giovani o per le persone più in difficoltà che devono guardarsi dentro, non per me.”

Riesci a rimanere aperto alla possibilità che possa esserti comunque utile? Riesci a mettere tra parentesi questo pensiero, senza barricartici dietro per cercare un senso di protezione? Non sono questioni semplici tutto o niente, nero o bianco, forte o fragile, ecc.. Certo che hai dei lati molto maturi, capaci, esperti e quel patrimonio di capacità rimane lì pronto ad esserti di supporto. Il più delle volte è il dolore che ci costringe a guardarci dentro. Quando qualche cosa che non funziona supera un certo limite. Ma non siamo costretti ad arrivare a star troppo male per metterci in gioco internamente e relazionalmente. Possiamo darci la possibilità di incrementare la nostra consapevolezza e libertà perché vogliamo ulteriormente fiorire, perché stiamo vivendo intensamente, non solo perché c’è qualcosa da curare.

Pillola rossa* o pillola blu?

* [Nota: mi rifaccio al concetto classico metaforico del film Matrix non all’uso reazionario più recente del concetto di pillola rossa]

Togliamo il dubbio, non mi sto riferendo al modo di funzionare di persone particolarmente afflitte da disagio psichico ma, a vari gradi, del “normale” funzionamento umano. Queste sfide relazionali e di comunicazione vanno poi a combinarsi con diversi stili cognitivi, tipologie psicologiche, culture di provenienza che possono creare incomprensioni, fraintendimenti ulteriori. Si è un ginepraio, ma meglio saperlo e affrontarlo senza illusioni.

In generale il concetto stesso di leader è meglio sostituirlo con un concetto più relazionale come quello di leadership diffusa.

“Ok, diciamo che ho capito… ma quindi in pratica cosa si può fare? Altrimenti mi sento solo impotente dinnanzi a tutta questa complessità. Io sono uno a cui piace fare, agire nel mondo non stare a guardarmi dentro.”

A questo punto non posso esimermi anch’io dal fare un elenco! 🙂

  1. Equilibrare la conoscenza in terza persona tecnica e scientifica con la conoscenza in prima persona emotiva e relazionale vissuta e sentita, non solo teorizzata (ci sono diversi modi per farlo);
  2. si può capire e aiutare (psicologicamente) l’altro solo in misura della capacità di aver noi stessi sufficientemente realizzato la questione che l’altro ci pone con il suo modo d’essere;
  3. da una certa complessità di sfide e livello di collaborazione in su non si può separare persona da professionista, l’utile ingegnerizzazione delle prassi e relazioni umani arriva sino ad un certo punto;
  4. le soft-skills sono il prodotto di un profondo lavoro di regolazione emotiva, metacognizione, mentalizzazione, integrazione del corpo, competenze relazionali, ritiro delle proiezioni, discernimento tra propri schemi interpretativi e le situazioni obiettive; in altre parole, un salto di qualità della formazione psicologica delle persone in genere e in particolare di chi si assume certe responsabilità (non basta un corso d’aula, leggere un libro, si deve lavorare direttamente con le proprie emozioni, credenze e comportamenti).

La consapevolezza e la coerenza tra le parti interne, così come quella tra il “dentro” (del nostro vissuto interiore) ed il “fuori” (delle relazioni con gli altri) è il lavoro di una vita! È una delle componenti più importanti dell’avventura umana. La coerenza, la consapevolezza, l’individuazione, la resilienza e la capacità di discernimento non ci sono date come capacità alla nascita ma sono potenzialità tutte da coltivare.

Cosa fare?

Cosa puoi fare tu con te stesso. Parti da questo.

Quanto ti conosci? Quanto sei proiettato all’esterno, al risolvere, manipolare il “fuori” senza considerare il tuo “interno” modo di interpretare e vivere la situazione. Come va la tua vita personale, relazionale, affettiva? Sai chi sei e cosa vuoi? Come ti relazioni con le tue emozioni, con i tuoi desideri? Quanto sai distinguere tra disagio psicologico e disagio esistenziale? Come tutto questo impatta sui tuoi valori, sui tuoi modelli, sul tuo modo di lavorare, di collaborare, sulla tua identità professionale?

Queste e molte altre domande non sono un lusso o temi di chi ha un problema psicologico ma l’opportunità per tutti di vivere pienamente, migliorando la propria e altrui vita.

Paura dello stigma del fare la psicoterapia?

Tolto che bisogna intendersi sul linguaggio e si può parlare anche di percorso e sostegno psicologico. Spesso il linguaggio clinico derivato dalla psichiatria (che ha tutto un suo senso storico, culturale ed istituzionale) non aiuta. Non vuoi sentirti fragile, manchevole, non vuoi sbagliare, sentirti principiante o in difetto, non vuoi fare fatica, sei già il migliore, non hai fiducia, nessuno ti può aiutare, hai paura? Interessanti punti da cui partire, con calma, curiosità, gradualmente, con gentilezza, in un contesto sicuro. Da non tenere scontati, da scomporre e smettere di agire in automatico.

Perché tutti i grandi atleti, da un certo livello in su, includono nel loro percorso un lavoro sul piano psicologico? Non parliamo di disturbi (anche se possono esserci ovviamente anche nello sportivo) ma di un livello fondamentale da includere per crescere: il farsi carico della centralità della mente, dei nostri schemi e credenze consce e inconsce.

Morpheus: “io posso solo indicarti la soglia, ma sei tu quello che la deve attraversare”.

Continuerò a leggere con interesse i post di questo imprenditore che conosco dal quale ho sempre da imparare. Ha mostrato interesse agli spunti che gli ho condiviso. Mi auguro che, come è stato in passato in grado di innovare in certi settori, possa essere domani un rappresentante di una forma di leadership psicologicamente più consapevole.

Pillola rossa o pillola blu?

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