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	<title>Comments on: Enterprise 2.0 &#8211; Varese</title>
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	<description>Highly Transdisciplinarity Thoughts for the Challenge of Complexity</description>
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		<title>By: neXres &#187; Blog Archive &#187; Enterprise 2.0: It&#8217;s Not (Only) Technology!</title>
		<link>http://ibridazioni.com/2008/06/26/enterprise-20-varese/#comment-481</link>
		<dc:creator>neXres &#187; Blog Archive &#187; Enterprise 2.0: It&#8217;s Not (Only) Technology!</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Jul 2008 08:22:53 +0000</pubDate>
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		<description>[...] Per approfondire questo concetto, e per aggiungere ulteriori tasselli al ragionamento, rimando alla bella discussione presente nel blog di Gianadrea Giacoma. [...]</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>[...] Per approfondire questo concetto, e per aggiungere ulteriori tasselli al ragionamento, rimando alla bella discussione presente nel blog di Gianadrea Giacoma. [...]</p>
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		<title>By: Emanuele</title>
		<link>http://ibridazioni.com/2008/06/26/enterprise-20-varese/#comment-480</link>
		<dc:creator>Emanuele</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Jul 2008 07:46:14 +0000</pubDate>
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		<description>Discussione mi sembra molto interessante. Un ringraziamento speciale a tutti quelli che hanno avuto la voglia e la pazienza di stare con noi a Varese.

Per tutti: abbiamo caricato da qualche tempo le slide degli interventi online. Potete trovarle all&#039;indirizzo http://enterprise2forum.it/cms/pages/home-it/presentazioni-e-video.php.

A presto,
Emanuele</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Discussione mi sembra molto interessante. Un ringraziamento speciale a tutti quelli che hanno avuto la voglia e la pazienza di stare con noi a Varese.</p>
<p>Per tutti: abbiamo caricato da qualche tempo le slide degli interventi online. Potete trovarle all&#8217;indirizzo <a href="http://enterprise2forum.it/cms/pages/home-it/presentazioni-e-video.php" rel="nofollow">http://enterprise2forum.it/cms/pages/home-it/presentazioni-e-video.php</a>.</p>
<p>A presto,<br />
Emanuele</p>
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	<item>
		<title>By: Leo Aruta</title>
		<link>http://ibridazioni.com/2008/06/26/enterprise-20-varese/#comment-477</link>
		<dc:creator>Leo Aruta</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Jul 2008 13:58:34 +0000</pubDate>
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		<description>Ho partecipato all&#039;evento e ne ho tratto spunti interessanti.
La mia esperienza quotidiana con le aziende (che mi danno da campare) m&#039;insegna che c&#039;è tantissimo da fare per traghettarle verso la filosofia 2.0. I problemi sono immensi, sappiamo bene che ci sono moltissime aziende che non fanno nemmeno un backup decente dei dati (peraltro obbligatorio per la privacy). Sappiamo bene che investono pochissimo sull&#039;ict perchè non riescono a vedere ancora la tecnologia come motore del business, sono legate a schemi vecchi, si affidano a partner tecnologici (si fa per dire..) obsoleti. Sono pochi gli informatici che, banalmente, almeno hanno un profilo su Linkedin o su Viadeo....
In tutto questo noi cosa facciamo? Litighiamo! Critichiamo chi si muove e cerca di mettere in circolo dei messaggi utili.
Io direi che è giunto il momento  di abbassare i toni e di usare un linguaggio inclusivo. Facciamo in modo che agli eventi che parlano di Enterpise inizino a partecipare le aziende e non solo i soliti noti.
Questo è quello che dobbiamo fare se vogliamo che le aziende si accorgano che c&#039;è un cambiamento epocale in atto. Che si può fare business (anzi si deve) insieme ai CLIENTI! E che il web 2.0 ha permesso la nascita di soluzioni che facilitano il dialogo,. che permettono di condividere la conoscenza, che tengono traccia di cosa vogliono veramente i clienti.
Leo</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ho partecipato all&#8217;evento e ne ho tratto spunti interessanti.<br />
La mia esperienza quotidiana con le aziende (che mi danno da campare) m&#8217;insegna che c&#8217;è tantissimo da fare per traghettarle verso la filosofia 2.0. I problemi sono immensi, sappiamo bene che ci sono moltissime aziende che non fanno nemmeno un backup decente dei dati (peraltro obbligatorio per la privacy). Sappiamo bene che investono pochissimo sull&#8217;ict perchè non riescono a vedere ancora la tecnologia come motore del business, sono legate a schemi vecchi, si affidano a partner tecnologici (si fa per dire..) obsoleti. Sono pochi gli informatici che, banalmente, almeno hanno un profilo su Linkedin o su Viadeo&#8230;.<br />
In tutto questo noi cosa facciamo? Litighiamo! Critichiamo chi si muove e cerca di mettere in circolo dei messaggi utili.<br />
Io direi che è giunto il momento  di abbassare i toni e di usare un linguaggio inclusivo. Facciamo in modo che agli eventi che parlano di Enterpise inizino a partecipare le aziende e non solo i soliti noti.<br />
Questo è quello che dobbiamo fare se vogliamo che le aziende si accorgano che c&#8217;è un cambiamento epocale in atto. Che si può fare business (anzi si deve) insieme ai CLIENTI! E che il web 2.0 ha permesso la nascita di soluzioni che facilitano il dialogo,. che permettono di condividere la conoscenza, che tengono traccia di cosa vogliono veramente i clienti.<br />
Leo</p>
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	<item>
		<title>By: Sean Carlos</title>
		<link>http://ibridazioni.com/2008/06/26/enterprise-20-varese/#comment-476</link>
		<dc:creator>Sean Carlos</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Jul 2008 11:45:51 +0000</pubDate>
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		<description>All&#039;inizio degli anni &#039;90 ho lavorato per una software house a Boston.  Il mio cliente aveva un progetto che, ai tempi, era all&#039;avanguardia.  Si trattava di automatizzare dei processi cartacei mediante la messa a punto di un sistema informativo nuovo, un sistema che consentisse la ricerca di testi in tutte le informazioni archiviate, quello che oggi definiremmo &quot;enterprise search&quot; (il mio interesse oggi per i motori di ricerca come Google non è proprio casuale...).  Una rivoluzione nella gestione e nel consumo delle informazioni. Come in molti progetti IT che spingono all&#039;utilizzo di sistemi così innovativi, non &quot;collaudati&quot; altrove, c&#039;è stato qualche problema tecnico. Ma la maggior parte dei problemi è emersa nella gestione delle persone e nell&#039;impatto dal passaggio da processi di tipo manuale a processi automatizzati alle persone ed ai loro ruoli.  Non è stato dato sufficiente ascolto alle persone coinvolte e scarsa considerazione è stata poi rivolta ai fattori umani nel cambiamento.  Quello che, in una grande azienda, oggi viene chiamato &quot;change management&quot;. 

Nel seconda metà degli anni &#039;90 ho lavorato in una grande impresa americana di informatica. Si è deciso di reinventare il ramo consulenza per dare maggior concorrenza alle Andersen/Accenture del caso.  Già si capiva che la tecnologia poteva fungere solo come leva: si parlava appunto di &quot;enabling infrastructure&quot; capace di dare strumenti abilitanti ai processi aziendali.  La vera chiave per il successo erano infatti: le persone, i processi (aspetto spesso troppo trascurato in Italia, se posso permettermi...), il capitale intellettuale e la condivisione di queste conoscenze (knowledge management).  Un nodo importante, che mi sembra non ancora sciolto, era rappresentato dalle motivazioni per le quali non si condividono le informazioni - elemento essenziale, se tutta questa collaborazione e condivisione 2.14 avviene.  Innanzitutto, se il mio stipendio comprende un premio di produzione per il mio contributo, ho tutti gli incentivi per maggiorare la mia visibilità a scapito della visibilità degli altri.  Ancora insidioso appare il problema dell&#039;impiego &quot;at will&quot; in alcuni paesi come gli Stati Uniti e la tendenza alla precarietà in Italia.  Nel momento in cui l&#039;azienda sia in crisi, tanti vengono lasciati a casa, senza alcuna pietà.  Questo problema di fondo incide (e come...!) sui comportamenti. Non nego una certa debolezza per la tecnologia, ma ci vogliono persone come Gian capaci di aiutarci a non dimenticare il fattore umano nell&#039;insieme dei processi e sistemi informativi aziendali.

Perché scrivo tutto questo?  

Perché credo che Emanuele, e quelli che hanno lavorato con lui, si siano adoperati così tanto per organizzare il convegno al meglio (senza esigere un costo di ingresso ai partecipanti) e quindi meritano davvero un ringraziamento pubblico.   Ci sono stati dei relatori di primo livello che ci hanno dato degli spunti molto interessanti (ho fatto un riassunto di ogni intervento che ho seguito: http://www.antezeta.it/blog/enterprise-20-varese/ ). Senza voler offendere Alex Badalic, non credo sia stato semplice convincere il primo ospite internazionale a venire a Varese; magari dopo 2 conferme di adesione, le cose sono diventate più facili... e se Emanuele è riuscito a fare tutto ciò, non è solo che è forse bravo, ma proprio per il Networking che lui è riuscito a crearsi nell&#039;ambito di altri convegni ed eventi.  Dico questo per mia esperienza.  Nel mio post ho notato che il Networking è altamente importante come gli altri fattori di successo di un convegno.  Proprio a Varese ho potuto finalmente conoscere Alex, e rivedere persone come Gian, Leo Bellini, Franceso Federico, Nicola Bertellini....  Persone con le quali so di poter scambiare riflessioni professionali, trovando consenso e, talvolta, dissenso, ma sempre comunque in un&#039;ottica costruttiva.  Persone con le quali posso anche collaborare in qualche modo.  Qui non c&#039;è niente di male - la &quot;recomendation&quot; in base al merito è più che gradita.

@Nicola: anch&#039;io sono diffidente relativamente all&#039;utilizzo dei buzzword - se chiediamo già a 10 persone cosa sia &quot;web 2.0&quot;, ma con apologies to Tim O&#039;Reilly, avremo 10 definizioni diverse.  Comunque, puoi trovare i link per le slides in fondo al mio post sulla giornata: http://www.antezeta.it/blog/enterprise-20-varese/</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>All&#8217;inizio degli anni &#8217;90 ho lavorato per una software house a Boston.  Il mio cliente aveva un progetto che, ai tempi, era all&#8217;avanguardia.  Si trattava di automatizzare dei processi cartacei mediante la messa a punto di un sistema informativo nuovo, un sistema che consentisse la ricerca di testi in tutte le informazioni archiviate, quello che oggi definiremmo &#8220;enterprise search&#8221; (il mio interesse oggi per i motori di ricerca come Google non è proprio casuale&#8230;).  Una rivoluzione nella gestione e nel consumo delle informazioni. Come in molti progetti IT che spingono all&#8217;utilizzo di sistemi così innovativi, non &#8220;collaudati&#8221; altrove, c&#8217;è stato qualche problema tecnico. Ma la maggior parte dei problemi è emersa nella gestione delle persone e nell&#8217;impatto dal passaggio da processi di tipo manuale a processi automatizzati alle persone ed ai loro ruoli.  Non è stato dato sufficiente ascolto alle persone coinvolte e scarsa considerazione è stata poi rivolta ai fattori umani nel cambiamento.  Quello che, in una grande azienda, oggi viene chiamato &#8220;change management&#8221;. </p>
<p>Nel seconda metà degli anni &#8217;90 ho lavorato in una grande impresa americana di informatica. Si è deciso di reinventare il ramo consulenza per dare maggior concorrenza alle Andersen/Accenture del caso.  Già si capiva che la tecnologia poteva fungere solo come leva: si parlava appunto di &#8220;enabling infrastructure&#8221; capace di dare strumenti abilitanti ai processi aziendali.  La vera chiave per il successo erano infatti: le persone, i processi (aspetto spesso troppo trascurato in Italia, se posso permettermi&#8230;), il capitale intellettuale e la condivisione di queste conoscenze (knowledge management).  Un nodo importante, che mi sembra non ancora sciolto, era rappresentato dalle motivazioni per le quali non si condividono le informazioni &#8211; elemento essenziale, se tutta questa collaborazione e condivisione 2.14 avviene.  Innanzitutto, se il mio stipendio comprende un premio di produzione per il mio contributo, ho tutti gli incentivi per maggiorare la mia visibilità a scapito della visibilità degli altri.  Ancora insidioso appare il problema dell&#8217;impiego &#8220;at will&#8221; in alcuni paesi come gli Stati Uniti e la tendenza alla precarietà in Italia.  Nel momento in cui l&#8217;azienda sia in crisi, tanti vengono lasciati a casa, senza alcuna pietà.  Questo problema di fondo incide (e come&#8230;!) sui comportamenti. Non nego una certa debolezza per la tecnologia, ma ci vogliono persone come Gian capaci di aiutarci a non dimenticare il fattore umano nell&#8217;insieme dei processi e sistemi informativi aziendali.</p>
<p>Perché scrivo tutto questo?  </p>
<p>Perché credo che Emanuele, e quelli che hanno lavorato con lui, si siano adoperati così tanto per organizzare il convegno al meglio (senza esigere un costo di ingresso ai partecipanti) e quindi meritano davvero un ringraziamento pubblico.   Ci sono stati dei relatori di primo livello che ci hanno dato degli spunti molto interessanti (ho fatto un riassunto di ogni intervento che ho seguito: <a href="http://www.antezeta.it/blog/enterprise-20-varese/" rel="nofollow">http://www.antezeta.it/blog/enterprise-20-varese/</a> ). Senza voler offendere Alex Badalic, non credo sia stato semplice convincere il primo ospite internazionale a venire a Varese; magari dopo 2 conferme di adesione, le cose sono diventate più facili&#8230; e se Emanuele è riuscito a fare tutto ciò, non è solo che è forse bravo, ma proprio per il Networking che lui è riuscito a crearsi nell&#8217;ambito di altri convegni ed eventi.  Dico questo per mia esperienza.  Nel mio post ho notato che il Networking è altamente importante come gli altri fattori di successo di un convegno.  Proprio a Varese ho potuto finalmente conoscere Alex, e rivedere persone come Gian, Leo Bellini, Franceso Federico, Nicola Bertellini&#8230;.  Persone con le quali so di poter scambiare riflessioni professionali, trovando consenso e, talvolta, dissenso, ma sempre comunque in un&#8217;ottica costruttiva.  Persone con le quali posso anche collaborare in qualche modo.  Qui non c&#8217;è niente di male &#8211; la &#8220;recomendation&#8221; in base al merito è più che gradita.</p>
<p>@Nicola: anch&#8217;io sono diffidente relativamente all&#8217;utilizzo dei buzzword &#8211; se chiediamo già a 10 persone cosa sia &#8220;web 2.0&#8243;, ma con apologies to Tim O&#8217;Reilly, avremo 10 definizioni diverse.  Comunque, puoi trovare i link per le slides in fondo al mio post sulla giornata: <a href="http://www.antezeta.it/blog/enterprise-20-varese/" rel="nofollow">http://www.antezeta.it/blog/enterprise-20-varese/</a></p>
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	</item>
	<item>
		<title>By: Stefano Mizzella</title>
		<link>http://ibridazioni.com/2008/06/26/enterprise-20-varese/#comment-469</link>
		<dc:creator>Stefano Mizzella</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Jul 2008 23:09:37 +0000</pubDate>
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		<description>Purtroppo non ho potuto essere presente all&#039;evento per banali motivi personali. Ho seguito comunque con estremo interesse e piacere il dibattito creatosi su questo blog, apprezzandone anche i toni accessi e i riferimenti polemici: basta con il buonismo a tutti i costi :-)

Che l&#039;innovazione portata dall&#039;Enterprise 2.0 sia culturale prima ancora che tecnologica (e di conseguenza di business) credo sia il nodo centrale di ogni ragionamento a riguardo. Un errore comune  è infatti quello di leggere il  progresso alla base di concetti come &quot;wikinomics&quot; o &quot;peer production&quot; con i paraocchi del determinismo tecnologico. Adottando, infatti, un approccio tecnologicamente determinato,  potremmo  affermare che  un progetto come Innocentive si sia affermato globalmente più per i meriti della piattaforma tecnologica che per un deciso cambio di paradigma nel modo di intendere le strategie di ricerca e sviluppo di un&#039;azienda. 

Naturalmente la verità sta nel mezzo, proprio in quello spazio neutro che  esula  da qualsiasi forma di determinismo, fosse questo tecnologico o, all&#039;estremo opposto, sociale. Purtroppo però, come già alcuni di voi hanno messo in evidenza, sono fermamente convinto che il ritardo italiano in tema di Enterprise 2.0 sia più che altro culturale, proprio perché le grandi società, così come le piccole e medie imprese, tendono a risentire di una cultura aziendale &quot;solipsistica&quot;, incapace di condividere in modo orizzontale conoscenza e risorse specifiche. 

Senza prenderci in giro, ma voi sentite davvero di poter testimoniare a favore di realtà imprenditoriali italiane capaci non solo di comprendere appieno ma ancor più di mettere realmente in pratica i principi basilari della wikinomics? Laddove Tapscott e Williams immaginano le &quot;ideagorà&quot;, io vedo il più delle volte semplici marketplace made in Italy caratterizzati nella quasi totalità dei casi da un semplice meccanismo: dammi la tua idea, io ti metto  in contatto con il brand e insieme proviamo a realizzarla (vale più o meno per Zooppa, BootB, Qoob, The Bloog Tv e compagnia bella). Di certo un deciso passo in avanti rispetto al passato, ma l&#039;Enterprise 2.0 non può e non deve limitarsi a questo. 

Tornando invece al discorso sui digital natives, concordo anch&#039;io sulla necessità di valorizzare un approccio psicosociale, ma anche quest&#039;ultimo, da solo, sarebbe destinato a fallire. Se il web 2.0, come dicono in molti, è fatto dalle persone per  le persone (fate attenzione: &quot;persone&quot;, non &quot;utenti&quot;), ma allora chi dovrebbe avere l&#039;ultima parola a riguardo, i sociologi, gli psicologi, o gli informatici??? Naturalmente anche questa falsa dicotomia non può che ricadere nel paradosso, nella provocazione, necessitando proprio di quell&#039;approccio ibrido, trasversale, al quale più  di una volta ha fatto riferimento Gian.

Al di là dell&#039;approccio specifico o del punto di vista che scegliamo di utilizzare nell&#039;analizzare la questione, credo che uno dei principali problemi risieda nella mancanza o nella scarsa efficacia di strategie comunicative improntate sulle reali esigenze ed abitudini dei digital natives.  Mi sembra che il più delle volte (tanto nella formazione quanto in ambito professionale) si commetta il grave errore di chiedere alle generazioni più giovani di &quot;abituarsi&quot; agli standard comunicativi ormai obsoleti delle generazioni precedenti. Se, infatti, possiamo risentire della miopia di un&#039;azienda nel non voler sfruttare le potenzialità del corporate blogging, che dire dei tantissimi professori universitari i quali, pur professandosi esperti di new media e di tecnologie digitali, manifestano l&#039;incapacità di gestire anche un semplice blog personale?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Purtroppo non ho potuto essere presente all&#8217;evento per banali motivi personali. Ho seguito comunque con estremo interesse e piacere il dibattito creatosi su questo blog, apprezzandone anche i toni accessi e i riferimenti polemici: basta con il buonismo a tutti i costi <img src='http://ibridazioni.com/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':-)' class='wp-smiley' /> </p>
<p>Che l&#8217;innovazione portata dall&#8217;Enterprise 2.0 sia culturale prima ancora che tecnologica (e di conseguenza di business) credo sia il nodo centrale di ogni ragionamento a riguardo. Un errore comune  è infatti quello di leggere il  progresso alla base di concetti come &#8220;wikinomics&#8221; o &#8220;peer production&#8221; con i paraocchi del determinismo tecnologico. Adottando, infatti, un approccio tecnologicamente determinato,  potremmo  affermare che  un progetto come Innocentive si sia affermato globalmente più per i meriti della piattaforma tecnologica che per un deciso cambio di paradigma nel modo di intendere le strategie di ricerca e sviluppo di un&#8217;azienda. </p>
<p>Naturalmente la verità sta nel mezzo, proprio in quello spazio neutro che  esula  da qualsiasi forma di determinismo, fosse questo tecnologico o, all&#8217;estremo opposto, sociale. Purtroppo però, come già alcuni di voi hanno messo in evidenza, sono fermamente convinto che il ritardo italiano in tema di Enterprise 2.0 sia più che altro culturale, proprio perché le grandi società, così come le piccole e medie imprese, tendono a risentire di una cultura aziendale &#8220;solipsistica&#8221;, incapace di condividere in modo orizzontale conoscenza e risorse specifiche. </p>
<p>Senza prenderci in giro, ma voi sentite davvero di poter testimoniare a favore di realtà imprenditoriali italiane capaci non solo di comprendere appieno ma ancor più di mettere realmente in pratica i principi basilari della wikinomics? Laddove Tapscott e Williams immaginano le &#8220;ideagorà&#8221;, io vedo il più delle volte semplici marketplace made in Italy caratterizzati nella quasi totalità dei casi da un semplice meccanismo: dammi la tua idea, io ti metto  in contatto con il brand e insieme proviamo a realizzarla (vale più o meno per Zooppa, BootB, Qoob, The Bloog Tv e compagnia bella). Di certo un deciso passo in avanti rispetto al passato, ma l&#8217;Enterprise 2.0 non può e non deve limitarsi a questo. </p>
<p>Tornando invece al discorso sui digital natives, concordo anch&#8217;io sulla necessità di valorizzare un approccio psicosociale, ma anche quest&#8217;ultimo, da solo, sarebbe destinato a fallire. Se il web 2.0, come dicono in molti, è fatto dalle persone per  le persone (fate attenzione: &#8220;persone&#8221;, non &#8220;utenti&#8221;), ma allora chi dovrebbe avere l&#8217;ultima parola a riguardo, i sociologi, gli psicologi, o gli informatici??? Naturalmente anche questa falsa dicotomia non può che ricadere nel paradosso, nella provocazione, necessitando proprio di quell&#8217;approccio ibrido, trasversale, al quale più  di una volta ha fatto riferimento Gian.</p>
<p>Al di là dell&#8217;approccio specifico o del punto di vista che scegliamo di utilizzare nell&#8217;analizzare la questione, credo che uno dei principali problemi risieda nella mancanza o nella scarsa efficacia di strategie comunicative improntate sulle reali esigenze ed abitudini dei digital natives.  Mi sembra che il più delle volte (tanto nella formazione quanto in ambito professionale) si commetta il grave errore di chiedere alle generazioni più giovani di &#8220;abituarsi&#8221; agli standard comunicativi ormai obsoleti delle generazioni precedenti. Se, infatti, possiamo risentire della miopia di un&#8217;azienda nel non voler sfruttare le potenzialità del corporate blogging, che dire dei tantissimi professori universitari i quali, pur professandosi esperti di new media e di tecnologie digitali, manifestano l&#8217;incapacità di gestire anche un semplice blog personale?</p>
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	</item>
	<item>
		<title>By: Casual.info.in.a.bottle &#187; Blog Archive &#187; Enterprise 2.0: un processo culturale piu&#8217; che di strumenti&#8230; e il W3C come fa?</title>
		<link>http://ibridazioni.com/2008/06/26/enterprise-20-varese/#comment-468</link>
		<dc:creator>Casual.info.in.a.bottle &#187; Blog Archive &#187; Enterprise 2.0: un processo culturale piu&#8217; che di strumenti&#8230; e il W3C come fa?</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Jul 2008 07:54:29 +0000</pubDate>
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		<description>[...] quale non e&#8217; proprio possibile far emergere le cose interessanti, visto che sono troppe. -&gt; Enterprise 2.0 - Varese Se per qualcuno non è ancora chiaro, spero di no, la rivoluzione che sta innescando la ICT trova i [...]</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>[...] quale non e&#8217; proprio possibile far emergere le cose interessanti, visto che sono troppe. -&gt; Enterprise 2.0 &#8211; Varese Se per qualcuno non è ancora chiaro, spero di no, la rivoluzione che sta innescando la ICT trova i [...]</p>
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	<item>
		<title>By: International Forum on Enterprise 2.0 &#171; Dovevaesseresolounaprova&#8217;s Weblog</title>
		<link>http://ibridazioni.com/2008/06/26/enterprise-20-varese/#comment-467</link>
		<dc:creator>International Forum on Enterprise 2.0 &#171; Dovevaesseresolounaprova&#8217;s Weblog</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Jun 2008 20:15:54 +0000</pubDate>
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		<description>[...] mi sembra degna di nota la conversazione nata dal post di Gianandrea piu&#8217; di 20 commenti uno meglio [...]</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>[...] mi sembra degna di nota la conversazione nata dal post di Gianandrea piu&#8217; di 20 commenti uno meglio [...]</p>
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	<item>
		<title>By: Gian</title>
		<link>http://ibridazioni.com/2008/06/26/enterprise-20-varese/#comment-466</link>
		<dc:creator>Gian</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Jun 2008 10:42:16 +0000</pubDate>
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		<description>@Emanuele: Si sono emerse quelle parole chiave e quei concetti al forum, anche perché sono la vera sfida da sempre (vedi KM) e nel mondo ICT le competenze a riguardo sono poche.

@Maurizio e Emanuele: su su non fate così ... :D

@stex e fede: i babyboomers sono la generazione nata dopo la seconda guerra mondiale e i nativi digitali quelli nati negli anni &#039;90 :) detto ciò, capisco il tuo stimolo ed è legato, io credo, alla enorme difficoltà che anno gli adolescenti di oggi a immaginarsi un futuro, problema che precede innovazione e internet ( dovuto ad una marea di motivi ... ma non c&#039;è spazio qui). Noi della generazione X (nati tra il &#039;65 e l&#039;82) stiamo facendo nostra questa tecnologia dal punto di vista culturale e professionale ma non sottovalutare la cultura d&#039;interazione degli adolescenti e le differenze cognitive dei più piccoli.

@Antonio: si, c&#039;è uno sfasamento di velocità notevole tra tecnologia, web 2.0 e mondo aziendale, non che cultura d&#039;interazione professionale e privata. Che ci piaccia o meno molti cambiamenti si dilateranno non poco rispetto alle nostre aspettative 2.0

@ Michele: per fortuna che era un cambio culturale e non solo tecnico! :D</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@Emanuele: Si sono emerse quelle parole chiave e quei concetti al forum, anche perché sono la vera sfida da sempre (vedi KM) e nel mondo ICT le competenze a riguardo sono poche.</p>
<p>@Maurizio e Emanuele: su su non fate così &#8230; <img src='http://ibridazioni.com/wp-includes/images/smilies/icon_biggrin.gif' alt=':D' class='wp-smiley' /> </p>
<p>@stex e fede: i babyboomers sono la generazione nata dopo la seconda guerra mondiale e i nativi digitali quelli nati negli anni &#8217;90 <img src='http://ibridazioni.com/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':)' class='wp-smiley' />  detto ciò, capisco il tuo stimolo ed è legato, io credo, alla enorme difficoltà che anno gli adolescenti di oggi a immaginarsi un futuro, problema che precede innovazione e internet ( dovuto ad una marea di motivi &#8230; ma non c&#8217;è spazio qui). Noi della generazione X (nati tra il &#8217;65 e l&#8217;82) stiamo facendo nostra questa tecnologia dal punto di vista culturale e professionale ma non sottovalutare la cultura d&#8217;interazione degli adolescenti e le differenze cognitive dei più piccoli.</p>
<p>@Antonio: si, c&#8217;è uno sfasamento di velocità notevole tra tecnologia, web 2.0 e mondo aziendale, non che cultura d&#8217;interazione professionale e privata. Che ci piaccia o meno molti cambiamenti si dilateranno non poco rispetto alle nostre aspettative 2.0</p>
<p>@ Michele: per fortuna che era un cambio culturale e non solo tecnico! <img src='http://ibridazioni.com/wp-includes/images/smilies/icon_biggrin.gif' alt=':D' class='wp-smiley' /> </p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>By: Michele Leidi</title>
		<link>http://ibridazioni.com/2008/06/26/enterprise-20-varese/#comment-465</link>
		<dc:creator>Michele Leidi</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Jun 2008 09:43:29 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://ibridazioni.com/2008/06/26/enterprise-20-varese/#comment-465</guid>
		<description>Accidenti che bella sfilza di interessanti commenti ,che ho letto con estremo interesse.
Secondo me e&#039; un problema di architettura dei server che stanno alla base di qualsiasi concetto 2.0 ,non c&#039;e&#039; allineamento dei database , e non esiste nemmeno un data dictionary comune, l&#039;interoperabilita&#039; poi e&#039; un sogno , stiamo ancora lottando con il protocollo di comunicazione asincrono.
Ci sono dei problemi tecnici quando le variabili passate da un server all&#039;altro inspiegabilmente cambiano di valore pur rimaendo con lo stesso nome.
Questo e&#039; in parte attribuibile ai differenti sistemi operativi ed alla data delle release di aggiornamento (ci sono differenze anche di 20 anni)
Un po&#039; meglio andiamo con il multitasting di questi server, che sono molto evoluti , anche troppo, perche&#039; succede che nell&#039;attuare un processo di cooperazione tra le CPU alcuni processi che non c&#039;entrano niente ma che stanno girando prendono il sopravvento e distolgono risorse ed alcune volte, purtroppo ,usano le stesse aree di memoria per due processi diversi.
Concludo affermando che sino a che non abbiamo messo mano a questi server chiamati volgarmente impiegati,dirigenti,imprenditori a seconda della capacita di memoria (ma non dalla potenza della CPU) , non riusciremo ad incidere nel loro ecosistema semplicemente appoggiandovi sopra applicazioni complesse che devono fare i conti con questi &quot;server&quot;</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Accidenti che bella sfilza di interessanti commenti ,che ho letto con estremo interesse.<br />
Secondo me e&#8217; un problema di architettura dei server che stanno alla base di qualsiasi concetto 2.0 ,non c&#8217;e&#8217; allineamento dei database , e non esiste nemmeno un data dictionary comune, l&#8217;interoperabilita&#8217; poi e&#8217; un sogno , stiamo ancora lottando con il protocollo di comunicazione asincrono.<br />
Ci sono dei problemi tecnici quando le variabili passate da un server all&#8217;altro inspiegabilmente cambiano di valore pur rimaendo con lo stesso nome.<br />
Questo e&#8217; in parte attribuibile ai differenti sistemi operativi ed alla data delle release di aggiornamento (ci sono differenze anche di 20 anni)<br />
Un po&#8217; meglio andiamo con il multitasting di questi server, che sono molto evoluti , anche troppo, perche&#8217; succede che nell&#8217;attuare un processo di cooperazione tra le CPU alcuni processi che non c&#8217;entrano niente ma che stanno girando prendono il sopravvento e distolgono risorse ed alcune volte, purtroppo ,usano le stesse aree di memoria per due processi diversi.<br />
Concludo affermando che sino a che non abbiamo messo mano a questi server chiamati volgarmente impiegati,dirigenti,imprenditori a seconda della capacita di memoria (ma non dalla potenza della CPU) , non riusciremo ad incidere nel loro ecosistema semplicemente appoggiandovi sopra applicazioni complesse che devono fare i conti con questi &#8220;server&#8221;</p>
]]></content:encoded>
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	<item>
		<title>By: Antonio Bonanno</title>
		<link>http://ibridazioni.com/2008/06/26/enterprise-20-varese/#comment-464</link>
		<dc:creator>Antonio Bonanno</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Jun 2008 15:09:37 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://ibridazioni.com/2008/06/26/enterprise-20-varese/#comment-464</guid>
		<description>Purtroppo a Varese sono arrivato con un discreto ritardo (tipo, verso la fine :-( clienti chiacchieroni :-D) e mi dispiace di essermi perso questo intervento che deve essere stato sicuramente interessante.

@Federico ne discutevamo ieri con Stefano Lazzari (stex auer), e secondo me non è così vero che la dicotomia è artefatta né tantomeno che ci sia questa indisposizione da parte dei cd. &quot;nativi digitali&quot; all&#039;uso delle tecnologie. Le analisi, secondo me, sono 2: la prima è che i nativi digitali non fanno caso alle tecnologie, e per questo sembra che non se ne interessano. Nella realtà, quello che guardano (o guardiamo, e sì, ci sei dentro anche tu :P) è al fine, allo scopo finale, e non si lasciano condizionare dal doverlo necessariamente raggiungere con la tecnologia. Gli &quot;immigranti digitali&quot;, dal canto loro, fanno della tecnologia il centro del discorso, il cambiamento è sempre prima tecnologico e poi culturale, per cui l&#039;importante è fare il wiki aziendale, non tanto formare il personale per questo nuovo approccio culturale. La seconda analisi che mi sentirei di fare è che ad oggi quasi nessun nativo digitale è in una condizione di poter decidere alcunché in azienda: sono appena entrati i primi, il loro apporto rimarrà relativo finché non raggiungeranno posizioni sufficientemente elevate da poter effettivamente decidere qualcosa. L&#039;importante ora sarà sfruttare la traction che possono dare questi nuovi dipendenti e farli diventare l&#039;inizio del cambiamento: il fatto che non abbiano mai contribuito a Wikipedia non significa necessariamente che non siano in grado di relazionarvisi, e anzi è estremamente più probabile che la loro formazione &quot;digitale&quot; sia stata molto più trasparente e meno evidente di quanto sembri. Come ho detto, la vedo più come una questione di approccio che di tecnologie: ma d&#039;altra parte basterà metterli alla prova :-)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Purtroppo a Varese sono arrivato con un discreto ritardo (tipo, verso la fine <img src='http://ibridazioni.com/wp-includes/images/smilies/icon_sad.gif' alt=':-(' class='wp-smiley' />  clienti chiacchieroni <img src='http://ibridazioni.com/wp-includes/images/smilies/icon_biggrin.gif' alt=':-D' class='wp-smiley' /> ) e mi dispiace di essermi perso questo intervento che deve essere stato sicuramente interessante.</p>
<p>@Federico ne discutevamo ieri con Stefano Lazzari (stex auer), e secondo me non è così vero che la dicotomia è artefatta né tantomeno che ci sia questa indisposizione da parte dei cd. &#8220;nativi digitali&#8221; all&#8217;uso delle tecnologie. Le analisi, secondo me, sono 2: la prima è che i nativi digitali non fanno caso alle tecnologie, e per questo sembra che non se ne interessano. Nella realtà, quello che guardano (o guardiamo, e sì, ci sei dentro anche tu <img src='http://ibridazioni.com/wp-includes/images/smilies/icon_razz.gif' alt=':P' class='wp-smiley' /> ) è al fine, allo scopo finale, e non si lasciano condizionare dal doverlo necessariamente raggiungere con la tecnologia. Gli &#8220;immigranti digitali&#8221;, dal canto loro, fanno della tecnologia il centro del discorso, il cambiamento è sempre prima tecnologico e poi culturale, per cui l&#8217;importante è fare il wiki aziendale, non tanto formare il personale per questo nuovo approccio culturale. La seconda analisi che mi sentirei di fare è che ad oggi quasi nessun nativo digitale è in una condizione di poter decidere alcunché in azienda: sono appena entrati i primi, il loro apporto rimarrà relativo finché non raggiungeranno posizioni sufficientemente elevate da poter effettivamente decidere qualcosa. L&#8217;importante ora sarà sfruttare la traction che possono dare questi nuovi dipendenti e farli diventare l&#8217;inizio del cambiamento: il fatto che non abbiano mai contribuito a Wikipedia non significa necessariamente che non siano in grado di relazionarvisi, e anzi è estremamente più probabile che la loro formazione &#8220;digitale&#8221; sia stata molto più trasparente e meno evidente di quanto sembri. Come ho detto, la vedo più come una questione di approccio che di tecnologie: ma d&#8217;altra parte basterà metterli alla prova <img src='http://ibridazioni.com/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':-)' class='wp-smiley' /> </p>
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