
Non sono un critico cinematografico ma uno psicologo e riporto semplicemente le mie impressioni sorte vedendo questo film, carico di temi psicologici ed esistenziali. In generale i film si prestano a diverse suggestioni e interpretazioni, spesso anche oltre quelle volute da sceneggiatori e regista, quindi quella che propongo è solo una delle possibili letture.
ATTENZIONE: SPOILER!! Per chi volesse godersi il film senza anticipazioni e svelamenti di trama non prosegua la lettura, se non dopo la visione del film, grazie.
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- SPAESAMENTO
All’inizio ci si mette un pò a capire il senso del film. Una sequenza di vicende, vite, famiglie, in periodi storici diversi. L’unico comun denominatore è il luogo.
Dopo un pò si capisce che il protagonista è il luogo stesso, ma non nel senso ordinario, estroverso, oggettificante, di un semplice luogo fisico sul pianeta terra. Si tratta di un senso più profondo ed interiore di spazio. Quando si realizza questa originale scelta del produttore e regista Robert Zemeckis e del co-sceneggiatore Eric Roth (basato sull’omonimo fumetto del 2014 di Richard McGuire), ci si rende conto che è un film esistenziale, più profondo di quello che si potrebbe pensare.
Come in un insegnamento buddhista (e forse anche neoplatonico) il vuoto non è un semplice nulla ma la Sorgente creativa che permette l’esistere dello spazio, del tempo, delle cose, della vita, delle biografie, delle emozioni e delle relazioni.
Quel HERE, quel QUI è il Mistero dell’esserci.
Emotivamente da un lato può incuriosire ma dall’altro inquieta che manchi la struttura classica che soddisfa la nostra necessità di identificarci in protagonisti ben delineati. Sin da principio il film mette in discussione il nostro bisogno emotivo, personale di una storia classica tipo il viaggio dell’eroe. Quel bisogno di gratificazione che cerchiamo nel cinema come intrattenimento che ci faccia vivere per un pò la vita di altri. Capisco che già a questo punto molti spettatori possano non apprezzare il film, sentendo una certa irritazione, spaesamento e noia.
Sia noi spettatori che i personaggi del film siamo/sono da un lato importantissimi e unici, dall’altro vite impermanenti, fugaci e prive di una natura intrinseca, fenomeni interdipendenti. Il film all’inizio non fa sentire lo spettatore così importante e da coccolare subito. Questo può essere solo frustante se ci fermiamo qui.
Tutto scorre, a tratti in modo frenetico, tempi, famiglie, storie diverse. L’unica costanza è quello spazio, quel HERE, quel QUI, neutro, ne buono ne cattivo, ne amorevole ne indifferente. Uno spazio potremmo dire transpersonale: nel senso del non riducibile al personale (dei personaggi), non alternativo e contrapposto ma che include la prospettiva personale (i personaggi) in qualcosa di più grande. Cos’è questo di più?
2. GIOCO FIGURE SFONDO
Il vuoto, lo spazio, il QUI rimane sullo sfondo quando vanno in primo piano le vite dei personaggi, ma allo steso tempo il QUI è l’unica costanza. Prosegue quindi questo gioco di figure e sfondo, che ci fa notare come ci dimentichiamo del vuoto che permette l’esistere di personaggi e delle storie stesse. Il palcoscenico facendo una analogia teatrale. Lo interpreto come il tentativo del regista di far capire che c’è un legame tra noi e il Mistero, tra l’essere completamente risucchiati dalle vicende della nostra vita, dai nostri bisogni (gratificati o frustrati che siano) e il Mistero della vita stessa che ci include ma che non è riducibile all’io individuale (e che va sullo sfondo).
Ma noi spettatori, noi personaggi, aneliamo a quella base di certezze, soddisfazione e consolazione che chiamiamo ricerca di senso e che nel film potrebbe corrispondere alla trama e alla identificazione con i personaggi. Fatichiamo a conciliare la nostra naturale centralità, egoicità biologica e psichica con una dimensione più ampia, esistenziale, spirituale che richiede un ridimensionamento della centralità dell’io. Per questo credo che mediamente sia un film più apprezzabile da spettatori nella seconda parte della vita, esclusi quei giovani adulti con una spiccata sensibilità esistenziale.
3. DUKKHA
Nel proseguire del film le storie si concentrano principalmente intorno ad una famiglia: quella interpretata dai due attori Tom Hanks e Robin Wright (gli stessi attori che Zemeckis coinvolse nel mitico film Forrest Gump). Quindi, dopo la fatica iniziale, il film ci viene con comprensione incontro con una narrazione un pò più classica, con in primo piano i personaggi le loro vicende, relazioni e sentimenti, ma mantenendo sullo sfondo lo scorrere veloce del tempo e la centralità del luogo.
Che ruolo giocano in questo vuoto carico di vita le vicende degli emergenti protagonisti?
Senza troppi giri di parole, credo che per molti spettatori possa essere un pugno nello stomaco. Viene messa in scena la difficoltà ad essere felici, la durezza della vita, l’incertezza, l’impotenza, il limite e in misura diversa la pervasiva insoddisfazione.
Come se il film suggerisse di accorgerci che se eccessivo il bisogno di centralità dell’io, delle proprie storie, della propria validità e identità è spesso più frutto di insoddisfazione che altro. La forza attrattiva dell’ego è spesso un io frustrato e ferito più che un io realizzato e soddisfatto. Il film mostra il diffuso bisogno di sicurezza in un mare di incertezza. La difficoltà di amare ed essere amati. La difficoltà di capire l’altro e di essere capiti. La difficoltà di individuarsi, di capire chi siamo e provare a viverlo sotto la pressione dei bisogni biologici, famigliari, lavorativi, della cultura e società. Il film non parla di grandissime tragedie ma della normale insoddisfazione e difficoltà del vivere. Per questo può toccare punti vivi di dolore di tanti spettatori, insoddisfatti di come sia andata la loro vita sentimentale e lavorativa.
4. SIAMO GIÀ A CASA
Verso la fine del film il cerchio si chiude. Piano piano, con delicatezza lo sfondo del QUI torna a farsi in primo piano e i protagonisti della famiglia protagonista si ritrovano legati dall’affetto con tutte le loro cicatrici biografiche, sotto la pressione della vecchiaia e della malattia. La morte, che ha già attraversato nel film le vicende delle altre famiglie, si fa all’orizzonte e mette al centro la ricerca di senso, che forse sia i protagonisti che gli spettatori hanno compreso non può essere risoltà solo sul piano personale psicologico e biografico ma devono includere anche un riconoscimento dello sfondo che sottende il Tutto, per comprencere che: in realtà eravamo già a casa.
Solo a quel punto, a fine film, il VUOTO non duale torna ad unirsi con il LUOGO personale.
In realtà il primo ha da sempre incluso il secondo in cui ci eravamo identificati e persi (non è un caso che in certe tradizioni indiane si parla del risveglio dal sogno). Il tentativo di ridurre il Mistero ad enigma è come il tentativo di trasformare il Vuoto in un semplice nulla (causa secondo me dello stallo nichilista a cui ho dedicato un altro articolo). L’inconscio tentativo di ridurre l’Esserci al luogo fisico, alla vicenda personale. Allo stesso tempo se non ci diamo la possibilità di lavorare psicologicamente sulle nostre personali difficoltà relazionali, affettive ed individuative non saremo in grado di aprirci più di tanto al piano transpersonale che ci include e che siamo, da sempre già qui ed ora (se vuoi leggi questa mia riflessione del rapporto tra personale e transpersonale ed il rischio di spiritual bypass).
Angoscia e meraviglia coesistono quando noi umani siamo colti dal Mistero dell’esserci.
Spesso prevale la prima a scapito della capacità di sentire la seconda se rimaniamo identificati con il nostro (per quanto prezioso ed unico) piccolo io, la nostra identità e storia.
Un film coraggioso, che sicuramente non piacerà a molte persone perché è duro, faticoso, profondo, non è strettamente finalizzato all’intrattenimento.
Un film che ci invita a prendere sul serio i limiti dell’automatica e inconscia tendenza a mettere al centro noi stessi, suggerendo di conciliare il personale con il transpersonale, il coraggio di accettare la sfida psicologica relazionale e individuativa come presupposto per una realizzazione anche esistenziale.
P.S.
Com’è ovvio, nell’ermeneutica, nell’interpretazione di un contenuto artistico proiettiamo molto di noi quindi forse non tutti troveranno nel film quello che ha suscitato in me. Spero comunque che le riflessioni che ho condiviso ti risultino utili.