Nichilismo come crisi di “relazione con” il Mistero

Nella mia ricerca esistenziale Vito Mancuso è sicuramente uno degli autori attuali che mia ha maggiormente ispirato e che ho anche avuto la fortuna di conoscere di persona.
Ritengo questo video una sintesi pregnante di una buona parte delle sue tesi. Mi sono permesso di amplificare brevemente alcune delle riflessioni che Vito propone. Vi suggerisco di vedere l’intervento di Vito nel video e poi, se volete, leggere le mie riflessioni.

C’è un grande bisogno di tornare a fare i conti con la ricerca di senso, il disagio esistenziale intrinseco alla vita, che è un modo laico per indicare l’antico percorso spirituale. Il bisogno di senso è più intenso quando la vita si fa dura e anche con il passare degli anni. Diventa ancora più difficile riconoscere questa necessità quando nella società la grande rimossa diventa la mortalità. Questa rimozione di fondo collettiva dei paesi sviluppati e benestanti influenza come interpretiamo le situazioni di limite, incertezza, impotenza e insoddisfazione di cui è pervasa la vita. In pratica, la ricerca di senso non concerne il diventare filosofi, eremiti o monaci ma può spesso iniziare dal non tenere scontato come cerchiamo la felicità. Siamo spesso attenti alle nostre scelte pratiche, sociali, economiche (a volte anche psicologiche) ma ci dimentichiamo spesso dell’implicita filosofia di vita che abbiamo (o per meglio dire che ci possiede) che plasma profondamente come viviamo.

La sincera e onesta ricerca di senso sottende la nascita delle religioni ma non è identificabile in esse. Infatti le religioni svolgono principalmente una funzione identitaria, istituzionale, sociale, dogmatica e rituale che contraddice proprio quella libertà e sano stare con l’incertezza tipico della vera ricerca spirituale, sapienziale e filosofica. Vito ad un certo punto parla dei mistici e per esempio Meister Eckhart (uno dei più importanti mistici cristiani) scriveva: “prego Dio che mi liberi da dio”, nel senso del dio delle credenze religiose, delle teologie che cercano di risolvere ogni aporia, ogni dubbio, che spingono l’intellettualizzazione e non l’introspezione, che rafforzano l’identità tribale e la contrapposizione.

I tribalismi, gli integralismi, i dogmatismi, la superstizione, la mancanza di onestà intellettuale, il suprematismo di un una religione sulle altre, la mancanza di integrazione tra sviluppo psicologico e ricerca interiore, sono solo alcuni esempi del fallimento per la coscienza contemporanea del fenomeno religioso. Per non parlare della mancanza di consapevolezza storica dello sviluppo e diffusione delle religioni come per esempio il cristianesimo. Dobbiamo passare, come diceva Raimon Panikkar dalla ortodossia alla ortoprassi (che Vito stesso cita). Vuol dire passare da una religiosità fatta di teorie e dogmi ad una spiritualità fatta di percorsi di auto-conoscimento, non dogmatici, di relazione con il Mistero. Imparare a stare con il limite, l’incertezza, l’angoscia, il vuoto.

Con lo svuotamento dei lati “umani troppo umani” delle religioni abbiamo buttato via il bambino con l’acqua sporca. Ci siamo trovati esistenzialmente e fenomenologicamente davanti a quel apparente vuoto di cui parlano quasi tutte le grandi mistiche di ogni cultura. Il passo a ritenere quel apparente vuoto di certezze, di conferme, di dio/dei come la tragica conferma di un semplice nulla ci ha gettati (da fine dell’800) nel nichilismo. Nulla ha senso, tutto è puro caso, follia cosmica. Siamo appena entrati collettivamente nella “notte oscura dell’anima”, nell’opera al nero. Per sopravvivere esistenzialmente ci siamo attaccati ai successi della tecnologia (che ci viene più facile), abbiamo rimosso mortalità e limiti, confondendo il modo psicologico ordinario con cui diamo senso alla nostra quotidianità con il tentativo di dare senso al Tutto. Ma questa sovrapposizione di modalità di senso (relativa nello spazio-tempo vs assoluta verso il Tutto) non regge e ci spaventa. Bene, questo è l’inizio del percorso esistenziale non la fine. Ma è un passaggio nell’ortoprassi. Bisogna iniziare percorsi psicologici e meditativi, non si può ridurre tutto solo ad una speculazione intellettuale che lascia intonso l’insieme di parti bisognanti che ci guidano inconsciamente sullo sfondo. Abbiamo inflazionato prassi di conoscenza in terza persona (di cui la scienza è la massima espressione) a scapito delle conoscenze in prima persona del nostro mondo interiore. Non si tratta di rigettare la fondamentale e preziosissima impresa scientifica (io stesso ho una formazione scientifica) ma di integrarla con percorsi psicologici, contemplativi ed introspettivi anche di natura esistenziale. Siamo diventati esperti di neuroscienze e psicologia conoscendo noi stessi solo per via teorica, quando poi spesso siamo completamente incoscienti ai nostri schemi e credenze profonde. Quando mancano gli occhi per vedere sul piano psicologico manca un fondamentale presupposto per uno sguardo impersonale, transpersonale esistenziale.

Ci siamo convinti collettivamente che la perdita di relazione con il Mistero (prodotta dalla necessaria destrutturazione delle religioni) abbia confermato la tragica constatazione che sotto sotto in verità non c’è nulla, non c’è senso, è solo tutto un folle caso. L’unica condizione in cui si può sperare è che, in questo casuale non senso, ci capitino delle buone carte. Ovviamente questa condizione lascia intonso lo sfondo di una totale angoscia e alienazione. Terrorizzati e incapaci di affrontare i momenti più difficili, tendiamo a regredire in modalità arcaiche e infantili. Conviviamo spesso con un modello di felicità molto fragile dal punto di vista psicologico ed esistenziale.
L’ipotesi da me sostenuta, e da persone bene più competenti di me (come credo anche Vito), è che in realtà si tratta di rinnovare la relazione con il Mistero. In poche parole:

lo stallo nichilista che attanaglia collettivamente l’Occidente da quasi due secoli non è una crisi del Mistero ma una “crisi di relazione con” il Mistero.

Questa è la mia ipotesi centrale.
Uno dei significati etimologici di religio è proprio quello di legare insieme. E’ un crisi del della modalità con cui ci relazioniamo, non di certo una comprensione e risoluzione del Mistero.

Se cerco senso con uno sguardo pratico, materialista e intellettuale ordinario non andrò molto lontano, tenendo scontato l’io desiderante e spaventato che sottende lo sguardo stesso. Non si tratta di guardare “fuori” ma di andare a ritroso proprio di quel io osservante e bisognante (complesso, molteplice, stratificato e inconscio). Andare anche più a fondo dell’io stesso. Questo è il percorso sapienziale, filosofico, mistico di cui parlano tanti tra cui anche Vito.

L’Esserci, il Tutto, il Senso, Dio, il Tao, ecc. non sono enigmi da risolvere, ma sono solo “umani troppo umani” concetti, parole che (come il famoso dito che indica la luna) indicano “il” Mistero non “un” enigma. La prima cosa da fare è riconoscere tutti i presupposti culturali e psicologici che teniamo impliciti. E’ uno svuotamento più che un accumulo di nuove conoscenze e credenze.

L’alternativa è oscillare tra integralismo e nichilismo nel mentre che decennio dopo decennio avremo tecnologie sempre più potenti che ci chiederanno di essere psicologicamente, eticamente ed esistenzialmente alla loro altezza. Si tratta di un periodò tanto complesso, ambiguo quanto ricco di potenzialità, un kairòs si sarebbe detto nell’antica Grecia.

Dobbiamo rendere gradualmente collettiva una via che in passato è stata per pochi. Non so se sia possibile, ma almeno in parte e gradualmente dobbiamo provarci. La mia fiducia è che oggi abbiamo molte più conoscenze scientifiche e prassi, oltre che una vasta consapevolezza storica e filosofica di gran parte dei tentativi filosofici, sapienziali e contemplativi messi in atto dalla nostra specie. Ci sono i presupposti per una sempre migliore integrazione tra ricerca scientifica e ricerca interiore psicologica ed esistenziale. Nel suo libro “I quattro maestri” Vito parla dell’ipotesi di una seconda era assiale (rifacendosi al concetto di Jaspers) e per me è una possibilità molto valida in prospettiva. Su questa svolta, su questo kairòs sto scrivendo un libro dal punto di vista dei presupposti psicologici necessari.
Per fare questo si deve prima lavorare sul piano psicologico che su quello spirituale altri menti si rischia lo spiritual bypass.
In un passaggio per me cruciale nel video Vito letteralmente dice:

“Il grosso problema dell’Occidente consiste proprio nella separazione dalla sua religione originaria!”.

Concordo pienamente, il nuovo non sarà uno strappo con il passato ma una revisione e suo sviluppo alla luce delle conoscenze e coscienza attuale.
Per esempio, non è per me un caso che, la metafora dell’elefante che Vito cita alla fine del suo intervento è tanto valida per la spiritualità quanto per il pensiero complesso e l’epistemologia della complessità di grandi filosofi come Edgar Morin.

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